giovedì 21 febbraio 2013

Parigi - Rue des Thermopyles



Di ritorno da un giro architettonico a Montparnasse, che molto prometteva e  moltissimo ci ha  delusi (ne riparleremo),











ci siamo imbattuti in Rue des Thermopyles,  piccola  silenziosa stradina  di cui mai avremmo sospettato l'esistenza.




La mia  guida Clup  si è dimostrata piuttosto scarna di informazioni:

stradina deliziosa dove nelle domeniche d'estate gli abitanti del quartiere
 si trovano a pranzare sulla strada

mentre la Rough si limita a citare il quartiere, Plaisance:

le cui villas negli anni Venti e Trenta furono scelte da molti artisti come 
dimora  per via dei prezzi accessibili.

Leggermente meno abbottonato,  Eric Hazan informa che
Più riguardo a Parigi

La lottizzazione che va sotto il nome di Plaisance è compresa tra l'angolo di avenue 
du Maine,  rue Vercingetorix e l'attuale rue d'Alésia. Si trattava di un gruppo
di isolati poveri, tirati su alla meno peggio, senza un piano
d'insieme a opera di gretti costruttori che decisero di attribuire
al rione il nome plaisance, per attirare intorno al 1840 
dei compratori che certo non si accalcavano nella 
frequentazione di strade allora non pavimentate, 
senza illuminazione, sistema fognario nè fontane pubbliche. 
Sebbene l'architetto Ricardo Bofill abbia gravemente danneggiato l'insieme 
(N.B. è il giro che molto prometteva e che ci ha grandemente delusi, per cui concordo in pieno con l'autore)


Plaisance conserva un certo sottile fascino popolare, dovuto forse al suo
relativo isolamento: infatti comunica appena con avenue du Maine
mentre dall'altro lato le strade sono quasi invalicabili. 
Nelle sue strade trasversali si conservano ancora molti degli 
edifici originari stretti, bassi, omogenei e modesti sotto il loro
 intonaco di gesso. Le casette con gli atelier al piano terra e 
con minuscoli giardinetti di glicini di rue des Thermopyles 
-così chiamata per il suo andamento tanto stretto da ricordare
 lo scenario della famosa battaglia - sono una rarità sempre più minacciata ....






Io non avrei altro da aggiungere se non la raccomandazione, quando andrete a Parigi, di ritagliarvi un'oretta  per un giro da queste parti, se volete vedere ancora integra  questa rarità sempre più minacciata perchè mi sa tanto che non durerà ancora molto











Una curiosità: Alberto Giacometti aveva lo  studio poco lontano da rue Thermopyles, e la famosa foto di Cartier Bresson  in cui  si ripara la testa con l'impermeabile  è stata scattata proprio all'incrocio di rue d'Alésia 























venerdì 15 febbraio 2013

Ancora Il Bugiardo




Mi perdoneranno i lettori di Varie ed Eventuali se mi ripeto, ma nei momenti di crisi anche una pubblicità FaiDaTe può dare il suo piccolo contributo alle compagnie di giovani attori in cerca di pubblico, perciò comunico che l'Accademia dei Folli porterà in scena Il Bugiardo di Carlo Goldoni a Torino, Teatro Gobetti, dal 19 al 21 febbraio.


 

venerdì 8 febbraio 2013

The Terminal, Steven Spielberg e una foto che sembrava impossibile

Viktor Navaroski, cittadino del fittizio stato di  Krakozhia, atterra  a New York mentre a casa sua è in atto un colpo di stato. Per questo le autorità gli  negano il visto d'ingresso, e lui per nove lunghi  mesi   rimane  bloccato in aeroporto senza poter mettere un  piede fuori dal JFK  Impara un po' di inglese,  stringe qualche amicizia, lavoricchia  e si innamora pure di una bella hostess, finché non riesce ad andare finalmente a New York per realizzare una promessa fatta al padre: ottenere l'autografo di Benny Golson, famoso sassofonista di jazz.  Viktor infatti rivela  che   il suo defunto padre, grande appassionato di jazz, dopo aver letto su un giornale ungherese del 1958 la storia della "Foto di Harlem", per quarant'anni ha inseguito l'autografo dei cinquantasette jazzisti ritratti, e prima di morire li  ha ottenuti tutti tranne uno: quello di Benny Golson. Completare la collezione del padre è diventata per Viktor un impegno d'onore, ed è la ragione che lo ha spinto a volare fin negli Stati Uniti. 
Questa, detta con parole mie, la trama del film di Spielberg che  francamente non può  annoverarsi tra i suoi migliori.


ma contiene un piccolo segreto che  a parte i fanatici jazzomani,  sono in pochi a  conoscere:  la storia della  "Foto di Harlem" non è stata una trovata dello sceneggiatore. I cinquantasette jazzisti sono stati davvero ritratti tutti insieme ad Harlem il 12  agosto del 1958,



E' una storia intrigante che è stata  raccontata in A GREAT DAY IN HARLEM,  un documentario che molti considerano il più bello mai girato sulla storia del jazz.


Le cose erano andate  così:



Robert Benton,


















all'epoca editor della rivista Esquire, e  che sarebbe diventato poi sceneggiatore e regista, tra gli altri film, anche di Kramer contro Kramer,

 voleva trovare la maniera di celebrare  la golden age del jazz,   periodo di massimo fulgore di quella  musica  che alla fine deglia anni cinquanta   traboccava di personalità  stratosferiche, dai grandi pionieri  come Armstrong, ai leader di big bands  come Duke Ellington, ai  boppers agli esponenti del cool jazz, tutti giganti del calibro di  Miles Davis, Sonny Rollins, Thelonius Monk, Charlie Mingus e compagnia bella.
Pensò di chiamare Art Kane,















fino ad allora giovane  art director  appassionato di jazz, che  mai aveva immaginato di diventare fotografo professionista, e Kane se ne uscì con un'idea folle: riuniamo   tutti i jazzisti disponibili, e   scattiamo loro una bella  fotografia.  Tutti sapevano che sulla categoria dei musicisti non  si poteva fare molto  affidamento: nottambuli, indisciplinati e del tutto privi  dell'idea di puntualità, sembrava impossibile riuscire a raccoglierne tanti contemporaneamente, ma Benton  decise che valeva la pena di  provarci.



Art Kane, non essendo un vero fotografo,  non disponeva di uno  studio  e  pensò di organizzare la sessione fotografica all'aperto, in una qualsiasi strada di Harlem.  Al Cotton club  suonava l'orchestra di Ellington, il mitico teatro Apollo che   nelle serate del dilettante aveva permesso a tanti talentuosi musicisti di esibirsi per la prima volta davanti ad un vero pubblico. Insomma   Harlem era lo scenario ideale per una foto del genere. Nessuno ricorda più  perché  proprio quell'angolo tra la diciassettesima e la centoventiseiesima, davanti a quella brownstone color terra,



secondo qualcuno la strada era familiare perché c'era un alberghetto che per pochi soldi  dava vitto e alloggio agli spiantati. E spiantati effettivamente i musicisti lo erano quasi tutti. L'appuntamento fu fissato per le dieci di mattina, altra follia considerando che questa era gente abituata ad esibirsi in jam sessions da un locale all'altro andando  avanti a suonare fino alle cinque del mattino. E a New York allora  si suonava tutte le sante notti. Gerry Mulligan racconta che fu subito affascinato dalla proposta ma fino all'ultimo rimase praticamente certo che non si sarebbe mai potuta concretizzare. Invece, com'è e come non è,   e a dispetto di ogni ragionevole  previsione,  i jazzisti convocati arrivarono tutti. Arrivò in tempo anche Willi "the lion" Smith,



leggendario maestro dello stride piano che nella foto ufficiale  non compare perché proprio nel momento dello scatto si era appena allontanato, forse per fare pipì. Con lui sarebbero stati cinquantotto, come l'anno in cui tutto questo succedeva, ma  nella foto ne sono  immortalati solo cinquantasette. 








Un sogno per qualsiasi appassionato: cinquantasette solisti in un solo colpo,   mostri sacri come Coleman Hawkins e Count Basie, Lester Young, che qui è ritratto  


con uno strano cappello piatto che lo faceva somigliare ad una via di mezzo tra un  torero e un prete, Sonny Rollins, all'epoca sassofonista giovane ma  già considerato un semidio, 

che nonostante la fama l'anno successivo non esiterà ad abbandonare tutto e tutti per esercitarsi in perfetta solitudine su un ponte sull'East River.  Gli ci vorranno due lunghi anni prima di sentirsi pronto a tornare a suonare in pubblico. 
Charlie Mingus, geniale e strafottente



e perfino  Thelonious Monk, 

il più impenetrabile di tutti, che qualche anno dopo durante una interminabile turnè australiana aprirà bocca soltanto una volta per chiedere "ma dove cavolo saranno questi fottutissimi canguri",

Dizzy Gillespie che mostra la lingua


e Gerry Mulligan con i suoi inconfondibili cortissimi capelli rossi 


le due regine del pianoforte Marian McPartland e Mary Lou Williams . 





Tutti allegri e contenti come studenti in gita scolastica, qualcuno  con la  macchina foto in mano.
Nei filmati a colori sembra di assistere alla preparazione della  foto di famiglia fuori dalla chiesa, subito dopo un matrimonio.  




























Di lì a poco sarebbe diventata esplicita   la lotta per i diritti civili, black is beautiful e I have a dream, Malcom X e Martin Luther King, ma  già qualcosa del  nuovo orgoglio e della nuova consapevolezza di sè  trapela in questa foto formidabile, che  Robert Benton ha dichiarato avergli insegnato molto, e molto certamente più di quanto avrebbe mai potuto immaginare.
Per  Art Kane fu la pietra miliare che gli fece capire che cosa avrebbe finalmente fatto della sua vita: 
Me ne venni fuori con questa idea oltraggiosa e l'ho vista prendere corpo nel modo in cui l'avevo immaginata, guardare tutti quei musicisti muoversi su quegli scalini nella centoventiseiesima strada era magnifico. Ho capito in quel momento cosa volevo fare della mia vita. Volevo essere un fotografo




e per chi non sa  che faccia avesse  l'uomo per il cui autografo  Viktor Navaroski, cittadino di  Krakozhia, vola fino  a New York, signore e signori  ecco a voi



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