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mercoledì 9 ottobre 2013

A proposito di Rachid, di lauree e di quarti d'ora di celebrità

Ho conosciuto Abdul quando, adolescente che non spiccicava una parola di italiano,  vendeva fazzoletti e braccialettini in giro per Torino. 

Devo ancora capire adesso se possedeva il dono dell'ubiquità, il fatto è che dovunque andassi lo incontravo. All'uscita del teatro dopo lo spettacolo, davanti alla Feltrinelli di piazza Castello,  di fronte al cancello del Teatro Regio dopo la prova generale, lui era lì. Immancabilmente. Abbiamo cominciato a chiacchierare un po' alla  volta mentre il suo italiano migliorava a passi da gigante,  e altrettanto un po' alla volta siamo diventati buoni amici. 
Nel frattempo avevo fatto anche  conoscenza con i suoi fratelli:  Sahid,  


(beniamino di  professori e   studenti di palazzo Nuovo, il quale non solo è  perfettamente a suo agio  tra  congiuntivi e consecutio temporum, ma addirittura sa esprimersi  in un  piemontese così impeccabile  che Borghezio se lo sogna), e  Rachid, il più piccolo della famiglia. 


Per questo quando è arrivato il gran giorno sono andata alla discussione della sua tesi 


armata della mia solita macchina fotografica e di  una buona dose di emozione. 




Emozione che, ho potuto constatare, siamo stati in molti a condividere.





Il giorno dopo  tutta Torino parlava di Rachid,  e anche i maggiori quotidiani   hanno dedicato spazio alla sua storia.  Se ne è interessata perfino  la televisione (al minuto 10,40 del notiziario)
Per un nanosecondo sono stata inquadrata anch'io e tanto è bastato perché mi piovesse addosso  una quantità di messaggi,  mail e telefonate  di congratulazioni, manco fossi stata io a laurearmi. Insomma, grazie a Rachid ho avuto anche io il quarto d'ora di celebrità di cui parlava Andy Warhol

lunedì 24 giugno 2013

Usseglio, le Masche e la casetta di Angelo e Marisa



Il  termine  Masche è diffuso un po'  in tutto il Piemonte.  L'etimologia oscura potrebbe  derivare dal longobardo e riferirsi alle anime dei morti, oppure all'occitano, e in questo caso avrebbe a che fare con il praticare incantesimi. Sono personaggi molto presenti nella cultura popolare piemontese: non   streghe, le Masche sono donne apparentemente normali,  che però  di madre in figlia si tramandano poteri sovrannaturali. Agiscono soltanto di notte e non mi è mai stato  chiaro se questo succeda perchè i poteri di cui sono dotate siano  a  mezzo servizio, efficaci soltanto di notte, oppure se le Masche per non correre rischi  non vogliano appalesarsi ai loro compaesani. 


Resta il fatto che di giorno sgobbano come muli né più e né meno  come tutte le altre montanare, ma di notte volano e possono addirittura far uscire l'anima dal corpo. Sarebbero anche  immortali, ma visto che il pacchetto-poteri non comprende il dono dell'eterna giovinezza,   invecchiano e si ammalano, e così  ad un certo punto decidono di averne abbastanza,  trasmettono il dono ad un'altra creatura vivente (il più delle volte è  una giovane della famiglia, ma può succedere che sia anche  un animale o un vegetale) e finalmente possono morire in santa pace.  




Le Masche sono dispettose e capricciose ma non sono  malvagie, e non è raro che  dimostrino di avere  buon cuore correndo in aiuto di chi è in pericolo. Sicuramente non hanno frequentazioni demoniache, vanno in chiesa e ricevono i sacramenti.  










A Usseglio, 



piccolissimo paese della Val di Lanzo con meno di duecentocinquanta abitanti, c'è una roccia su cui  un tempo le Masche si ritrovavano prima di andare per pollai a rubare  galline e  tacchini. Dopo la razzia rientravano in paese e  sulla sommità della Rocca del Cortevizio  appiccavano il fuoco, spiumavano le galline, le arrostivano  e se le sbafavano allegramente. 
Quando però  il  campanile incominciava a battere la mezzanotte,  mollavano la cena e iniziavano a ballare  sui tetti saltando da una casa all'altra al suono di una musica che solo loro potevano udire.  A Usseglio entravano nelle case passando dai camini, nascondevano gli attrezzi da lavoro, facevano dispetti e deviavano addirittura  l'acqua dei torrenti e dei ruscelli 




































Se qualcuno le faceva  arrabbiare potevano anche arrivare a  prosciugare  le fontane. 



Nessuno sapeva come difendersi finché un giorno un pastore trovò la soluzione:  una grossa    pietra   sul camino, pesante abbastanza da impedire alla Masche di rimuoverla, per impedir loro di entrare a far danni.

 


A giudicare da quante pietre si vedono ancora sui camini c'è da pensare che l'espediente sia stato efficace, e infatti  mi dicono che è da un pezzo che di Masche ad Usseglio non se ne vedono più.




Noi in realtà  ad Usseglio non siamo andati per  cercar  Masche,  ma per vedere finalmente la casetta dei nostri amici Angelo e Marisa. 
Una casa minuscola come una roulotte, ma così carina e accogliente che sarebbe un delitto  non farla vedere anche a voi
















venerdì 12 ottobre 2012

Di stadi di calcio. E di glorie che furono


Facevo le medie quando abitavo nella via di fianco allo stadio Filadelfia.  A casa mia nessuno era  tifoso e capivamo che c'era la  partita soltanto perché alla fermata dell'8 passavano  molti più tram del solito,  la macchina a quell'epoca  era ancora  un lusso per pochi e  alla partita si andava in tram.  Quando arrivava il gol sentivamo il boato da casa,  forte come  un tuono. Però diverso dal tuono, più allegro.  Non mi ricordo siano mai capitati disordini e men che meno tafferugli, e forse  c'era qualche   vigile  a controllare  chi andava e veniva  ma i soldati in assetto di guerra che vediamo oggi alla tivù  non si potevano neanche lontanamente immaginare.



La mia esperienza di calcio si ferma qui, ma  è un'esperienza che non può fare testo. Perché il Filadelfia non é mai stato uno stadio come tutti gli altri.
E' stato lo stadio del Grande Torino, e ancora oggi, nonostante sia quasi completamente demolito, per i   tifosi resta  la “casa” del Toro.



La sua costruzione  risale al 1926, per volere del Conte Enrico Marone di Cinzano, l'allora presidente del Torino Football Club.


Non grande, copriva una superficie di meno di quarantamila metri quadri ed era  formato da due sole tribune e in tutto, compreso il parterre, poteva contenere al massimo quindicimila spettatori.
Aveva  le gradinate in cemento



Le tribune invece  erano  in legno, con  poltroncine numerate come a teatro.



Era stato costruito talmente  a ridosso delle case  che gli inquilini dei piani alti  guardavano la partita gratis e forse  meglio che in tribuna, e le gradinate erano così in bocca  al campo di gioco che si poteva sentire il fiato grosso dei  calciatori.











L’inaugurazione era avvenuta  il 17 ottobre 1926 alla presenza del principe Umberto e della principessa Maria Adelaide Torino - La partita:  Toro/Fortitudo Roma,  risultato:  quattro a zero.




Negli anni Quaranta uscire imbattuti dal Filadelfia era  un miracolo: per più di sei anni di fila, più di cento partite,   il Toro non ha mai perso una partita  sul proprio campo.
Il 4 maggio 1949 la tragedia. L’aereo che riporta la squadra da una trasferta a Porto  si schianta contro la collina di Superga. Muoiono tutti.
E' una mazzata tremenda per tutta Torino, non solo  per i tifosi granata.



Il Toro ricomincia da zero e anche se non sarà mai più la squadra invincibile che da sola era arrivata a dare alla Nazionale dieci calciatori su undici, continua a regalare ai suoi tifosi grandi campioni del calibro di Gigi Meroni.
Ma il declino è dietro l'angolo, e cresce  negli anni sessanta quando la situazione economica del  Torino, già grave,  diventa drammatica. Comincia la girandola dei cambi di proprietà e il povero Filadelfia,  preda dell'incuria, cade a pezzi. Si prospetta di restaurarlo,  ma i costi sono proibitivi, e poi il terreno  vale un tesoro e sono in molti a pensare che sarebbe assai  più redditizio farci sopra i una bella speculazione edilizia. Tifosi e non tifosi si ribellano all'idea di perdere  un pezzo così importante della storia cittadina e la speculazione per fortuna  salta, ma nonostante i tentativi di salvare lo stadio siano stati numerosi,  gli anni sono passati  tra un avvicendarsi di progetti di recupero, raccolte di firme e soldi che continuano a non esserci. Intanto, nel gennaio 2010 sono stati abbattuti anche i pennoni lungo via Giordano Bruno.
Conoscendo questa  triste odissea, il minimo che ci si può aspettare accompagnando un amico in pellegrinaggio al  Filadelfia che fu, è di mostrargli  una desolante distesa  di macerie sommerse da immondizie ed   erbacce. 

Le macerie aimè ci sono, ma un gruppo di tifosi ha costituito  i Pulitori del Fila , volontari impegnati ad impedire il degrado totale  tagliando regolarmente  l'erba e tenendo pulito  il campo.  Voi potete pensare quello che volete, ma io l'ho trovata  una  commovente prova d'amore.














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