lunedì 24 agosto 2015

Di pittura, di soffitti, di panche e di gesti generosi

cito testualmente:
Nei primi giorni di novembre 2013 e per la prima volta in un'Istituzione Museale Italiana, Nedko Solakov ha lavorato instancabilmente  durante l'orario di apertura del mueso - e quindi sotto gli occhi dei visitatori della GAM...... Nedko, salendo e scendendo le scale per la realizzazione di Eight Ceilings - opera che grazie alla Fondazione per l'Arte Moderna e Contemporanea CRT, ora fa parte della collezione permanente GAM - ci ha fatto osservare che non tutti i visitatori avrebbero potuto vedere il suo lavoro. Così, dopo una visita alle nostre collezioni, ha deciso di disegnare anche sulle panche e donare alla GAM il lavoro Thirteen Benches. Un gesto generoso fatto con l'intento di garantire a tutti i visitatori, compresi coloro che per necessità non accedono alle collezioni attraverso le scale e non possono quindi godere dell'opera sui soffitti, di relazionarsi al suo lavoro lungo il percorso espositivo.  Osservando i soffitti e scrutando le panche vi troverete coinvolti in un'avvincente ricerca delle molteplici tessere disseminate negli spazi di collegamento del museo e lungo il percorso espositivo

 
con l'intento di rendere partecipi anche i lettori di V.ed E. impossibilitati a godere di persona dell'opera torinese del  Maestro, crediamo di compiere opera meritoria condividendo un modesto estratto del lavoro in oggetto


Dal momento che non solo  le dimensioni dei soffitti ma altresì le dimensioni della superfici dipinte sono sensibilmente inferiori alle dimensioni della Cappella Sistina, si è  ritenuto di far cosa utile, per facilitare l'avvincente ricerca delle molteplici tessere disseminate negli spazi di collegamento del museo e lungo il percorso espositivo,   evidenziare con freccia rossa e, ove necessario, anche con l'immagine di un paio di occhiali,  i punti più significativi che ad un  un occhio distratto potrebbero sfuggire. 






Thirteen Benches
Una delle tredici  panche - visione d'insieme

il particolare

un'altra delle tredici  panche - visione d'insieme
il particolare

sabato 22 agosto 2015

L'angelo delle merciaie



































Anno 1860. Siamo nel pieno del boom edilizio a cui ha dato il via il barone Haussmann sotto l'egida di Napoleone III con l'obiettivo di abbellire e modernizzare il centro cittadino levando di mezzo il  labirinto medievale di strade e stradine tortuose che non solo erano insalubri, ma   fornivano anche alla popolazione  un ottimo nascondiglio e mille   vie di fuga  in caso di sommosse e manifestazioni.
Rue de Turbigo, che deve il nome alla vittoria del1859 sull’esercito austriaco, nasce in quel periodo e parte grosso modo vicino alle Halles tagliando poi diagonalmente fino a terminare in place de la Republique, dove nell’ultimo tratto prende il nome di rue du Temple. Non è una strada aristocratica come il vicino Marais, è destinata ad ospitare belle case d’affitto costruite per la nascente borghesia e tra i primi inquilini conta commercianti di tessuti, sarti, bustaie e modiste.
  
















All’altezza del numero 57, su un edificio progettato    dall'architetto Eugène Demangeat,  una colossale figura alta  tre piani, dall’espressione impenetrabile e l’abito pieghettato come una colonna corinzia,  sembra vegliare sui passanti mentre con le piume delle  ali sorregge i balconi del quarto piano.



E’ una figura intrisa di mistero. Potrebbe essere  una cariatide, se non fosse che non si è mai vista una cariatide con le ali, o potrebbe essere  un angelo, ma un angelo di solito non se ne va in giro addobbato di collane  nappe  e nastrini. Per tagliare la testa al toro, qualcuno ha ipotizzato che sia una allegoria della  passamaneria, una sorta di omaggio alle tante sartorie e mercerie che all’epoca operavano nella zona.  
 


















Bisogna a questo punto sapere  che sei o sette anni prima l’Accademia di Belle Arti aveva indetto un concorso per la decorazione di un faro, a cui l’artista  Auguste Emile Delange aveva partecipato presentando  il disegno di una creatura alata. Il progetto non si era concretizzato, e infatti nessuna creatura alata era mai stata vista su nessun lungomare di Francia,  ma  il previdente Delange non butta via i cartoni del lavoro e di lì a qualche anno li tira fuori  dal cassetto e li riadatta per l’angelo/cariatide di nove metri sulla casa di  rue de Turbigo.




















Profilo greco e pettinatura rinascimentale sono  in linea con il gusto eclettico dell’epoca, perfino le  nappine e  i ponpon sembrano disegnati su misura per la nuova destinazione,  ed ecco  l'angelo  bell'e pronto, nel rispetto del rigido regolamento haussmanniano che vietava ogni elemento sporgente dal filo del fabbricato, e senza togliere nemmeno un po' di luce alle novanta finestre dell’edificio.



scopro ora il breve documentario che Agnes Varda ha dedicato alle cariatidi parigine  c'è anche  l'angelo di rue de Turbigo

giovedì 13 agosto 2015

Torino è una bella città

Torino è una bella città e, in quanto a spazio, penso che superi ogni immaginazione.



Si trova in mezzo a una vasta pianura e viene spontaneo chiedersi se questa terra si può avere a richiesta e senza pagar tasse, tanto è lo spreco con cui viene usata.



















Le sue strade sono di stravagante ampiezza, le piazze maestosamente movimentate,





























le case enormi, belle e allineate in blocchi uniformi


















che si protendono in lontananza dritti come frecce.



















I marciapiedi hanno la stessa larghezza di una normale strada europea, e sono sormontati da doppie arcate, sorrette da pilastri di pietra o da colonne.

Si può camminare da un capo all’altro di queste strade spaziose, sempre al riparo;

e tutto il percorso è costeggiato da negozi tra i più belli e da trattorie assai invitanti.

 


 















C’è una lunga vasta galleria, tutta luccicante di negozi perversamente attraenti, che ha il soffitto a vetri, alto lassù sulla testa, ed è pavimentata con marmi dalle tenui sfumature, che formano dei graziosi motivi;

e di notte, quando questo luogo brilla di luce ed è popolato da un’allegra, chiacchierona e ridanciana moltitudine di gaudenti, lo spettacolo è degno di essere visto.

Tutto è su vasta scala; gli edifici pubblici, ad esempio, oltre ad essere vasti,


sono d'architettura imponente


 Le grandi piazze ospitano grandi statue in bronzo.
 
 
 A Torino si deve leggere un bel po',

 
perché ha più librerie in rapporto alla superficie, che in qualsiasi altra città che io conosca.

 



Mark Twain - Vagabondo in Italia - 1880

mercoledì 12 agosto 2015

12 agosto 1958 - La Foto Impossibile

Dal momento che tutto successe proprio il 12 agosto,  ripropongo questo  post  già pubblicato l'8 febbraio 2013


The Terminal, Steven Spielberg e una foto che sembrava impossibile 

Viktor Navaroski, cittadino del fittizio stato di  Krakozhia, atterra  a New York mentre a casa sua è in atto un colpo di stato. Per questo le autorità gli  negano il visto d'ingresso, e lui per nove lunghi  mesi   rimane  bloccato in aeroporto senza poter mettere un  piede fuori dal JFK  Impara un po' di inglese,  stringe qualche amicizia, lavoricchia  e si innamora pure di una bella hostess, finché non riesce ad andare finalmente a New York per realizzare una promessa fatta al padre: ottenere l'autografo di Benny Golson, famoso sassofonista di jazz.  Viktor infatti rivela  che   il suo defunto padre, grande appassionato di jazz, dopo aver letto su un giornale ungherese del 1958 la storia della "Foto di Harlem", per quarant'anni ha inseguito l'autografo dei cinquantasette jazzisti ritratti, e prima di morire li  ha ottenuti tutti tranne uno: quello di Benny Golson. Completare la collezione del padre è diventata per Viktor un impegno d'onore, ed è la ragione che lo ha spinto a volare fin negli Stati Uniti. 
Questa, detta con parole mie, la trama del film di Spielberg che  francamente non può  annoverarsi tra i suoi migliori.


ma contiene un piccolo segreto che  a parte i fanatici jazzomani,  sono in pochi a  conoscere:  la storia della  "Foto di Harlem" non è stata una trovata dello sceneggiatore. I cinquantasette jazzisti sono stati davvero ritratti tutti insieme ad Harlem il 12  agosto del 1958,



E' una storia intrigante che è stata  raccontata in A GREAT DAY IN HARLEM,  un documentario che molti considerano il più bello mai girato sulla storia del jazz.


Le cose erano andate  così:



Robert Benton,


















all'epoca editor della rivista Esquire, e  che sarebbe diventato poi sceneggiatore e regista, tra gli altri film, anche di Kramer contro Kramer,

 voleva trovare la maniera di celebrare  la golden age del jazz,   periodo di massimo fulgore di quella  musica  che alla fine deglia anni cinquanta   traboccava di personalità  stratosferiche, dai grandi pionieri  come Armstrong, ai leader di big bands  come Duke Ellington, ai  boppers agli esponenti del cool jazz, tutti giganti del calibro di  Miles Davis, Sonny Rollins, Thelonius Monk, Charlie Mingus e compagnia bella.
Pensò di chiamare Art Kane,















fino ad allora giovane  art director  appassionato di jazz, che  mai aveva immaginato di diventare fotografo professionista, e Kane se ne uscì con un'idea folle: riuniamo   tutti i jazzisti disponibili, e   scattiamo loro una bella  fotografia.  Tutti sapevano che sulla categoria dei musicisti non  si poteva fare molto  affidamento: nottambuli, indisciplinati e del tutto privi  dell'idea di puntualità, sembrava impossibile riuscire a raccoglierne tanti contemporaneamente, ma Benton  decise che valeva la pena di  provarci.



Art Kane, non essendo un vero fotografo,  non disponeva di uno  studio  e  pensò di organizzare la sessione fotografica all'aperto, in una qualsiasi strada di Harlem.  Al Cotton club  suonava l'orchestra di Ellington, il mitico teatro Apollo  nelle serate del dilettante aveva permesso a tanti talentuosi musicisti di esibirsi per la prima volta davanti ad un vero pubblico, insomma   Harlem era lo scenario ideale per una foto del genere. Nessuno ricorda più  perché  proprio quell'angolo tra la diciassettesima e la centoventiseiesima, davanti a quella brownstone color terra,


secondo qualcuno la strada era familiare perché c'era un alberghetto che per pochi soldi  dava vitto e alloggio agli spiantati. E spiantati effettivamente i musicisti lo erano quasi tutti. L'appuntamento fu fissato per le dieci di mattina, altra follia considerando che questa era gente abituata ad esibirsi in jam sessions da un locale all'altro andando  avanti a suonare fino alle cinque del mattino. E a New York allora  si suonava tutte le sante notti. Gerry Mulligan racconta che fu subito affascinato dalla proposta ma fino all'ultimo rimase praticamente certo che non si sarebbe mai potuta concretizzare. Invece, com'è e come non è,   e a dispetto di ogni ragionevole  previsione,  i jazzisti convocati arrivarono tutti. Arrivò in tempo anche Willi "the lion" Smith,
leggendario maestro dello stride piano che nella foto ufficiale  non compare perché proprio nel momento dello scatto si era allontanato per pochi minuti. Con lui sarebbero stati cinquantotto, come l'anno in cui tutto questo succedeva. Ma nella foto ne sono stati immortalati solo cinquantasette. 




Un sogno a occhi aperti per qualsiasi appassionato: cinquantasette solisti in un solo colpo,   mostri sacri come Coleman Hawkins e Count Basie, Lester Young, che qui è ritratto  
con uno strano cappello piatto che lo faceva somigliare ad una via di mezzo tra un  torero e un prete, Sonny Rollins, all'epoca sassofonista giovane ma  già considerato un semidio, 
che nonostante la fama l'anno successivo non esiterà ad abbandonare tutto e tutti per esercitarsi in perfetta solitudine su un ponte sull'East River.  Gli ci vorranno due lunghi anni prima di sentirsi pronto a tornare a suonare in pubblico. 
Charlie Mingus, geniale e strafottente
e perfino  Thelonious Monk, 
il più impenetrabile di tutti, che qualche anno dopo durante una interminabile turnè australiana aprirà bocca soltanto una volta per chiedere "dove cavolo saranno questi fottutissimi canguri",
Dizzy Gillespie che mostra la lingua
e Gerry Mulligan con i suoi inconfondibili cortissimi capelli rossi 
le due regine del pianoforte Marian McPartland e Mary Lou Williams . 


Tutti allegri e contenti come studenti in gita scolastica, qualcuno  con la  macchina foto in mano.
Nei filmati a colori sembra di assistere alla preparazione della  foto di famiglia fuori dalla chiesa, subito dopo un matrimonio.  






















Di lì a poco si sarebbe fatta aperta  la lotta per i diritti civili, black is beautiful e I have a dream, Malcom X e Martin Luther King, ma  già qualcosa del  nuovo orgoglio e della nuova consapevolezza di sè  trapela in questa foto formidabile, che  Robert Benton ha dichiarato avergli insegnato molto, e molto certamente più di quanto avrebbe mai potuto immaginare.
Per  Art Kane fu la pietra miliare che gli fece capire che cosa avrebbe finalmente fatto della sua vita: 
Me ne venni fuori con questa idea oltraggiosa e l'ho vista prendere corpo nel modo in cui l'avevo immaginata, guardare tutti quei musicisti muoversi su quegli scalini nella centoventiseiesima strada era magnifico. Ho capito in quel momento cosa volevo fare della mia vita. Volevo essere un fotografo
e per chi non sa  che faccia avesse  l'uomo per il cui autografo  Viktor Navaroski, cittadino di  Krakozhia, vola fino  a New York, signore e signori  ecco a voi

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