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giovedì 3 novembre 2011

Di Henri Matisse, di astrattezza e di omelette


Tra il 1909 e il 1910 Matisse aveva  lavorato intorno al tema della danza dipingendo due versioni molto simili  di uno stesso quadro,  "La danse". Entrambe le versioni  hanno  dimensioni notevoli,  circa  due metri e mezzo per quattro,    la prima  oggi si trova al MoMa di New York










mentre  la seconda è custodita  all'Ermitage di San Pietroburgo, dopo esser stata  confiscata al collezionista  Sergei Schuckin durante  la rivoluzione di ottobre.











Bastano  tre colori appena per  inventare uno  spazio irreale e privo di  connotazioni naturalistiche in cui   le  cinque figure,    delineate con poche pennellate nere,  sembrano muoversi galleggiando.














Sono lavori di un'astrattezza assai  notevole  ma anni dopo,  per un'opera  commissionatagli da un collezionista americano e ora conservata  al Palais de Tokio  di Parigi,



Matisse si  spinge ancora  più avanti e   tratteggia   queste sinuose figure prive di volto che nel  primo pannello,  datato 1932,    posseggono ancora una certa  astratta fisicità.



Nel lavoro dell'anno successivo però  l'astrattezza si accentua ancora di più. Nel dipinto non ci sono   ombre, non c'è la terza dimensione, non c'è lo spazio, soltanto macchie di colore.  I corpi non sono altro che macchie di colore, eppure quelle macchie danzano, indubitabilmente.  E succede una cosa sorprendente, come quando  si accende una lampadina nel cervello e tutto diventa finalmente chiaro. Capisci che quella che stai guardando non è una  scena di danza,  Matisse in realtà  ha tradotto con colori e pennelli il concetto filosofico di danza. 

Quello che ad uno sguardo distratto poteva apparire come  una  mera semplificazione   è in realtà il punto di arrivo  di un percorso concettuale molto complesso e raffinato, ma la cosa più straordinaria è che Matisse conduce  lo  spettatore a sentirsi, per un verso o per un altro,  partecipe di quello stesso percorso.   

Grandissimo pittore,  uno dei più grandi di tutto il novecento,  su questo non ci piove. Però parlandone da vivo, come diceva la buonanima di tota Rosina,  qualche piccolo difetto ce l'aveva pure lui, secondo l'opinione della  cuoca di Gertrude Stein. 

"Hélène aveva le sue opinioni, per esempio non le andò mai a genio Matisse.  Diceva che un francese non dovrebbe rifiutarsi senza preavviso a pranzo, specialmente quando si è informato prima dalla servitù che cosa c'è da mangiare. Diceva che gli stranieri hanno tutto il diritto di far cose simili, ma non un francese. E Matisse l'aveva fatto una volta. Cosicché quando la signorina Stein le diceva "Monsieur Matisse stasera si ferma a pranzo" lei rispondeva "Allora non preparo un'omelette, ma le uova al burro. Ci vuole lo stesso numero di uova e la stessa quantità di burro, ma è molto meno di riguardo e così capirà"

Gertrude Stein -  Autobiografia di Alice Toklas - Traduzione di Cesare Pavese. Pag. 15 - Ed. Mondadori 1963


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