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venerdì 29 settembre 2017

Ricominciamo

E' difficile riprendere dopo più di un anno di latitanza. Un Annus Horribilis (mi perdoni la regina Elisabetta per il plagio), il peggiore della mia vita, mi aveva fatto considerare Varie ed Eventuali un capitolo definitivamente chiuso.
Ma  le cose vanno avanti, le ferite cominciano a cicatrizzare e  sembra ritornare anche il piacere  di  scrivere  frivole amenità su un blog.  In fondo due o tre  argomenti ce li avrei pure, quasi quasi ci riprovo

domenica 5 giugno 2016

Salon de Coiffure




Come le donne, anche gli uomini senegalesi tengono  molto alla loro immagine e Dakar pullula di Salon de Coiffure. Mi sarebbe piaciuto fotografarli tutti ma purtroppo la maggior parte dei barbieri ha mostrato di non gradire, per cui soltanto la foto in alto è mia. Quelle che seguono circolano per la rete ed evidentemente sono state scattate da fotografi più intraprendenti di me, o forse semplicemente, fotografi uomini. 







mercoledì 1 giugno 2016

Bissap e Buy



I Senegalesi, che sono quasi tutti musulmani, non bevono alcolici. Sono invece grandi consumatori di succhi di frutta  e se  li preparano in casa con ingredienti freschi



acquistati sulle bancarelle che si trovano praticamente ad ogni angolo di strada


I più amati sono il bissap- succo di ibisco e  il buy (o bouie) - succo di baobab.  

Il bissap è ricavato dai fiori dell’ibisco che le donne  preparano mettendo a macerare nell’acqua una cospicua quantità di fiori essiccati

Dopo parecchie ore, l'ideale sarebbe  una notte intera,  l’acqua,  che si è colorata di un bellissimo rosso scuro ed ha assunto una consistenza sciropposa e un sapore agro e pungente, viene filtrata e molto zuccherata: i Senegalesi in fatto di zucchero vanno giù pesante.

Il bissap si  beve freddissimo e io l'ho trovato assolutamente delizioso. Non mi spiego perchè invece il karkade,  che si prepara con gli stessi fiori ma con una concentrazione molto più diluita e  si beve caldo, mi sia sempre sembrato repellente, ma tant'è.











L’ibisco ha un sacco di buone qualità: è ricco di vitamina C e di sostanze antiossidanti, è diuretico, facilita la digestione, abbassa la pressione sanguigna e la tensione arteriosa ed è pure blandamente sedativo. Non ho potuto appurare se guarisce anche il ginocchio della lavandaia ma ho letto che può essere congelato e consumato a mo’ di ghiacciolo, oppure mescolato a pari quantità di prosecco e servito come aperitivo. Se volete aumentare il tocco esotico, accompagnatelo con una ciotolina delle loro  arachidi,  che sono un altro prodotto senegalese doc.
Il buy è il succo del baobab, l’albero sacro degli Africani,

intorno a cui fioriscono infinite leggende. Un tempo era l’albero dell’abbondanza: sempre carico di frutti e foglie, era venerato dagli uomini come una divinità fino a che gli dei, ingelositi, non decisero di punirlo capovolgendolo, e così oggi il baobab mostra le sue radici in alto.















Rinomato per le infinite  proprietà benefiche, dicono possa raggiungere anche cinquemila  anni, arriva ad un’altezza di 15 metri e può immagazzinare nel tronco fino 120 mila litri d’ acqua, quanto gli basta per vivere centinaia di anni. Per questo lo chiamano l’albero della vita. 
Il suo fiore dura una notte sola, dal tramonto all’alba, e in quella notte si popola di animali attratti dalla dolcezza del nettare e, dicono, si popola anche di spiriti.
 

Per preparare un succo come si deve  occorre  lasciare per una notte  in ammollo in acqua la polpa disidrata, poi passarla  al setaccio per rimuovere tutti  i semi. A questo denso e aromatico  succo le donne senegalesi aggiungono  zucchero, qualche cucchiaio di latte in polvere per stemperare l'acidità,  e talvolta aroma di vaniglia ma un  metodo meno rigoroso e più sbrigativo prevede di acquistare la polvere di baobab già pronta













e scioglierla nell'acqua in proporzione di uno a dieci:  un grammo di polvere per ogni dieci di acqua, poi zucchero latte e vaniglia a piacere. 
 

venerdì 27 maggio 2016

A Dakar



Il taxi è il mezzo più utilizzato e tutto sommato più veloce per muoversi a Dakar. Ce ne sono tantissimi, sono gialli come i taxi di New York   anche se un po' più sgarruppati, e come a New York girano in continuazione.





Basta mettersi sul bordo della strada e alzare il braccio,














in meno di un minuto sicuramente uno di loro si ferma e ti chiede dove devi andare. Il tassametro non esiste e l’errore più grosso che può fare l’ingenuo turista è salire a bordo senza aver prima contrattato, infatti il tassista spara sempre una cifra sconsiderata e bisogna essere ben preparati per fronteggiare l'attacco.  Di solito, se il passeggero è sufficientemente agguerrito e disposto a rischiare di essere lasciato a piedi (ma succede raramente, e in ogni caso un secondo taxi è sempre in arrivo), l’accordo si raggiunge abbastanza in fretta.
Come in tutte le grandi città, ma forse nelle città africane ancora di più, il traffico è caotico e rumoroso


































e   i tempi di percorrenza si allungano di parecchio, ma d'altra parte la puntualità qui non è considerata un imperativo categorico, e poi questa è  anche un'ottima  maniera per  osservare da una postazione privilegiata   tutto il baillamme colorato che si srotola  lungo la strada.



Infatti  sembra che  ogni singolo abitante abbia  qualcosa da vendere, e visto che soltanto  pochi possono disporre di un vero negozio, il commercio si può svolgere tranquillamente  sullo spartitraffico senza che nessuno trovi qualcosa da ridire.
  































Viaggiando per i quartieri ci si rende conto anche che gli artigiani non sono una razza estinta 


e si  capisce anche che, se non si vuole puzzare di gas di scarico,  è buona norma non portare  il bucato in certe lavanderie 

mercoledì 25 maggio 2016

Di nuovo in pista

Tra le curiosità parigine di cui Varie ed Eventuali aveva in mente di parlare prima della lunga pausa di riflessione c’era uno strano edificio a forma di pagoda, situato al numero 50 di Boulevard Voltaire, nell’11esimo arrondissement.



Era una sala da spettacolo progettata nel 1864 dall’architetto Charles Duval
sulla base del progetto per un autentico palazzo cinese dei nostri tempi
come aveva scritto all'epoca  l'autore

 


ed era stato battezzato Bataclan in omaggio a Jacques Offenbach che pochi anni prima aveva portato sulle scene Ba-Ta-Clan, un’operetta di ambientazione cinese.
Inaugurata l’anno dopo come sala da café concert, ospitava spesso anche spettacoli di vaudeville. Al primo piano si ballava.
Le cose erano andate bene per qualche tempo poi, un po’ per svariati passaggi di proprietà e un po’ perché il gusto del pubblico è volubile, il Bataclan ai primi del novecento è un locale con un passato luminoso ma con un futuro molto incerto.
Risorge nel 1910, grazie ad un accurato restauro ma soprattutto per merito delle piume e i lustrini delle riviste che mette in scena  José de Bérys,
 

















ed è proprio sul palcoscenico del Bataclan che Maurice Chevalier coglie i primi veri successi.















Nel 1926 si susseguono  un nuovo passaggio di proprietà e la trasformazione in cinema, poi negli anni trenta un incendio disastroso distrugge il tetto a pagoda.



Il locale continua a  vivacchiare senza infamia e senza lode fino a circa il millenovecentosettanta, quando l'ultimo proprietario decide di chiudere il cinema e la sala torna ad essere utilizzata come teatro.

Oggi il Bataclan ospita concerti e spettacoli, e da qualche anno è stato ridipinto con i colori originali anche se il fascino della vecchia fantasiosa pagoda è andato a fuoco nell’incendio del 1933.



Questo era tra le bozze in via di pubblicazione quando la sera del 13 novembre 2015 ci fu il terribile attentato,  e il coraggio di parlare di futili amenità venne meno. Sono passati parecchi mesi e sono successe tante altre cose, la maggior parte brutte. Ma il mondo va avanti lo stesso, e ci siamo resi conto che parlare di qualche futile amenità ogni tanto aiuta a non vedere del mondo soltanto il lato nero.

lunedì 24 agosto 2015

Di pittura, di soffitti, di panche e di gesti generosi

cito testualmente:
Nei primi giorni di novembre 2013 e per la prima volta in un'Istituzione Museale Italiana, Nedko Solakov ha lavorato instancabilmente  durante l'orario di apertura del mueso - e quindi sotto gli occhi dei visitatori della GAM...... Nedko, salendo e scendendo le scale per la realizzazione di Eight Ceilings - opera che grazie alla Fondazione per l'Arte Moderna e Contemporanea CRT, ora fa parte della collezione permanente GAM - ci ha fatto osservare che non tutti i visitatori avrebbero potuto vedere il suo lavoro. Così, dopo una visita alle nostre collezioni, ha deciso di disegnare anche sulle panche e donare alla GAM il lavoro Thirteen Benches. Un gesto generoso fatto con l'intento di garantire a tutti i visitatori, compresi coloro che per necessità non accedono alle collezioni attraverso le scale e non possono quindi godere dell'opera sui soffitti, di relazionarsi al suo lavoro lungo il percorso espositivo.  Osservando i soffitti e scrutando le panche vi troverete coinvolti in un'avvincente ricerca delle molteplici tessere disseminate negli spazi di collegamento del museo e lungo il percorso espositivo

 
con l'intento di rendere partecipi anche i lettori di V.ed E. impossibilitati a godere di persona dell'opera torinese del  Maestro, crediamo di compiere opera meritoria condividendo un modesto estratto del lavoro in oggetto


Dal momento che non solo  le dimensioni dei soffitti ma altresì le dimensioni della superfici dipinte sono sensibilmente inferiori alle dimensioni della Cappella Sistina, si è  ritenuto di far cosa utile, per facilitare l'avvincente ricerca delle molteplici tessere disseminate negli spazi di collegamento del museo e lungo il percorso espositivo,   evidenziare con freccia rossa e, ove necessario, anche con l'immagine di un paio di occhiali,  i punti più significativi che ad un  un occhio distratto potrebbero sfuggire. 






Thirteen Benches
Una delle tredici  panche - visione d'insieme

il particolare

un'altra delle tredici  panche - visione d'insieme
il particolare

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