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mercoledì 29 novembre 2017

Monumento al Tirailleur Sénégalais



Uno dei pochi monumenti che si vedono a   Dakar si trova al centro di una rotatoria davanti alla Stazione.  Due soldati: uno in cappottone militare  ed elmetto sventola  autorevolmente qualcosa nella mano destra mentre poggia  l'altra mano sulla spalla dell'altro, che veste una divisa molto più dimessa.

Tutti e due sono armati di fucile e non si capisce  se la mano sulla spalla sia da intendere in senso benevolmente protettivo oppure sia una neanche tanto malcelata affermazione di superiorità.  Quello che è certo è che il soldato più dimesso ha tratti africani e l'espressione  rassegnata di chi non è esattamente felice di trovarsi dove si trova.


E' un tirailleur sénégalais, un soldato della fanteria coloniale dell'esercito francese.  Il corpo viene  creato a metà del secolo diciannovesimo da  Louis Faidherbe, governatore generale dell'Africa Occidentale francese, e agli inizi è  costituito da prigionieri di guerra e schiavi o  ex schiavi, solo in seguito il  reclutamento diviene ufficialmente volontario anche se in pratica si tratta sempre  di una coscrizione.


I tirailleurs vengono  impiegati in azioni militari limitate all'Africa occidentale fino a che, in previsione dell'imminente prima guerra mondiale, la Francia sente l'esigenza di ampliare l'esercito coloniale tanto che nell'agosto 1914 sono ventuno i  battaglioni di tirailleurs sénégalais, e con lo scoppio della guerra cinque di questi vengono mandati sul fronte occidentale.    Partecipano alla battaglia delle Fiandre, dove lasciano sul campo più di quattromila caduti. A  Chemin des Mains va ancora peggio:  le perdite saranno settemila su poco più di quindicimila tirailleurs impegnati, quasi uno su due.
Nel 1915 sette battaglioni di tirailleurs sénégalais vengono inviati ai Dardanelli. Dei settantanovemila soldati partiti ne muoiono ventisettemila, ma
  
la fanteria senegalese e quella coloniale regolare spiccarono per l'alto morale che mantennero nonostante le perdite, in alcune unità, raggiungessero due uomini su tre.  
Nel 1915 l'alto comando francese capisce che la guerra andrà ancora avanti parecchio e avvia una nuova  campagna di reclutamento in Africa occidentale. Si costituiscono altri  93 battaglioni senegalesi, e 42 vengono inviati in  Francia. La guerra di trincea è durissima e i senegalesi non sono temprati per il rigido clima europeo, subiscono perdite pesanti ma mantengono una disciplina esemplare. 




Nella seconda guerra mondiale durante la campagna di Francia si distinguono a  Gien, Bourges e Buzancais ma le  truppe tedesche contagiate dalla dottrina nazista protestano indignate per essere costrette a combattere contro avversari inferiori e a  Montluzin i prigionieri senegalesi vengono  giustiziati solo per il fatto di essere africani.    Nel 1944 vengono mandati a combattere    in Italia e in Corsica,  partecipano alla liberazione della Francia meridionale e partecipano a battaglie  fino ai confini con la Svizzera.
Frattanto, nell'inverno 1944 il generale De Gaulle dà ordine di iniziare quello che viene definito  blanchiment:  i tirailleurs devono essere  sostituiti da soldati con la pelle bianca e alla fine di novembre del 1944,  un centinaio di soldati africani vengono radunati  nel campo di Thiaroye, a  una quindicina di chilometri dal centro di Dakar.  Hanno ricevuto la promessa di incassare gli arretrati dello  stipendio e il premio di smobilitazione, in realtà lo avevano già chiesto in Francia dove avrebbero voluto anche riscuotere il denaro risparmiato durante la guerra, ma soltanto pochi hanno ricevuto un acconto mentre viene assicurato che tutti verranno pagati una volta arrivati a Dakar.  Questo non avviene, loro si ribellano e prendono in ostaggio il comandante francese del campo.  Comincia la trattativa, i soldati pretendono risposte certe e dopo tre giorni ottengono finalmente  l'assicurazione che riceveranno   quanto spetta loro.  Liberano il comandante e la sera festeggiano quella che credono una vittoria, poi vanno a dormire. Nella notte i soldati francesi tornano, li sorprendono nel sonno e li uccidono. E' ricordato come il  massacro di Thiaroye.



domenica 8 ottobre 2017

Il Monument de la Renaissance Africaine

Con i suoi quasi cinquanta metri di altezza e la sua posizione sull'alto di una delle poche colline di Dakar, è proprio impossibile non notare il Monument de la Renaissance africaine.

















E' stato inaugurato il 4 aprile 2010, nel cinquantesimo anniversario della indipendenza dalla Francia. Voluto fortemente dal presidente Abdoulaye Wade, per creare un’opera colossale in grado di attirare turisti come la Statua della Libertà e progettato dall'artista senegalese Pierre Goudiaby Atepa, raffigura una famigliola, papà mamma e piccolino, che sbuca fuori dalla montagna.


“E’ l’Africa che esce dal ventre della terra, lasciando l’oscurantismo per andare verso la luce”, ha spiegato Wade al giornale Libération. L'uomo è coperto da un asciugamano sui fianchi e con un braccio solleva il bambinetto spingendolo in avanti, 











mentre con l'altra mano trascina la donna, il cui abbigliamento parecchio succinto sembra da un momento all'altro scivolare via. 


































Il fatto poi che la signora mostri le terga alla moschea esistente appena pochi metri sotto, ha suscitato nei musulmani più rigorosi parecchi mugugni. In realtà, più che la signora discinta, di motivi di mugugno ce ne sarebbero ben altri: si tratta infatti di un monumento costato una cifra esorbitante, si dice tra i 17 e i 26 milioni di dollari, che è stato realizzato da un'impresa nordcoreana,. Un famoso artista senegalese ha commentato che affidare l'opera a una compagnia nordcoreana era tutto fuorché un simbolo della Renaissance africaine, e che il tutto aveva ben poco da spartire con l'arte. Inoltre,  il presidente Wade ha affermato di essere il proprietario intellettuale dell'opera, e per questo avrebbe preteso il 35 per cento dei proventi delle visite dei turisti. Non so se lo abbia ottenuto.
All'interno la capienza della statua è piuttosto ridotta (e in questo non differisce granchè dalla Statua della Libertà), gli ascensori possono trasportare solo sei persone, la sala panoramica non ne contiene più di una quindicina 


 e le finestrine sulla testa dell'uomo

















sono piuttosto piccoline e non permettono una grande visibilità 











Last but not least, tutto il gruppo ha un aspetto assai poco africano e sembra piuttosto un triste monumento di epoca stalinista, tanto che una classifica stilata dalla CNN lo ha catalogato tra i 10 monumenti più brutti del mondo ma nonostante tutto non si può negare che salire quella scalinata panoramica fatta di un numero infinito di gradini,  sfiancante, 




































e ammirare il panorama che si stende ai tuoi piedi è francamente suggestivo e tutto sommato, vale la visita.




martedì 16 settembre 2014

Parigi - Place du Général Catroux ovvero la piazza dei tre Dumas

Place du Général Catroux, XVII Arrondissement, dalle parti di Parc Monceau

è anche conosciuta come la piazza dei tre Dumas per via dei  monumenti  a loro dedicati.
Perchè i Dumas famosi sono tre e non soltanto due,  come la mia ignoranza mi aveva fin qui  lasciato credere.
C'è  Alexandre Dumas padre, 



















che Gustave Dorè rappresenta seduto in poltrona,  camicia slacciata e penna d'oca in mano,


















mentre al piano di sotto, sull'imponente  piedestallo  costruito dagli architetti Joseph Antoine Bouvard e Ulisse Gravigny, un gruppo bronzeo è assorto nella lettura di una delle tante  opere del Maestro,















e dall'altro lato  d'Artagnan in persona, con la spada sguainata e la mano sul fianco  guarda i passanti con l'aria di sfida del guascone doc




















Poi c'è il monumento ad Alessandro Dumas figlio


















realizzato in pietra (a giudicare dal grado di sfarinamento che non lascia presagire niente di buono per quanto riguarda la sua conservazione,  credo si tratti di pietra  arenaria) e  inaugurato 12 giugno 1906  (le persone della foto, presa da qui , sono i familiari dello scrittore il giorno dell'inaugurazione)



in cui il Nostro  è ritratto  in abito da lavoro e con la penna in mano come il babbo, ed è attorniato da   un gruppo di figure femminili che, se ho capito bene, dovrebbero simboleggiare  sofferenza e rassegnazione. Allegria e gioia di vivere  non sono state prese in considerazione.















Passeggiando per la piazza si incappa poi  in  due  enormi catene spezzate che non possono non suscitare curiosità

E' proprio grazie a queste catene che ho scoperto la storia, di cui non avevo mai sentito parlare,  del padre mulatto dell’autore dei Tre Moschettieri. 







Le cose sono andate così:  siamo verso la fine del settecento e  Alexandre Antoine Davy de la Pailleterie, marchese,  si è stabilito   nella colonia francese di Saint-Domingue, l'attuale Haiti, in cui  erano stati deportati  migliaia di schiavi africani per lavorare nelle piantagioni. Ha  un fratello la cui professione è il poco nobile commercio di  schiavi,  e tra questi schiavi c'è la bella  Marie Césette che viene prontamente impiegata  come femme du mas, donna della masseria, col compito di provvedere ai lavori domestici. Tra un lavoro domestico e l'altro deve provvedere  anche ad altre necessità del padrone di casa, dal momento che sappiamo che mette al mondo  un certo numero di  figli del marchese,  il primo dei quali viene chiamato Thomas Alexandre. Quando il nobiluomo  decide di rientrare in Francia  vende tutti i figli  come schiavi (nel frattempo  Marie Césette era  morta) ma si riserva  il diritto di riscattare il primogenito,  che effettivamente alcuni anni dopo ricompra. Lo manda anche  a scuola e gli trasmette cognome e titolo prima di unirsi in matrimonio con la nuova cameriera. Il ragazzo non digerisce il fatto che il  padre intenda  convolare  a nozze dopo aver rifiutato di impalmare la donna che  aveva messo al mondo  i suoi figli, allora se ne va di casa e si arruola col nome di Dumas,  il soprannome della madre,  nell'esercito di Napoleone.  A trent'anni è già generale, il primo in Francia a non avere la pelle completamente bianca. La sua carriera sembra andare col vento in poppa finchè non ha l'ardire di mettersi in conflitto con  Napoleone il quale, poco disposto a dare ascolto alle voci di dissenso,  senza dire  né  a né ba  lo degrada e lo caccia dall'esercito. Con  Dolomieu (lo scenziato che studiò la composizione chimica delle montagne che da lui prendono il nome di Dolomiti) si imbarca su una nave che naufraga  a Brindisi, e viene  imprigionato dai Borbone. Resta in galera due anni e  dopo il rientro in Francia è zoppo, sordo da un orecchio, parzialmente paralizzato e senza un soldo. Ha solo trentacinque anni e  chiede   il reintegro nell’esercito. La  leggenda vuole che  Napoleone  gliel'abbia  offerto a patto di andare a  reprimere la rivolta degli schiavi neri in Africa. La  proposta viene  naturalmente rifiutata  con sdegno e pochi mesi  dopo Dumas muore. C'è chi dice per un cancro, chi per i veleni che durante la prigionia  gli sarebbero stati  messi nel  cibo, chi semplicemente per il dolore.   Gli viene rifiutata anche la Legione d'Onore e alla vedova Marie Labouret non viene riconosciuto nessun diritto alla pensione. Alexandre Dumas, suo figlio e futuro scrittore, ha poco più di tre anni. 
per Anatole France
  « Le plus grand des Dumas, c'est le fils de la négresse. Il a risqué soixante fois sa vie pour
la France et est mort pauvre. Une pareille existence est un
chef-d'œuvre auprès duquel rien n'est à comparer. » 


















A onor del vero nella Place du Général Catroux dal 1913 una statua dedicata al grande generale francese esisteva, ed era questa


ma durante l’occupazione nazista,  per recuperare a fini bellici il bronzo di alcune statue, il  famigerato governo razzista di Vichy aveva emesso  un decreto che suona come una lista di epurazione perchè tra le prime ad essere fuse  ci fu, guarda caso,  quella del generale  mezzo sangue  seguita a ruota da quella  di Charles Fourier,  padre del socialismo utopistico.


martedì 26 agosto 2014

L'affare Dreyfus



In Square Pierre Lafue, 6° arrondissement,  un bel monumento in bronzo dello scultore  Louis Mitelberg detto TIM  rende omaggio ad Alfred Dreyfus. 
L'opera è del 1985, ed è stata ufficialmente inaugurata soltanto nel 1988,   dopo che l'esercito si era opposto  alla posa del  monumento nel cortile della Scuola Militare di Parigi. 
In effetti è difficile che un colpevole sia tanto contento di avere in cortile il  monumento dedicato alla propria vittima, siamo onesti.
Infatti l'affare Dreyfus era stato uno dei più grossi scandali della Francia di fine ottocento, e l'esercito non ne era uscito molto bene.


Detta  per sommi capi e con parole mie, la storia  è questa: il capitano Alfred Dreyfus, di origini ebraiche,  nel 1894 viene arrestato con l'accusa di essere una spia al soldo della Germania.  Le prove a suo carico sono  del tutto  inconsistenti ma  viene ugualmente condannato,   subisce l'umiliazione di essere pubblicamente spogliato dei gradi militari mentre la folla grida slogan antisemiti,  e viene deportato nella colonia penale dell'Isola del Diavolo al largo della Guyana francese.  La sua famiglia però non si arrende e chiede l'apertura di  un nuovo processo, un paio di quotidiani cominciano a mettere  in dubbio la correttezza delle prove  e tre anni dopo viene alla luce   un documento che prova inequivocabilmente l'innocenza di Dreyfus. 
Il vero colpevole viene allora  processato,  assolto in tutta fretta  e spedito in Tunisia  nella speranza di far passare la cosa  sotto silenzio,  ma lo scrittore Emile Zola con una memorabile lettera aperta al presidente della repubblica  lancia il suo famoso J'accuse


in cui esplicitamente attribuisce ad esercito e governo la responsabilità di aver voluto insabbiare la questione. Zola viene  processato per diffamazione e condannato ad un anno di carcere, ma l'articolo é nel frattempo riuscito a scuotere  l'opinione pubblica che si é divisa in due fazioni: tra i sostenitori dell'innocenza di Dreyfus si schierano Anatole France, Lèon Blum e Marcel Proust mentre  tra i contrari alla revisione del processo   troviamo i nomi di Alphonse Daudet, Paul Valery, Jules Verne, Renoir, Degas e Cèzanne.
Finalmente  un secondo processo viene aperto, ma per  salvare una situazione di carattere diplomatico spinosissima  che avrebbe potuto precipitare la Francia in una guerra contro la Germania,   l'ex ufficiale viene nuovamente giudicato colpevole di alto tradimento e condannato a dieci anni di lavori forzati. Scoppia l'indignazione della gente  che scende in piazza davanti alle ambasciate francesi di mezzo mondo, e le manifestazioni  inducono il presidente della repubblica a firmare ufficialmente  la grazia, anche se poi si  trovano mille cavilli per evitare che Dreyfus torni effettivamente in libertà. Soltanto dodici anni dopo l'inizio di questa disgraziata storia,  nel 1906,  Dreyfus, stremato dai lavori forzati,   viene reintegrato nell'esercito con il grado di maggiore e  insignito della croce della Legione d'Onore.










venerdì 7 febbraio 2014

Parigi - Partire da un centauro e arrivare ad un pollice






Anche il più frettoloso dei passanti non può non accorgersi della grande statua nera  alta più di quattro metri,  che campeggia in place Michel Debré a st Germain des Prés.

E' fatta di aggeggi metallici,  pezzi di ingranaggi, martelli  e  pinze che  le mani  di uno scultore  hanno  saputo trasformare in  un magnifico e affascinante centauro.  



 


















 E' lì dal 1985, ed è l'omaggio  che  lo scultore  César Baldaccini,  o più semplicemente  César,  ha dedicato a Pablo Picasso.
Qui ho trovato le  brevi note biografiche che copio pari pari

César Baldaccini  nasce il primo gennaio 1921 a Marsiglia da genitori italiani .... si stabilisce definitivamente a Parigi nel 1943 trasferendosi sopra lo studio di Alberto Giacometti, dove incontra Pablo Picasso, Jean Cocteau e Jean Paul Sartre.  Nel 1952 comincia a realizzare sculture saldando assieme rottami di ferro...... La sua prima importante mostra personale si tiene a Parigi, al Salon de Mai, nel 1955. Il successo è tale che tutte le opere in mostra vengono vendute in breve tempo e l’artista viene invitato a partecipare alla Biennale di Venezia del 1957. Nel 1960 crea la prima "compressione", ottenuta comprimendo appunto rottami di auto fino a renderli dei pacchi compatti. Più tardi, nello stesso anno, César si unisce al gruppo dei Nouveaux Réalistes di cui fanno parte artisti come Arman, Yves Klein, Martial Raysse, Jean Tinguely (Tinguely, ecco chi mi ricordava!!! ), Pierre Restany e altri. Nel 1965 inizia a lavorare con la plastica, dapprima con stampi in plastica di impronte umane e dal 1966 in poi versando poliuretano espanso, cui lascia il tempo di espandersi e solidificarsi......  Nel 1995 partecipa alla Biennale di Venezia. 
César muore a Parigi il 6 dicembre 1998.


Per cercare di saperne un po' di più ho spulciato tra le vecchie riviste di architettura  e  ho ritrovato  questo vecchio numero di  Domus  dell'agosto 1968

L'anno 1960 ha segnato una svolta fondamentale nell'opera del più grande scultore francese contemporaneo: il 1960 è l'anno delle compressioni di César, della sua adesione al Nouveau Réalisme in seguito allo scandalo provocato al Salon de Mai dalla presenza di automobili compresse in tre balle da una tonnellata, battezzate sculture.
Passando da un impianto per il recupero dei rottami di ferro César aveva avuto la rivelazione di questo stadio superiore del metallo. Queste "balle" compresse e calibrate all'uscita dalla pressa le aveva trovate così belle da appropriarsene, da farne sculture sue. La compressione si identificava con la fase finale di un'appropriazione, di una presa di possesso sempre più diretta dell'artista sulla materia.
Dopo lo scandalo le compressioni diventano di moda nei salotti della Rive Droite. Sotto il fuoco incrociato di impulsi contraddittori, non abbastanza libero dal suo passato classicista, César entra in crisi per più di tre anni. Ne uscirà inaugurando brillantemente un secondo capitolo del linguaggio quantitativo meccanico: gli ingrandimenti giganteschi del calco del suo stesso pollice.

Nel 1965 César viene infatti invitato a partecipare alla  mostra “La main, de Rodin à Picasso”, un’esposizione collettiva per cui  realizza  la serie del Pouce: riproduzioni del suo pollice fatte  in plastica rossa,  in metallo argentato e  in plastica molle sormontato da un'unghia dura. L'idea evidentemente ha successo, perchè da lì in poi  César allarga il suo raggio d'azione con la realizzazione delle  impronte dell'indice, poi della  mano aperta, del polso,  fino a modellare  il seno di una ballerina del Crazy Horse.   



Un suo  pollice formato king-size domina il quartiere della Defense  aggiungendo un che di inquietante ad un quartiere che con tutti quei  palazzoni di vetro
 
e la  viabilità da moderna Metropolis  è già  ampiamente ansiogeno di suo anche senza il contributo dei  pollicioni di chicchessia.






 
































Leggo che
l’opera di Baldaccini rappresenta un omaggio all’anatomia umana ma potrebbe anche nascondere significati più profondi. Nell’antichità romana il pollice di un altro Cesare era simbolo di potere e un suo movimento poteva decidere se salvare o uccidere un uomo.

e mi viene da pensare che allora Cattelan, con la provocazione del  dito in piazza Affari, non si è inventato niente

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