martedì 16 marzo 2010

Kashmire gastronomia indiana a San Salvario



L'insegna di questo piccolo locale in via Saluzzo a  San Salvario recita da una parte 
Kashmire Ristorante Gastronomia Indiana e dall'altra  Pizzeria  Ristorante Specialità Indiana

San Salvario, lo dico a beneficio dei non torinesi,  è un quartiere multietnico pieno zeppo di ristoranti e trattorie un po' di tutti i generi, ma ristoranti indiani in zona  non ne avevamo ancora visti, e da entusiasti estimatori non abbiamo potuto perdere  l'occasione. 


Sui tavoli  e alle pareti variopinti  tessuti ricamati con perline di vetro  e piccoli frammenti di  specchio creano   effettivamente un'atmosfera indianeggiante, almeno per quanto ne posso capire io che in India non  ho mai messo piede. 



Un po' meno indiani sono  i lampadari dimenticati  assai probabilmente  da un   precedente ristoratore cinese, ma non è il caso di  fare sempre  i pignoli,  tanto dopo il primo sguardo nessuno li nota più, mentre invece tutti si soffermano  a guardare il banco del bar

dove i liquori sono  contenuti in curiose bottiglie a forma di corpo femminile che suscitano  un inquietante interrogativo: saranno confezioni originali di una qualche misconosciuta  distilleria, o un barman dalla vena particolarmente creativa provvede giornalmente   ad un   rabbocco riciclatorio? 

Sul bancone troneggia piuttosto scenograficamente   un vassoio colmo di spezie colorate. E profumate. 


E la  miscela indiana  fatta di bacche rosa, semi di cardamomo   cumino e cristalli di zucchero   con cui addolcirsi la bocca dopo mangiato

Nel grande bancone la scelta  di palak dahl biryani e tandoori con cui comporre il proprio menu è molto  ampia e variegata  

e  i piatti hanno la faccia attraente delle pietanze appena cucinate.



Dispiace un po' che i piatti vengano riscaldati al microonde, questo è vero,  ma i poppadums che vi servono in tavola sono cotti  sul momento 

e le salsine sono piccanti al punto giusto

e poi diciamoci la verità,  per  sette euro a testa è proprio il caso di pretendere la luna?











































sabato 13 marzo 2010

Berlino - Shell Haus

Emil Fahrenkamp non è uno degli architetti più famosi del mondo e molto probabilmente, a parte gli addetti ai lavori, sono in pochi ad averlo mai sentito nominare. Eppure, è autore di uno degli edifici industriali più interessanti del secolo scorso, la Shell Haus costruita nei primi anni trenta in Stauffenbergstrasse  a Berlino. 




Sede della società petrolifera Shell Rhenania-Ossag, la Shell Haus  fu una delle prime costruzioni di Berlino, se non la prima in assoluto, ad essere realizzata con una struttura completamente in acciaio. Credo si possa dire senza tema di smentite che si tratta di una delle costruzioni più interessanti progettate durante la Repubblica di Weimar, 










con quella stupenda spettacolare facciata, tutta rivestita in travertino fatto arrivare espressamente dall’Italia e congegnata come un insieme di onde, come a sottolineare il movimento dell’acqua del Landwehrkanal che passa lì vicino. 

E l’effetto dinamico della facciata risulta ancora più efficace grazie agli angoli, che Fahrenkamp realizza arrotondati non soltanto nella muratura rivestita

 ma, sorprendentemente,anche nelle vetrate continue in bronzo e ottone. 



Nessuna decorazione inutile, facciata lineare, copertura piana e superfici bianche: poteva uscirne un banale grosso casermone e invece è un vero capolavoro.
Durante la guerra subisce danni notevoli, ma per fortuna scampa alla demolizione, e nel 1958 viene finalmente  messa sotto tutela come monumento storico. Passano vari decenni prima che si arrivi al suo restauro, che per fortuna viene avviato nel 1997, e che si svolge nel pieno rispetto del progetto originale, tanto che si decide persino  di rinunciare all’isolamento termoacustico delle vetrate pur di non alterarne l'irripetibile profilo ondulato.











giovedì 11 marzo 2010

novantanove soltanto? non mettiamo limiti alla provvidenza

In queste ore grazie a due amiche bloggers sta prendendo forma una avventura  molto generosa e coinvolgente. E' importante che se ne parli ma non è  semplice trovare le parole giuste senza scivolare nella retorica   delle   frasi a effetto, perciò cercherò di essere ancora più stringata del solito e mi limiterò ad esporre i fatti nudi e crudi, che sono questi: c'è un'azienda abruzzese, Sorelle Nurzia , che produce dolciumi, torroni e colombe. Come decine di altre aziende  sue conterranee, è stata messa in ginocchio dal terremoto e ora si dibatte tra mille difficoltà che non è difficile immaginare. Ha  scritto  ad  Artemisia, le ha chiesto aiuto.  Artemisia ha telefonato a Lydia, e insieme hanno ragionato sulla maniera  migliore per  fare qualcosa di  concreto in grado di andare    oltre le belle parole di solidarietà. Per questo,   hanno deciso di dare  vita ad un blog, 99 colombe,  attraverso il quale far conoscere l'azienda e i suoi prodotti, che fino ad ora hanno avuto una diffusione limitata alla zona dell'Aquila. 
Artemisia e Lydia   lanciano una sfida: entro il primo anniversario del terremoto chi vorrà sentirsi  partecipe dell'avventura  dovrà pubblicare una ricetta pensata espressamente per valorizzare uno dei prodotti della Sorelle Nurzia.  
99 colombe, il blog,   farà da collante  per raccogliere   indicazioni aggiornamenti e notizie.
Chiudo  dicendo che le nostre amiche  si propongono di riunire nell'iniziativa novantanove bloggers, ma dato che non si deve mai mettere un limite alla provvidenza, io sono sicura che  saranno  anche  di più.

martedì 9 marzo 2010

Di millenni, di favole e di ruote panoramiche che oggi compiono dieci anni














C’erano una volta a Londra due architetti, si chiamavano David Marks e Julia Barfield.
Intorno al 1993 David e Julia sentirono parlare di un concorso di architettura. Bisognava disegnare un qualcosa che potesse diventare il simbolo del millennio che stava per chiudersi.
Detto fatto, la favola racconta che i due si sedettero al tavolo della loro cucina (non stiamo a fare i difficili, siamo in una favola o no?) e gira che ti gira, discuti che ti discuti, disegna che ti disegna, tirarono fuori un primo abbozzo di progetto che  presentarono al concorso. Purtroppo nè il loro nè altri progetti convinsero gli organizzatori, e il concorso venne archiviato con un nulla di fatto. Ma David e Julia non avevano nessuna intenzione che tutto quel po’ po’ di lavoro fatto  sul tavolo di cucina finisse nel cestino della carta straccia per colpa di una stupida commissione, e si diedero da fare a destra e a manca per far vedere a tutti  quanto bello fosse il loro progetto.
La stampa cominciò ad occuparsene e la British Airways pensò che l'idea era buona  e  avrebbe potuto funzionare.
E tricchete tracchete decise di scucire una bella palata di soldi (e qui siamo proprio dentro una favola, fino al collo)














per costruire  la piu’ grande ruota panoramica mai vista al mondo.
Insieme ai nostri eroi lavorarono quasi duemila persone e tra tutti, in un bellissimo lungofiume del Tamigi


















a due passi dal Big Ben e dal Parlamento















































e raggiungibile da tre fermate dell’Underground (Waterloo, Westminster ed Embankment), costruirono una ruota, chiamata  Millennium Wheel, che era alta centotrentacinque metri e che doveva restare in funzione per cinque anni .














Oggi, nove marzo duemiladieci,  la ruota di anni ne compie dieci, non è stata demolita proprio  per niente e con il nuovo nome di London Eye continua a scarrozzare in alto nel cielo migliaia e migliaia di turisti disposti a sorbirsi un’attesa che può essere anche interminabile.
Il biglietto per un giro di mezz’oretta a bordo di una delle 32 cabine in vetro, completamente chiuse, dotate di aria condizionata e capaci di ospitare fino a 25 passeggeri, costa una ventina di euro ma con un modesto sovrapprezzo si possono ricevere molti servizi extra, si possono organizzare delle feste  e ci si può perfino sposare. Per sindaco o prete però la tariffa va concordata a parte.

lunedì 8 marzo 2010

ottomarzo





Il casermone grigio che a New York  sta all'angolo tra Washington Place e Greene Street ora ospita  laboratori di biologia e di chimica  della NYU, la New York University 
















Non è un edificio  particolarmente bello e si direbbe del tutto  privo  di interesse per chiunque. A parte  chimici e   biologi, of course. 
E difatti non lo vai a cercare per il suo appeal, lo vai a cercare perchè nella tua guida, in un riquadro scritto piccolo piccolo al fondo della pagina, leggi che intorno al 1910 all'ultimo piano di  questo edificio  c'era il Triangle Shirtwaist,  un laboratorio tessile.    Cucivano camicie, erano in tante ed erano  poco più che bambine, il principale le teneva chiuse a chiave perchè a nessuna venisse in mente di andarsene a spasso. E così, quando da un ferro da stiro uscì un tizzone di brace che diede fuoco al laboratorio, nessuna  fu in grado di scappare da quell'ultimo piano e in un quarto d'ora morirono tutte e centoquarantasei.  Ti viene in mente che forse è proprio  l'incendio di cui hai sempre sentito parlare, quello da cui si dice abbia  avuto origine la celebrazione dell'otto di marzo, e ti viene la curiosità un po' voyeuristica di andarlo a vedere  con i tuoi occhi. 
Poi quando sei lì cominci a pensare a quelle povere  bambine schiave, alla vita per niente facile  che avrebbero avuto anche se quella porta fosse stata spalancata, pensi a tutti gli altri milioni di donne a cui chissà per quale beffarda ragione è toccata in sorte  una vita altrettanto niente facile. Ti viene anche  in mente  che magari stai guardando l'edificio sbagliato, e magari anche  l'incendio è quello sbagliato e  forse  non è quello da cui  è nata la giornata della donna. Ma in fondo cosa importa,  se anche fosse quello sbagliato  cambierebbe  qualcosa?
Buon otto marzo 










































venerdì 5 marzo 2010

Keep your seat


Keep Your Seat Stai Al Tuo Posto, 

è una mostra in corso in questi giorni alla  GAM che l'ha  realizzata in  collaborazione con il  Vitra Museum. L'intento dichiarato è  di indagare i rapporti  tra arte contemporanea e design, e  per circoscrivere la sterminata ampiezza dell'argomento la mostra, che dovrebbe essere il primo capitolo di una lunga serie,  è stata tutta incentrata sulle sedie. 


Pezzi da novanta del periodo d'oro del nostro design come la cara vecchia Elda di Joe Colombo   


i primi esperimenti  in cartone pressato


del giovane promettente architetto  di cui abbiamo già avuto occasione di parlare (le cui foto mi sono venute uno schifo, ma provate un po'  voi a fotografare con una macchinetta grossa come un pacchetto di sigarette  un oggetto metà al buio e metà bombardato da una luce abbagliante, e poi mi dite) 

qualche pezzo classico  di Mollino, 
due o tre sinuosi esemplari Thonet 


e altre cose interessanti come  il purissimo ed essenziale sgabello di Sori Yanagi 

L’oggetto Sedia è analizzato soffermandosi sull’idea di presenza, assenza e solitudine: una scultura dai rimandi 

Insomma, una discreta raccolta di  pezzi attinenti al design vero e proprio, e parallelamente,  opere prodotte dagli artisti sul tema della sedia che viene usata come spunto, suggerimento, ispirazione per arrivare a produrre  un'opera d'arte originale.


Una piccola sezione è dedicata all'artista cinese Chen Zhen, che oltre a sfornare  opere strettamente attinenti all'oggetto della mostra,  deve aver subito il  fascino delle candele, con cui si è divertito a ricoprire un grosso lavandino 


oltre a costruirci  quattro graziose casette colorate che viste da lontano ricordano un po'  gli orologi a cucu e un po' una casetta per gli uccellini





So benissimo che in giro per lo stivale  in questo stesso periodo ci sono eventi culturali  di ben altro spessore, ci mancherebbe. Ma le mostre su Caravaggio e Schiele, tanto per dire le prime due che vengono in mente, sono eventi eccezionalissimi e non è sorprendente che la gente faccia la fila. Anche il più becero dei turisti  a Parigi corre a vedere la Gioconda,  e  si commuove anche se del quadro  in realtà ha visto il nugolo delle  nuche davanti a lui e il riflesso della lampadina sul vetro di protezione, poi torna a casa felice e contento, e convinto di essere un cultore di arte.  Ma mi vedo difficile che l'esperienza mistica lo spinga, dopo,  a pagare un biglietto per  vedere un mucchio di sedie legate in cerchio e qualche chilo di candele colorate.  Ed è un peccato, perchè  è molto  più divertente e piacevole (ed economico)  girare per musei  e gallerie  che non trascinarsi  in mezzo al fracasso di un centro commerciale, a guardare  vetrine tutte uguali e comprare cose inutili. 
Temo però che farlo capire agli adulti sia oramai un'impresa disperata. E' con  i ragazzi che forse si potrebbe ancora fare qualcosa, magari basterebbe che qualcuno gliene parlasse. Magari a scuola.

martedì 2 marzo 2010

ieri primo marzo

E' stata definita la giornata contro il razzismo, la giornata del primo sciopero degli emigranti, la giornata per l'uguaglianza dei diritti.   
Chiamiamola come vogliamo, l'importante è che, se possibile,  cerchiamo  di non dimenticarcene più, soprattutto in considerazione del fatto che gli emigranti  non sono  mica una novità, YouTube è pieno di immagini vecchie come il cucco e  magari in quei filmati archeologici c'è perfino ritratto  qualche nostro parente 













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