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lunedì 27 giugno 2011

Di mancini, di parate e di commozione


Io sono andata a scuola dalle suore. Prima e  seconda elementare. Non essendo mai stati noi  praticanti, mi sono sempre domandata il perché di questa decisione dei miei e se fino ad oggi non ho  trovato una spiegazione logica devo rassegnarmi al fatto che non lo capirò mai. 
Ma ai fini di ciò che  mi è tornato in mente e che voglio raccontare,  che la mia   maestra  fosse  una suora, Suor Renata per la precisione,  non ha assolutamente nessuna rilevanza. 
Era solo per dare un incipit alla storia.   Classe mista, però con una  maggioranza schiacciante di bambine. Ma nemmeno questo ha molta rilevanza. La cosa di cui voglio raccontare è che una delle mie compagne, che se non ricordo male si chiamava Olimpia, era mancina: Usava la mano sinistra al posto della destra!
Ma dal momento che Suor Renata era un'insegnante moderna e preparata,  si guardava bene dal rimproverarla. Le toglieva semplicemente  la penna dalla mano sbagliata e con voce suadente raccomandava a noi bambini di fare altrettanto ogni volta che l'avessimo vista  prendere  la penna con la mano sinistra.  Devo dire che solo molto tempo dopo ho realizzato che per la poverina essere sottoposta al controllo di  tutta una  classe di spocchiosi bambinetti  deve esser stato un vero e proprio  incubo, e credo anche di aver capito solo molto tempo dopo le ragioni del suo repentino cambio di scuola a metà dell'anno. Fatto sta che  di Olimpia e della sua strana anomalia  mi ero completamente dimenticata.
Me ne sono ricordata, come in un flash,  al New York Gay Pride, un paio di anni fa, quando mi sono sfilate davanti agli occhi migliaia di persone, e in ciascuno di loro ho rivisto  Olimpia e il suo incubo di essere costantemente sottoposta al controllo e  al giudizio di  sciocchi spocchiosi,  convinti dalla suor Renata di turno  di stare dalla parte della ragione a prescindere








Un po' mi dispiace di non essere stata presente alla parata 2011,  capitata a così poche ore dalla storica approvazione della legge sul matrimonio omosessuale. E immagino anche quante felicità e quanta   commozione si saranno mescolate alla  rumorosa allegria di ogni anno.
Ma tutto sommato  è  meglio così,  mi sarei commossa anch'io e avrei di sicuro pianto come un vitello  e se c'è una cosa che io  detesto è proprio piangere in pubblico.

sabato 4 giugno 2011

Di sindaci, di donne e del nuovo direttore del New York Times

C'è una cosa su cui prima delle elezioni avrei scommesso la camicia, ed è un peccato che non lo abbia fatto davvero perché avrei di sicuro vinto: avrei giurato che chiunque fosse stato il sindaco  eletto,  per prima cosa avrebbe sparato   una banalità grossa come una casa:  la mia giunta sarà costituita per metà da donne.  Chiariamo:    non credo di essere antifemminista, per carità, però la storia delle  quote rosa mi  ha  sempre fatto venire l'orticaria, e  l'idea che si possa affidare   un qualsiasi incarico ad una persona soltanto  in base al fatto  che è nato donna, o uomo,   mi sembra  una  asinata che non sta nè in cielo nè in terra.  Uno nasce genio e un altro nasce balengo, a prescindere dall'apparato genitale che gli ha dato madre natura.
O no?
Ma non confondiamo le carte: mi lusinga  l'idea che una giunta possa essere  casualmente composta per la metà da donne, o  tutta di  donne.  Ma che siano intelligenti, competenti e  professionalmente preparate,  non certo le  oche arroganti che a decine oggi  ci affliggono.
Intelligente competente e professionale  certamente è  Jill Abramsom,  prima donna in centosessant'anni ad essere nominata direttore del New York Timesche  è arrivata fin dove è arrivata  non perchè è una donna ma perchè è una persona che sa fare bene  il suo mestiere. Punto.
Ma dal momento  che in materia di  banalità anche gli americani non si fanno mancare nulla,  uguali uguali ai nostri neo sindaci, Al Hunt, direttore di Bloomberg ha detto   che   ha più attributi lei dei giocatori di una squadra di baseball.  E magari è perfino  convinto di averle fatto un complimento.
















mercoledì 21 aprile 2010

Thrift Shop

A New York è facile trovare thrift shops, negozi di seconda mano. Ce ne sono di tutti i tipi, dalla boutique di lusso che offre abbigliamento vintage ultragriffato ai magazzini di mobili usati grazie ai quali   ci si può  arredare tutta  la casa  con pochi  dollari. A patto di non pretendere la luna, of course. 
La cosa in effetti non deve sorprendere: i newyorkesi cambiano casa con una frequenza impressionante,  i traslochi costano uno sproposito ed è molto  più conveniente disfarsi in un modo o nell'altro dei mobili vecchi piuttosto che portarseli appresso appartamento dopo appartamento, e così se abbandonare i mobili sulla strada non è sempre possibile,  parecchi ricorrono al thrift shop lasciando in eredità per lo più  divani sfondati  e  tavoli  traballanti, ma con un minimo di voglia di spulciare (qualche volta non solo in senso metaforico) può capitare di  trovare una sedia graziosa o una scrivania che può ancora  fare la sua  discreta  figura.
Dato che questa gente compra compulsivamente di tutto salvo sbarazzarsene la settimana dopo,  nei thrift shops si possono perfino  trovare a prezzi scontatissimi  caccavelle da cucina ancora  imballate, soprattutto nei centri di raccolta dell'Esercito della Salvezza

o in uno dei diecimila centri i cui incassi vanno  a sostegno di cause benefiche. 


Nel Village è difficile che qualcuno abbandoni   poltrone con le molle di fuori ma in compenso gli scaffali  dei second hand    rigurgitano  di borsette, deliziosi cappellini e scarpe nuove di zecca (solo quelle femminili, perchè gli uomini le loro scarpe le cedono  dopo averci fatto almeno una passeggiata, e infatti le scarpe maschili sono lucidissime sì,  ma  tutte piuttosto  personalizzate)


















In uno di questi negozi ho fatto l'affare della mia vita: per poche decine di dollari avevo comprato un delizioso giacchino ricamato, con la convinzione che mai e poi mai avrei avuto l'occasione di sfoggiarlo. Mi  venne utilissimo invece  la sera del mio sessantesimo compleanno, quando vedendomi con il solito golf nero qualcuno mi disse che sarebbe stato il caso di vestirmi elegante

mercoledì 14 aprile 2010

winter garden al financial district


Nel cuore del financial district, esattamente davanti alle due torri gemelle del World Trade center, era stato realizzato un grande giardino d'inverno tutto vetrato. All'interno, ci avevano messo sedici palme fatte arrivare dritte dritte dal deserto del Mojave,  una vera attrazione raccomandata da tutte le guide turistiche, e la gente ci andava per pranzare in uno dei tanti localetti all'interno o semplicemente per riprendersi dall'emozione di aver appena visto uno dei panorami urbani più straordinari del mondo, ma posso dire che già  soltanto sperimentare l'ascensore in grado di salire al centosettesimo piano in poco più  di un minuto  era  un'emozione  di tutto rispetto.













L'11 settembre aveva raso al suolo le torri, ma il Winter Garden era rimasto in piedi. Devastato, semidistrutto e invaso di macerie, ma ancora in piedi. Il lavoro di restauro fu impegnativo  e costoso,  quasi sessanta milioni di dollari, ma dopo poco più di un anno l'area fu nuovamente aperta al pubblico. 








Sono tornate anche le  sedici  palme, ma stavolta  il deserto del Mojave non c'entra,  queste nuove sono palme della varietà Washingtonia, sono alte più di dodici metri  e vengono dalla Florida. 
All'interno dell'area coperta, che un pavimento in costoso marmo rende un filino  troppo asettica e freddina per i miei gusti,  una quarantina di ristoranti, un numero imprecisato di negozi,  e poi  rappresentazioni teatrali, concerti e manifestazioni culturali e artistiche in ogni stagione dell'anno rendono la  zona meritevole di una capatina e capace di regalare una sosta gradevole.  Nonostante il pavimento di marmo. 




giovedì 8 aprile 2010

Lincoln Center, il MET e il Set







Metropolitan Opera  di New York confidenzialmente detto Met, il  palcoscenico  che ogni cantante lirico sogna di calcare, è solo una parte dell'imponente  complesso architettonico che comprende sei grandi edifici in marmo bianco situati nell'Upper West Side a pochi passi da Columbus Circle e da Central Park West. Il complesso è il Lincoln Center for the Performing Arts, ed è fin troppo facile immaginare che sia stato intitolato alla memoria di  Abramo Lincoln, il presidente che morì, se ricordate, per mano di un personaggio che abbiamo già avuto modo di incontrare. 
Fin troppo facile previsione, dicevamo, ma sbagliata, perchè il Lincoln che si vuole omaggiare fu  invece il primo  agricoltore ad aver iniziato l'opera di dissodamento dei terreni circostanti.
Qui hanno sede alcune tra le più importanti istituzioni culturali di tutti gli USA:  Metropolitan Opera, New York City Ballet, New York Philarmonic, la famosissima Julliard School oltre ad un considerevole numero di istituzioni minori.





































Uno spettacolo al Lincoln Center può essere costosissimo, ma non è raro assistere a  eventi gratuiti di tutto rispetto, e  nella bella stagione un'orchestra suona sempre nella piazza centrale,  dove  nugoli di  impiegati seduti intorno alla fontana sotto il grande tendone bianco riescono a ingerire durante una sola pausa pranzo   calorie sufficienti a  rendere obeso  un esercito.


E' l'estate la stagione migliore per godersi una quantità incredibile di  spettacoli low price, a partire dal Mostly Mozart Festival, uno dei più importanti festival di musica  da camera in cui si suona  da Bach a Schoenberg e  non soltanto Mozart,  fino al  Midsummer Night Swing dove   magnifiche  orchestre   si avvicendano a suonare  mentre la gente intorno balla  fino a notte.  
Sono tutti bravissimi, i musicisti che suonano da dio e i ballerini che ballano come veri professionisti, tanto da far sorgere il sospetto che siano in realtà tutti   ballerini in cerca di  scrittura. 
A  patto di non lasciarsi  influenzare dal triste dubbio di trovarsi tra  disoccupati che danzano per  disperazione,  stare lì  è divertente come essere nel  mezzo di un musical di Broadway.
Ma il gioiello di tutto il Lincoln Center è il  Metropolitan Opera House,  un teatro in grado di accogliere quattromila spettatori, tutto   rivestito in travertino bianco, con la facciata scandita da cinque altissime  arcate,  





























un proscenio alto sedici metri,  un palcoscenico altamente meccanizzato che permette la messa in scena di uno spettacolo diverso per ogni giorno della settimana,  tappeti rossi lampadari di cristallo  e scenografiche scalinate nel foyer. 



























































Pare che perfino il sipario in damasco dorato sia il più grande sipario del mondo, ti pareva. 
Marc Chagall avrebbe voluto chiudere gli spazi tra  le cinque arcate con   vetrate istoriate da lui, ma la paura che qualche idiota teppista  potesse distruggerle a colpi di pietra fece tramontare il progetto e Chagall dovette accontentarsi di realizzare due soli dipinti (forse cinque sarebbero stati troppo  costosi anche per il teatro più grande del mondo)  che sono stati  sistemati  davanti alle vetrate, 
























è vero, ma che per  timore che la luce del sole li possa rovinare, durante la giornata  vengono  tenuti accuratamente coperti e sono  esposti soltanto  verso sera.

Nello shop sono  in vendita i CD e i DVD di tutte  le incisioni realizzate al Met, e anche soltanto un veloce sguardo alle  etichette è sufficiente per rendersi conto che su  quelle scene sono saliti TUTTI i più grandi artisti del mondo.


























Dimenticavo: nello shop sono in vendita anche alcuni costumi di scena. Prendete nota, in  caso qualcuno vi invitasse improvvisamente ad un ballo in maschera.







E se  si è capito che abbiamo parlato di Lincoln Center e di Met, qualcuno si chiederà perchè caspita mi sia venuto in mente di alludere nel titolo anche  ad un set. 
Svelerò l'arcano: prima che si costruisse il Lincoln Center, questa era zona di slums poverissimi da cui gli abitanti furono fatti sloggiare per essere  trasferiti più a nord.  Prima che iniziassero  le demolizioni,  la zona fu scelta come set cinematografico e proprio qui vennero girati gli esterni di West Side Story
































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