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martedì 9 aprile 2013

Palazzo Madama.


Non si può dire che noi torinesi non facciamo le cose in grande dal momento che  in una piazza siamo riusciti a mettere ben due castelli: Palazzo Reale e Palazzo Madama. Con un guizzo di originalità subalpina,  l'abbiamo anche  chiamata piazza Castello, forse a beneficio di qualche  passante distratto.   Di Palazzo Reale parleremo in seguito, non appena avrò controllato che la mia scarsa memoria e le poche  reminiscenze  scolastiche non mi facciano dire troppe  asinate

Ora, dopo un breve e superficiale ripasso, ci occupiamo di Palazzo Madama. 

Ci tocca prenderla alla lontana: bisogna sapere che Torino, l'antica Iulia Augusta Taurinorum, era stata costruita   dai Romani  con l'impianto del castrum, l'accampamento militare  a scacchiera formato da maglie quadrate, come si vede  nella mappa 

che magari è un po' troppo schematica ma rende bene l'idea, posta sulla  Porta Palatina 


Le vie si incrociavano tutte rigidamente  ad angolo retto (in alto a destra l'unico elemento di disturbo diagonale, dovuto alla  Dora Riparia che passava proprio di  lì),   e Cardo e  Decumanus, perpendicolari tra loro,  costituivano le due arterie principali  alla cui  estremità si aprivano nelle mura   le quattro porte  della città: ai lati del cardo la Porta Sinistra, detta poi Porta Palatina, e la Porta Destra, detta anche Porta Marmorea per le decorazioni di pregio che la abbellivano. Ai lati del decumanus la Porta Praetoria e la Porta Segusina. La Porta Palatina della foto qua sopra è l'unica  rimasta in piedi e, detto per inciso,  i merli sulla torre di sinistra non sono per niente romani ma  sono stati aggiunti intorno al quattrocento. Non chiedetemi perché da una parte sola,  non lo so. 
Al  tempo delle invasioni barbariche le porte romane  vanno in rovina, e intorno alla fine del 1200 ai  resti della  Porta Praetoria, dalla parte che guarda la collina, Guglielmo VII marchese di Monferrato fa' addossare  una casa forte  munita di torri e un cammino di ronda 


che passa poi al suo vincitore Tommaso di Savoia. Più o meno un secolo dopo, Giacomo d'Acaja realizza un nuovo ampliamento e però sarà Lodovico d'Acaja a completare i lavori e  dare a questa parte di castello l'aspetto di fortezza medievale  che mostra oggi  sul lato  verso via Po. 
Maria Cristina di Francia,  la vedova di Vittorio Amedeo I detta Madama Reale, ci va ad abitare intorno alla metà del seicento,  naturalmente realizza ulteriori abbellimenti  e  il palazzo diventa per tutti Palazzo Madama, ma  sarà   la  seconda Madama Reale, Maria Giovanna  Battista di Savoia-Nemours  vedova di Carlo Emanuele II e madre di Vittorio Amedeo II, a far realizzare la splendida facciata verso Palazzo Reale, opera del genio di  Filippo Juvarra.  I lavori iniziano nel 1718 e si concludono nel giro di tre anni.  

  
Il 29 marzo del 1720 gli operai iniziano a costruire lo scalone, a partire dal primo gradino della rampa di destra
Marziano Bernardi,  grande critico d'arte, scrive 
le due possenti rampe dello scalone e l'immenso atrio sono il pieno trionfo
 di una fantasia  tanto fervida quanto misurata ed elegante...... 
Chi contempla lo scalone dal primo pianerottolo ... 
ha una visione di magnificenza e di armonia, di solennità e di grazia, 
di robustezza strutturale e di raffinatezza ornamentale quale è difficile 
trovare in Italia in altra architettura del medesimo periodo.
Per due volte il palazzo rischia la demolizione: ed è Napoleone in persona a  salvarlo  in extremis  la prima volta, respingendo la proposta del rivoluzionario  generale Menou di raderlo al suolo. Nel 1831 quel pazzo scatenato di Alessandro Antonelli vagheggia (pure lui) di buttare tutto giù e realizzare  una grande piazza vuota, da contornare poi di edifici neoclassici. Per  fortuna nessuno gli dà retta.





Parecchie sono le vicissitudini che il povero palazzo  ha dovuto attraversare dopo la morte di Madama Giovanna Battista: alla fine del settecento diventa sede del governo provvisorio francese e in seguito della corte d'appello napoleonica. Dopo la Restaurazione sul suo tetto viene impiantato l'Osservatorio Astronomico   che resta in piedi  fino al 1912.


Ospita la Pinacoteca della Galleria Sabauda fino al 1865, è sede del primo Senato Subalpino (ricostruito purtroppo solo temporaneamente, ed è un vero  peccato,  in occasione della mostra per i 150 anni dell'Unità d'Italia), 


poi fino al 1923 sede della Corte di Cassazione. Il  29 marzo 1849 Vittorio Emanuele nelle sue sale  presta  il giuramento  allo Statuto, e al proposito si racconta che un rosone di stucco di qualche chilo si staccò dal soffitto sfiorando appena la manica del re. Vittorio si guardò la manica e imperturbabile disse al ministro Menabrea che gli stava vicino "Ch'ai fasa nen atensiùn, i na vedruma bin d'autre" Non ci faccia caso, ne vedremo ben delle altre.....



Oggi ospita il Museo Civico di Arte Antica




ed il suo fiore all'occhiello è il magnifico  Ritratto Trivulzio di Antonello da Messina



martedì 8 aprile 2008

La fetta di polenta

Abbiamo già avuto modo di parlare del signor Antonelli
a proposito della Mole Antonelliana. Poco più in là, in corso san Maurizio angolo via Giulia di Barolo, c'è una casa che non sfigurerebbe nel Guinness dei primati.
E' una casa a pianta trapezoidale, larga cinque metri scarsi sul lato lungo e solo settanta centimetri sul lato corto. E' conosciuta a Torino come la Fetta di Polenta, e Alessandro Antonelli la progettò e costruì su un piccolissimo lotto di terreno di proprietà della moglie, che di cognome faceva Scaccabarozzi. La gente diceva che su quel minuscolo appezzamento non ci sarebbe potuto stare neanche un pollaio, e il Nostro, a cui le scommesse dovevano piacere un sacco, riuscì a costruirci una casa di sei piani, e pazienza se la scala di accesso era talmente minuscola che per fare entrare i mobili negli appartamenti si dovette installare una carrucola per farli passare dall'esterno.






Piccola curiosità: in questa casa ha abitato anche Niccolò Tommaseo, e proprio qui ha composto Per l'Editore Pomba il Grandioso Dizionario Monumento Imperituro della Lingua Italiana.






da pochissimo è diventata una galleria d'arte, ma per visitarla bisogna prenotarsi per tempo.
Cosa che io sabato non ho fatto, e allora non ho potuto fare altro che scannucciare l'atrio di ingresso dai vetri.




postilla del giorno dopo: leggo sulla Stampa di oggi
che Bruno Gambarotta, più avveduto di me, sabato si è prenotato per tempo ed è riuscito ad entrare.

venerdì 14 marzo 2008

E pensare che doveva diventare una Sinagoga



Doveva avere un bel caratterino l’architetto Alessandro Antonelli nato a Ghemme, dalle parti di Novara, alla fine del millesettecento. Secondogenito di una numerosa famiglia, ...fu mandato a studiare ginnasio e liceo in Milano; contemporaneamente prese a dedicarsi allo studio del disegno nell'Accademia di Brera. Iin appresso si trasferì a Torino per gli studi universitari. Quivi si dedicò in modo particolare a studiare disegno e architettura nella scuola di Buonsignore, ma non trascurò gli altri rami d'insegnamento e non mancò di fare buon fondamento di studi di matematica e di meccanica. Nel collegio Caccia studiò privatamente la geometria descrittiva, ramo di studio che introdotto nell'università sotto il regime Napoleonico, era stato abbandonato in quell'epoca. Laureatosi ingegnere architetto nel 1824, entrò negli uffici tecnici del Demanio ... eccetera eccetera
Il suo nome è indissolubilmente legato al monumento simbolo di Torino, quella Mole che grazie a lui si chiama per l’appunto Antonelliana. E’ un edificio molto particolare, prima di tutto perchè è tutto in muratura, l’edificio in muratura più alto d’Europa, più di 167 metri. Era partita come sinagoga: la comunità ebraica aveva in animo di realizzare un tempio con annessa scuola, e scelse come architetto progettista il nostro Antonelli, il quale presentò un progetto che prevedeva una cupola alta una cinquantina di metri. In corso d’opera il Nostro cominciò ad inventarsi una serie di modifiche e varianti che avrebbero dovuto innalzare la cupola di un altro bel centinaio di metri. Il che significò, parallelamente, crescita esponenziale dei costi e smisurato allungamento dei tempi di costruzione, fino a che i committenti dissero basta, grazie, fecero chiudere l’edificio con un tetto provvisorio, e capirono che era il caso di farsi progettare un’altra sinagoga da un’altra parte e da un altro architetto. la Mole restò per qualche anno abbandonata, fino a che la città la prese in carico, dando in cambio alla comunità ebraica un altro appezzamento di terreno e decidendo che la mole sarebbe stata dedicata a Vittorio Emanuele II. Antonelli ricominciò con i suoi deliri e l’edificio riprese ad alzarsi: 146, poi 153 e alla fine 167 metri. Antonelli nel frattempo diventava sempre più vecchio, e giunto alla soglia dei novant’anni, per poter seguire i lavori ai vari livelli si era fatto costruire un’ascensore a carrucola che lo portava su e giu.
Di problemi la povera Mole ne ha passati parecchi, a partire dal terremoto del 1887. Nel 1904 un nubifragio fece cadere il genio alato che ne decorava la punta e che fu sostituito da una stella, rimasta a sua volta in piedi fino al 1953, quando un altro nubifragio fece crollare pure lei insieme a una quarantina di metri della punta. Fu una tragedia. Per molto tempo fu praticamente vuota, ospitò qualche mostra (una in particolare: Lo Specchio e il suo Doppio) ma in realtà se ne utilizzava soltanto l’ascensore panoramico per salire al belvedere sopra la cupola. Rimase chiusa per anni, poi finalmente la rinascita. Dal 2000 ospita il Museo Nazionale de Cinema.


























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