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lunedì 18 gennaio 2010

Four Seasons Hotel a Manhattan

Tra i mille progetti curati da Ieoh Ming Pei, di cui nel post precedente abbiamo visto il Deutsches Historisches Museum, c'è anche la sistemazione interna del Four Seasons Hotel a New York.




E qui occorre una doverosa precisazione: di solito non mi passa mica per la testa di andare a scannucciare dentro agli hotel di lusso, ma ogni tanto la fida Rough Guide fornisce informazioni a cui è difficile restare indifferenti e allora l'imperativo categorico diventa andare a controllare con i propri occhi.  Lo avevo fatto già per il Waldorf Astoria e posso garantire che in quel caso la guida non aveva scritto bugie: nelle toilettes delle signore ci sono veramente specchi dorati e caminetti accesi. La specchiera la potete vedere  bene ma sul fuoco acceso dovete credermi sulla parola, appena ho tirato fuori la macchina foto le due cameriere si sono messe in posa proprio lì davanti.



Ma torniamo al Four Seasons, che nonostante la nobile paternità non mi ha entusiasmata.





Tutto bello, per carità, materiali costosi e grande opulenza,  ogni ambiente  curato fin nei minimi dettagli, ma alla fine stringi stringi non è altro che   un  albergo di lusso   di   un'eleganza molto americana,   esageratamente levigata   e parecchio  prevedibile. Un posto pensato e realizzato espressamente  per  piacere alle ricche botox girls newyorkesi, le quali infatti, un po' troppo   ingioiellate e   impellicciate, vengono  a prendere il tè.



L'hotel mi ha abbastanza delusa ma ho ammirato  moltissimo   le stupende  campane di vetro per i   pasticcini,  una diversa dall'altra. una meraviglia.






Stavo per dimenticare che nel Four Seasons c'è un'altra cosa degna di nota.


Per mia fortuna era mattina presto, la sala era vuota   e in cucina si  cominciava appena a  lavorare, così ho sfoderato la faccia da piccola fiammiferaia, nessuno ha avuto cuore di cacciarmi via e  ho potuto fotografare










venerdì 15 gennaio 2010

Ieoh Ming Pei, a Berlino.




La foto qui in alto risale al 1989 e riguarda la facciata principale della National Gallery of Art di Washington, un'opera di Ieoh Ming Pei.
Probabilmente a molti il suo nome non dirà assolutamente niente anche se giurerei che il novantanove per cento della gente ha trinciato un giudizio, il più delle volte del tutto arbitrario, su una sua opera che fu all'epoca molto discussa. E si, perchè Pei è l'autore della Piramide del Louvre.  Stavolta però, dal momento che manco da Parigi da un bel po' mentre sono quasi appena reduce da Berlino, non parliamo di piramidi  ma del bell'ampliamento del Deutsches Historisches Museum, che in un prospetto laterale ricorda abbastanza da vicino il Museo di Washington e anche se la strada stretta ha impedito una foto di tutta la facciata, il poco  che si vede è sufficiente per fare il confronto.




La storia  di questo museo   è stata piuttosto travagliata. Alla metà degli anni ottanta era stato Helmut Kohl in persona a volere, in una Berlino ancora divisa in due,  un museo nuovo di zecca dedicato alla storia della Germania. Era già stata individuata l'area su cui costruirlo, ed era stato indetto  un concorso internazionale,  vinto da Aldo Rossi. Dopo  il novembre 1989 però fu chiaro che il progetto così come era stato concepito non aveva più senso: a Berlino est  un museo sulla storia tedesca  esisteva già, ed era per di più in uno splendido  palazzo settecentesco sul viale Unter den Linden, e così nel  1995 fu ancora  Helmut Kohl a dare  incarico a Pei di riorganizzare e ampliare il museo esistente.
Cosa  non facile   dato lo spazio decisamente angusto a disposizione. Ma Pei in  poco meno di tremila metri quadri  costruisce uno spazio elegantissimo,  luminoso e trasparente e riesce  a unire    magnificamente il nuovo corpo all'edificio neorinascimentale esistente.  L’ingresso principale  si apre  sul  vecchio palazzo sulla Unter den Linden, da cui  si accede al cortile interno, coperto  da una enorme volta in vetro. 









Alla nuova ala si può arrivare dal cortile, attraverso un passaggio sotterraneo, oppure dallo stretto vicolo esterno, e lì l'impatto scenografico è davvero notevole. 









La facciata completamente vetrata riflette i palazzi circostanti  con un gioco raffinato che confonde continuamente la prospettiva  mescolando   interni ed esterni 









Dentro, l'attenzione viene catturata dalla grande scala, leggera e importante allo stesso tempo,  e dall'avvicendarsi delle   passerelle e dei  balconi interni che portano alle sale espositive








e non si può non ammirare l'uso sapiente dei materiali e la perfezione della realizzazione, a tal punto che è quasi impossibile da lontano  distinguere dove finisce il cemento e dove comincia il marmo. 



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