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mercoledì 9 ottobre 2013

A proposito di Rachid, di lauree e di quarti d'ora di celebrità

Ho conosciuto Abdul quando, adolescente che non spiccicava una parola di italiano,  vendeva fazzoletti e braccialettini in giro per Torino. 

Devo ancora capire adesso se possedeva il dono dell'ubiquità, il fatto è che dovunque andassi lo incontravo. All'uscita del teatro dopo lo spettacolo, davanti alla Feltrinelli di piazza Castello,  di fronte al cancello del Teatro Regio dopo la prova generale, lui era lì. Immancabilmente. Abbiamo cominciato a chiacchierare un po' alla  volta mentre il suo italiano migliorava a passi da gigante,  e altrettanto un po' alla volta siamo diventati buoni amici. 
Nel frattempo avevo fatto anche  conoscenza con i suoi fratelli:  Sahid,  


(beniamino di  professori e   studenti di palazzo Nuovo, il quale non solo è  perfettamente a suo agio  tra  congiuntivi e consecutio temporum, ma addirittura sa esprimersi  in un  piemontese così impeccabile  che Borghezio se lo sogna), e  Rachid, il più piccolo della famiglia. 


Per questo quando è arrivato il gran giorno sono andata alla discussione della sua tesi 


armata della mia solita macchina fotografica e di  una buona dose di emozione. 




Emozione che, ho potuto constatare, siamo stati in molti a condividere.





Il giorno dopo  tutta Torino parlava di Rachid,  e anche i maggiori quotidiani   hanno dedicato spazio alla sua storia.  Se ne è interessata perfino  la televisione (al minuto 10,40 del notiziario)
Per un nanosecondo sono stata inquadrata anch'io e tanto è bastato perché mi piovesse addosso  una quantità di messaggi,  mail e telefonate  di congratulazioni, manco fossi stata io a laurearmi. Insomma, grazie a Rachid ho avuto anche io il quarto d'ora di celebrità di cui parlava Andy Warhol

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