sabato 13 marzo 2010

Berlino - Shell Haus

Emil Fahrenkamp non è uno degli architetti più famosi del mondo e molto probabilmente, a parte gli addetti ai lavori, sono in pochi ad averlo mai sentito nominare. Eppure, è autore di uno degli edifici industriali più interessanti del secolo scorso, la Shell Haus costruita nei primi anni trenta in Stauffenbergstrasse  a Berlino. 




Sede della società petrolifera Shell Rhenania-Ossag, la Shell Haus  fu una delle prime costruzioni di Berlino, se non la prima in assoluto, ad essere realizzata con una struttura completamente in acciaio. Credo si possa dire senza tema di smentite che si tratta di una delle costruzioni più interessanti progettate durante la Repubblica di Weimar, 










con quella stupenda spettacolare facciata, tutta rivestita in travertino fatto arrivare espressamente dall’Italia e congegnata come un insieme di onde, come a sottolineare il movimento dell’acqua del Landwehrkanal che passa lì vicino. 

E l’effetto dinamico della facciata risulta ancora più efficace grazie agli angoli, che Fahrenkamp realizza arrotondati non soltanto nella muratura rivestita

 ma, sorprendentemente,anche nelle vetrate continue in bronzo e ottone. 



Nessuna decorazione inutile, facciata lineare, copertura piana e superfici bianche: poteva uscirne un banale grosso casermone e invece è un vero capolavoro.
Durante la guerra subisce danni notevoli, ma per fortuna scampa alla demolizione, e nel 1958 viene finalmente  messa sotto tutela come monumento storico. Passano vari decenni prima che si arrivi al suo restauro, che per fortuna viene avviato nel 1997, e che si svolge nel pieno rispetto del progetto originale, tanto che si decide persino  di rinunciare all’isolamento termoacustico delle vetrate pur di non alterarne l'irripetibile profilo ondulato.











giovedì 11 marzo 2010

novantanove soltanto? non mettiamo limiti alla provvidenza

In queste ore grazie a due amiche bloggers sta prendendo forma una avventura  molto generosa e coinvolgente. E' importante che se ne parli ma non è  semplice trovare le parole giuste senza scivolare nella retorica   delle   frasi a effetto, perciò cercherò di essere ancora più stringata del solito e mi limiterò ad esporre i fatti nudi e crudi, che sono questi: c'è un'azienda abruzzese, Sorelle Nurzia , che produce dolciumi, torroni e colombe. Come decine di altre aziende  sue conterranee, è stata messa in ginocchio dal terremoto e ora si dibatte tra mille difficoltà che non è difficile immaginare. Ha  scritto  ad  Artemisia, le ha chiesto aiuto.  Artemisia ha telefonato a Lydia, e insieme hanno ragionato sulla maniera  migliore per  fare qualcosa di  concreto in grado di andare    oltre le belle parole di solidarietà. Per questo,   hanno deciso di dare  vita ad un blog, 99 colombe,  attraverso il quale far conoscere l'azienda e i suoi prodotti, che fino ad ora hanno avuto una diffusione limitata alla zona dell'Aquila. 
Artemisia e Lydia   lanciano una sfida: entro il primo anniversario del terremoto chi vorrà sentirsi  partecipe dell'avventura  dovrà pubblicare una ricetta pensata espressamente per valorizzare uno dei prodotti della Sorelle Nurzia.  
99 colombe, il blog,   farà da collante  per raccogliere   indicazioni aggiornamenti e notizie.
Chiudo  dicendo che le nostre amiche  si propongono di riunire nell'iniziativa novantanove bloggers, ma dato che non si deve mai mettere un limite alla provvidenza, io sono sicura che  saranno  anche  di più.

martedì 9 marzo 2010

Di millenni, di favole e di ruote panoramiche che oggi compiono dieci anni














C’erano una volta a Londra due architetti, si chiamavano David Marks e Julia Barfield.
Intorno al 1993 David e Julia sentirono parlare di un concorso di architettura. Bisognava disegnare un qualcosa che potesse diventare il simbolo del millennio che stava per chiudersi.
Detto fatto, la favola racconta che i due si sedettero al tavolo della loro cucina (non stiamo a fare i difficili, siamo in una favola o no?) e gira che ti gira, discuti che ti discuti, disegna che ti disegna, tirarono fuori un primo abbozzo di progetto che  presentarono al concorso. Purtroppo nè il loro nè altri progetti convinsero gli organizzatori, e il concorso venne archiviato con un nulla di fatto. Ma David e Julia non avevano nessuna intenzione che tutto quel po’ po’ di lavoro fatto  sul tavolo di cucina finisse nel cestino della carta straccia per colpa di una stupida commissione, e si diedero da fare a destra e a manca per far vedere a tutti  quanto bello fosse il loro progetto.
La stampa cominciò ad occuparsene e la British Airways pensò che l'idea era buona  e  avrebbe potuto funzionare.
E tricchete tracchete decise di scucire una bella palata di soldi (e qui siamo proprio dentro una favola, fino al collo)














per costruire  la piu’ grande ruota panoramica mai vista al mondo.
Insieme ai nostri eroi lavorarono quasi duemila persone e tra tutti, in un bellissimo lungofiume del Tamigi


















a due passi dal Big Ben e dal Parlamento















































e raggiungibile da tre fermate dell’Underground (Waterloo, Westminster ed Embankment), costruirono una ruota, chiamata  Millennium Wheel, che era alta centotrentacinque metri e che doveva restare in funzione per cinque anni .














Oggi, nove marzo duemiladieci,  la ruota di anni ne compie dieci, non è stata demolita proprio  per niente e con il nuovo nome di London Eye continua a scarrozzare in alto nel cielo migliaia e migliaia di turisti disposti a sorbirsi un’attesa che può essere anche interminabile.
Il biglietto per un giro di mezz’oretta a bordo di una delle 32 cabine in vetro, completamente chiuse, dotate di aria condizionata e capaci di ospitare fino a 25 passeggeri, costa una ventina di euro ma con un modesto sovrapprezzo si possono ricevere molti servizi extra, si possono organizzare delle feste  e ci si può perfino sposare. Per sindaco o prete però la tariffa va concordata a parte.

lunedì 8 marzo 2010

ottomarzo





Il casermone grigio che a New York  sta all'angolo tra Washington Place e Greene Street ora ospita  laboratori di biologia e di chimica  della NYU, la New York University 
















Non è un edificio  particolarmente bello e si direbbe del tutto  privo  di interesse per chiunque. A parte  chimici e   biologi, of course. 
E difatti non lo vai a cercare per il suo appeal, lo vai a cercare perchè nella tua guida, in un riquadro scritto piccolo piccolo al fondo della pagina, leggi che intorno al 1910 all'ultimo piano di  questo edificio  c'era il Triangle Shirtwaist,  un laboratorio tessile.    Cucivano camicie, erano in tante ed erano  poco più che bambine, il principale le teneva chiuse a chiave perchè a nessuna venisse in mente di andarsene a spasso. E così, quando da un ferro da stiro uscì un tizzone di brace che diede fuoco al laboratorio, nessuna  fu in grado di scappare da quell'ultimo piano e in un quarto d'ora morirono tutte e centoquarantasei.  Ti viene in mente che forse è proprio  l'incendio di cui hai sempre sentito parlare, quello da cui si dice abbia  avuto origine la celebrazione dell'otto di marzo, e ti viene la curiosità un po' voyeuristica di andarlo a vedere  con i tuoi occhi. 
Poi quando sei lì cominci a pensare a quelle povere  bambine schiave, alla vita per niente facile  che avrebbero avuto anche se quella porta fosse stata spalancata, pensi a tutti gli altri milioni di donne a cui chissà per quale beffarda ragione è toccata in sorte  una vita altrettanto niente facile. Ti viene anche  in mente  che magari stai guardando l'edificio sbagliato, e magari anche  l'incendio è quello sbagliato e  forse  non è quello da cui  è nata la giornata della donna. Ma in fondo cosa importa,  se anche fosse quello sbagliato  cambierebbe  qualcosa?
Buon otto marzo 










































venerdì 5 marzo 2010

Keep your seat


Keep Your Seat,  Stai Al Tuo Posto, 

è una mostra in corso in questi giorni alla  GAM che l'ha  realizzata in  collaborazione con il  Vitra Museum. L'intento dichiarato è  di indagare i rapporti  tra arte contemporanea e design, e  per circoscrivere la sterminata ampiezza dell'argomento la mostra, che dovrebbe essere il primo capitolo di una lunga serie,  è stata tutta incentrata sulle sedie. 


Pezzi da novanta del periodo d'oro del nostro design come la cara vecchia Elda di Joe Colombo   


i primi esperimenti  in cartone pressato


del giovane promettente architetto  di cui abbiamo già avuto occasione di parlare (le cui foto mi sono venute uno schifo, ma provate un po'  voi a fotografare con una macchinetta grossa come un pacchetto di sigarette  un oggetto metà al buio e metà bombardato da una luce abbagliante, e poi mi dite) 

qualche pezzo classico  di Mollino, 
due o tre sinuosi esemplari Thonet 


e altre cose interessanti come  il purissimo ed essenziale sgabello di Sori Yanagi 

L’oggetto Sedia è analizzato soffermandosi sull’idea di presenza, assenza e solitudine: una scultura dai rimandi 

Insomma, una discreta raccolta di  pezzi attinenti al design vero e proprio, e parallelamente,  opere prodotte dagli artisti sul tema della sedia che viene usata come spunto, suggerimento, ispirazione per arrivare a produrre  un'opera d'arte originale.


Una piccola sezione è dedicata all'artista cinese Chen Zhen, che oltre a sfornare  opere strettamente attinenti all'oggetto della mostra,  deve aver subito il  fascino delle candele, con cui si è divertito a ricoprire un grosso lavandino 


oltre a costruirci  quattro graziose casette colorate che viste da lontano ricordano un po'  gli orologi a cucu e un po' una casetta per gli uccellini





So benissimo che in giro per lo stivale  in questo stesso periodo ci sono eventi culturali  di ben altro spessore, ci mancherebbe. Ma le mostre su Caravaggio e Schiele, tanto per dire le prime due che vengono in mente, sono eventi eccezionalissimi e non è sorprendente che la gente faccia la fila. Anche il più becero dei turisti  a Parigi corre a vedere la Gioconda,  e  si commuove anche se del quadro  in realtà ha visto il nugolo delle  nuche davanti a lui e il riflesso della lampadina sul vetro di protezione, poi torna a casa felice e contento, e convinto di essere un cultore di arte.  Ma mi vedo difficile che l'esperienza mistica lo spinga, dopo,  a pagare un biglietto per  vedere un mucchio di sedie legate in cerchio e qualche chilo di candele colorate.  Ed è un peccato, perchè  è molto  più divertente e piacevole (ed economico)  girare per musei  e gallerie  che non trascinarsi  in mezzo al fracasso di un centro commerciale, a guardare  vetrine tutte uguali e comprare cose inutili. 
Temo però che farlo capire agli adulti sia oramai un'impresa disperata. E' con  i ragazzi che forse si potrebbe ancora fare qualcosa, magari basterebbe che qualcuno gliene parlasse. Magari a scuola.

martedì 2 marzo 2010

ieri primo marzo

E' stata definita la giornata contro il razzismo, la giornata del primo sciopero degli emigranti, la giornata per l'uguaglianza dei diritti.   
Chiamiamola come vogliamo, l'importante è che, se possibile,  cerchiamo  di non dimenticarcene più, soprattutto in considerazione del fatto che gli emigranti  non sono  mica una novità, YouTube è pieno di immagini vecchie come il cucco e  magari in quei filmati archeologici c'è perfino ritratto  qualche nostro parente 













venerdì 26 febbraio 2010

Washington Square





Washington Square è il cuore del West Village 

Le belle case ottocentesche di mattoni rossi  lungo il  fronte nord della piazza




















sono oramai  diventate  sede degli uffici amministrativi della NYU, la New York University


















e tutta la piazza, parco compreso, una volta all'anno viene monopolizzata dalla cerimonia delle lauree



Parco che, non dimentichiamo, è  fonte  di grande orgoglio per noi italiani grazie alla statua di  Giuseppe Garibaldi,  



























ai limiti dell'area verde, sull'estremità meridionale della V Ave,  spicca l'Arco trionfale

che Stanford White progettò nel 1892

 per  il centenario della nomina a presidente di George Washington. 




Washington Square è anche il titolo di un romanzo di Henry James che i  critici  hanno definito un romanzo minore. A  me è piaciuta questa storia crudele, e James tratteggia secondo me molto bene la psicologia della protagonista,  arrendevole e vessata da una educazione autoritaria. 
Catherine è la timida figlia unica del dottor Austin Sloper, facoltoso medico newyorkese rimasto precocemente vedovo. Sloper non è una figura simpatica,  vive nel rimpianto della bellissima moglie e rimprovera alla figlia, che ritiene anche ottusa, di essere viva mentre è morto il giovane fratello così tanto più  brillante e promettente di lei. Con queste premesse non è difficile capire che Catherine cresce timida e insicura, e quando la sorte la porta a incontrare il bello e nullafacente Morris Townsend, che vede in lei una comoda maniera per attaccare il cappello al chiodo, se ne innamora perdutamente. Il dottor padre vede come girano le cose e disapprova, capendo benissimo che il bellimbusto vuole solo i soldi di Catherine.
Però santo cielo, c'è modo e modo di dire anche  le cose  più spiacevoli, e Sloper naturalmente adopera il peggiore: diretto e senza mezzi termini, rendendo chiarissimo a Catherine che sulla faccenda  non aveva mai voluto aprire gli occhi, che il  padre la disprezza. 
 Decide di rinunciare a tutto e fuggire con Townsend, il quale però all’idea di legarsi per la vita a una Catherine che non ama e senza un picco in tasca,  se la dà a gambe e la poverina la notte della fuga lo aspetta invano con la valigia pronta.
Passano gli anni, il padre muore e Catherine resta sola nella grande casa di Washington Square. Townsend, imbolsito e indebitato, si rifà vivo con la speranza di ricucire le cose, e in Catherine sembra rinascere la fiamma, ma non si tratta  che di una  vendetta.
Townsend suona alla porta, Catherine fa' chiudere  le tende e si siede a ricamare. Fine.
Sono due le versioni cinematografiche, una per la regia di William Wyler negli anni quaranta, con una Olivia De Havilland bruna e bellissima  che ha poco a che vedere con la sbiadita Catherine  che se non ricordo male nel romanzo è bionda, e un Montgomery Clift  dalla bellezza talmente smagliante che manco nella scena finale riesce ad apparire invecchiato e imbolsito





e un'altra alla fine degli anni novanta per la regia di Agnieszka Holland con Albert Finney e Maggie Smith



giovedì 25 febbraio 2010

La mia cena con Andre














Sono stata una grande fan del VHS. Ho cominciato a videoregistrare i film alla tivu in epoca preistorica  e, dettaglio  decisamente singolare per un tipo arruffone e approssimativo come sono,  non soltanto li ho registrati ma li ho pure catalogati e numerati, a partire dalla cassetta  numero 1, la Stangata,



Due film per ogni cassetta per risparmiare spazio, ma di lì a poco il minuscolo  Billy sotto la finestra dei primi tempi aveva dovuto cedere il passo ad un  più consistente Ivar dalle parti della  cantina.  Ora la collezione si è spostata nella sede definitiva in uno scaffalone bianco  che fa' anche la sua discreta figura. Se lo merita, visto che oramai conta  parecchie  centinaia di videocassette e cioè  truc e branca almeno un migliaio di film,  che mi hanno fatto meravigliosamente compagnia nelle lunghe domeniche di stiro risparmiandomi   l'ulteriore  supplizio di stirare sorbendomi per di più  interminabili  domeniche in.  Ma aimè gli anni passano i bimbi crescono le mamme imbiancano e le cassette, nonostante tutta la  devozione e la sempiterna  riconoscenza di cui  saranno oggetto fino all'eternità,  devono cedere il passo.
Oramai sono anni che languono nella loro custodia, tutte allineate bene  in ordine  sugli scaffali, e mi manca il coraggio di aprirne qualcuna e dover prender atto che il tempo me  le ha smagnetizzate dalla prima all'ultima.
E si che  una certa curiosità ce l'avrei, mi è capitato da  poco  di ricordare  un  bel film di Luis Malle del 1981  La mia cena con Andre,  registrato ere geologiche  fa nel cuore della notte ad un Fuori Orario di Raitre e da allora mai più rivisto.  
Film di impianto teatrale senza quasi esterni, soltanto   due uomini al ristorante che parlano a ruota libera un po' di tutto, della ricerca della felicità, del senso della vita, dell'arte, dell'amore. In mano a un regista mediocre  sarebbe stato  una noia mortale e invece Malle  ne ricava un film emozionante, commovente e anche divertente che rivedrei volentieri tutto di fila su uno schermo di grandezza decente e non in forma di spezzatino  su youTube.  





Mi è tornato alla mente perché, navigando alla ricerca di lochescions, ho letto che era stato girato a New York nel   Cafe des Artistes a  Central Park West.  



Emozione!  Io  al cafe des Artistes  ho consumato un brunch, non memorabile per la verità  ma condito con una più che  amabile conversazione con l'anziano cameriere alto due metri e la stazza di un guardaroba, che era stato  irremovibile nel vietarmi di rinunciare al dolce  perché  la domenica non è permesso  saltare il dessert. 










Ho guardato gli spezzoni su YouTube e il locale mi sembrava diverso da quello in cui ero stata.
Oddìo, non c'era da stupirsi che in vent'anni  mi correggo:  trent'anni avessero fatto qualche modifica. Poi ho letto meglio e ho capito che   il locale sembra  diverso perchè è diverso. E' proprio tutto un altro posto, per questioni di budget il film è stato   girato nel Jefferson Hotel di Richmond in Virginia. 








e qui ci sono le altre puntate  per gli  amanti dello  spezzatino

martedì 23 febbraio 2010

Espiazione



Mi costa ammetterlo pubblicamente ma sì, io ho  guardato la serata finale del Festival di Sanremo. E in virtù  dell'outing catartico e liberatorio dirò anche  che non era la prima volta. Sono anni che l'occasione     catalizza  famiglia e amici intorno ad un frugale tvdinner anche se, va detto, nonostante i più lodevoli propositi di partenza  l'attenzione si era  sempre pian piano  inesorabilmente   diretta   verso  castelmagno e nebbiolo abbandonando il canterino di turno al suo destino. 
Fino a sabato scorso. Stavolta, complici una scommessa in merito alla superficie (in ettari quadrati) di lustrini necessaria per  circondare il girovita  taglia quarantadue (???)  della  conduttrice, e  l'inespresso ma chiarissimo desiderio   di espiare d'amblè   peccato originale più tutti i peccati ancora da compiere  fino alla fine del mondo sciroppandoci  la struggente esibizione  del principino e dei suoi sodali,  siamo rimasti incollati alla  tivù fino alla apertura della busta con i nomi  dei tre finalisti. In considerazione del fatto che Sripta manent,  evito di esprimere commenti e giudizi per non incorrere in reati perseguibili dalla legge.

Il giorno dopo sono andata alla prova generale del Peter Grimes al Teatro Regio. Non conoscevo l'opera di Benjamin Britten  e nemmeno il testo da cui è stata tratta anche se confusamente già immaginavo  che   non avesse molto da spartire con  Chorus Line, per dire.  E  immaginavo giusto, la musica è  bella davvero anche se  la mia ignoranza in materia mi ha fatto apprezzare molto le parti dell'orchestra e molto meno le parti cantate.   Però il testo è tristissimo e l'happy end non è nemmeno lontanamente ipotizzabile, i costumi poi sono quasi tutti neri,  la scenografia pressocchè inesistente e le  luci lugubri aumentano il senso di staticità dell'insieme. Il tutto per più di  tre ore che francamente mi sono sembrate troppe pur considerando un  dovere  l'autopunizione per aver guardato il festival.

Per quei pochi oltre alla sottoscritta che non conoscono la storia,  riporto pari pari   le  parole di teatro.org   
... La storia è ambientata intorno al 1830: il pescatore Peter Grimes, sotto inchiesta per la morte del suo giovane aiutante William, viene assolto dal giudice ma la comunità continua a crederlo colpevole. Grimes intanto ha trovato un nuovo aiutante grazie all'aiuto del farmacista Keene e della maestra elementare Ellen Orford, la quale il pescatore vorrebbe sposare. Una domenica mattina Ellen si accorge che John, il nuovo aiutante di Peter (appena arrivato da un orfanotrofio), ha un livido sul collo e accusa il pescatore che, nonostante il giorno di festa, è appena giunto per portare il ragazzo a lavorare. Grimes si sente frustrato, vuole guadagnare di più lavorando anche alla domenica per sposare Ellen e invece la donna lo accusa di violenza. Peter la colpisce e, sotto gli occhi degli abitanti del villaggio, si allontana con John, ma, durante la fuga, il ragazzo cade dagli scogli e muore. Grimes scappa; viene braccato dalla comunità per la morte di John; perde ogni speranza, sa che non potrà esserci un riscatto per lui e, all'alba, mentre nel Borgo riprendono le attività quotidiane, si allontana sul mare per affondare insieme alla sua barca.













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