lunedì 7 aprile 2014

Professione archistar: Filippo Juvarra (seconda puntata)

(Per la prima puntata vedere qui  
Juvarra è un vulcano di energia e nella seconda decade del settecento   apre cantieri su cantieri, al corpo principale della Venaria aggiunge  la citroniera-scuderia, a palazzo reale  realizza il teatrino di corte del Rondeau e  la nuova scala delle Forbici, in cui c'è  una deliziosa curiosità  di cui parleremo alla fine. 
Nel palazzo reale vecchio ricostruisce  l'antico teatro Regio, avvia il nuovo palazzo del Senato, che non arriverà a compimento, e la soprelevazione del  campanile del duomo.

In questi anni lavora quasi esclusivamente a Torino, e in via san Domenico costruisce la sua casa-studio su un terreno che il re gli ha donato (demolita nel 1932 AAARGHHH), ma grazie ad una licenza del re si reca  ancora una volta a Lucca per curare una variante al suo vecchio progetto del palazzo pubblico e nel frattempo riesce ad infilare anche i progetti per il  duomo e per una villa privata. Torna a Roma nel dicembre 1724 e progetta ben quattro  varianti del  palazzo del conclave, sono tutte talmente monumentali che vengono giudicate inattuabili,  ma gli valgono la carica di Architetto della Fabbrica di san Pietro, carica  di cui in tempi passati  era stato investito nientemeno che Bernini.
Il suo studio si avvale di un a quantità enorme di collaboratori, e questo gli permette di occuparsi praticamente di tutto, anche di urbanistica, con un piano per  la risistemazione dell'area di palazzo reale e un altro per la contrada di Porta Palazzo, progetta anche di demolire il palazzo reale per far posto ad un grandioso nuovo duomo, ma è solo  uno dei suoi  tanti  progetti irrealizzabili.
Tra i cantieri che invece arrivano a compimento ci sono le ristrutturazioni dell'Accademia militare e degli Archivi di corte, il progetto del  nuovo Teatro Regio (sarà poi costruito da Benedetto Alfieri)  che Juvarra collega al palazzo con   una galleria, per evitare alla famiglia reale il fastidio di salire in carrozza. Fuori dalla cinta cittadina progetta la palazzina di Stupinigi,


(questa foto, come si può facilmente intuire, non è mia ma proviene da qui)

un capolavoro assoluto in cui, secondo  il Dizionario Biografico Treccani, 
....L'impianto a bracci incrociati in diagonale irraggiati dall'ovale del salone centrale dell'edificio, oltre a modulare geometricamente il rapporto tra architettura, paesaggio e città,  al culmine di una lunga sperimentazione sul tema, fu alla base di una scenografica declinazione architettonica, audace strutturalmente e innovativa per chiarezza e permeabilità degli spazi, che ne fecero un caposaldo dell'architettura europea del Settecento......







Intorno al 1730 Filippo Juvarra è il più autorevole architetto italiano del momento.  Viaggia come una trottola, lo troviamo nel Cuneese, a Brescia,  ancora una volta a Lucca, e poi Como, Bergamo, di nuovo Roma dove soggiorna per qualche mese  grazie ad una licenza  concessagli da Carlo Emanuele III, succeduto al padre nel 1730. A Roma però tutti i progetti su cui puntava:  la costruzione della sagrestia vaticana, il  concorso per la facciata di S. Giovanni in Laterano e  il monumento funebre di Benedetto XIII,  vanno a monte e Juvarra torna amareggiato  a Torino.
Il lavoro  non gli manca e a  Parigi, per conto del principe di Carignano,  progetta un'altra opera monumentale che non vedrà la luce: una enorme  piazza ovale con colonnato e arco di trionfo in onore di  Luigi XV.
A Torino avvia i lavori per la  galleria della Regina e per gli archivi privati del re


a Belluno  progetta il campanile del duomo, a Vercelli ristruttura il seminario arcivescovile.  Lo chiamano a Mantova per una consulenza sul progetto per la cupola della chiesa di S. Andrea e a Milano  per un intervento sulla facciata del duomo.   Filippo V lo incarica di  progettare il nuovo palazzo reale, e lui, ancora prima di arrivare a Madrid il primo aprile del 1735, ha già cominciato a lavorare ad un grande palazzo con quattro cortili che dovrà essere  la reggia più grande d'Europa.
Nei dieci mesi che seguono si occupa  anche del palazzo di Aranjuez e della Granja di San Ildefonso, poi si ammala di polmonite. Muore a cinquantotto anni,  il 31 gennaio 1736. 
Il suo  palazzo verrà terminato, ma in versione molto ridimensionata e modificata, dal  suo allievo G.B. Sacchetti.

E  per chiudere, parliamo dello scalone delle Forbici a cui avevo accennato all'inizio.








































Realizzata per  sostituire la modesta scala di legno esistente e  dare un accesso aulico all'appartamento nuziale dei futuri sposi, il principe ereditario Carlo Emanuele futuro Carlo Emanuele III,  e Anna Cristina di Baviera Sulzbach,    Filippo Juvarra la immagina con un impianto a tenaglia, che scarica il peso sulle pareti perimetrali, e  una ardita rampa superiore centrale  completamente libera da sostegni laterali e  che viene sostenuta solo dai pianerottoli,




La decorazione in stucchi bianchi è  tutta un tripudio di  corolle e   conchiglie, e il bianco assoluto della struttura  contribuisce a dare un'impressione di grande  leggerezza.


In molti durante la costruzione spettegolano sulla instabilità di  questa scala e  giurano e spergiurano che una struttura così  non può stare in piedi ma, quando finalmente arriva il momento della inaugurazione, tutti devono constatare obtorto collo non solo   che la scala se ne sta perfettamente al suo posto, ma che Juvarra si è levato il fatidico sasso dalla scarpa. Infatti nel punto critico della struttura, il primo che secondo le malelingue avrebbe dovuto cedere rovinosamente a terra,  ha piazzato un soave e candido tondo decorativo


che rappresenta, senza lo scudo di incomprensibili allegorie,  un bel  paio di forbici che taglia le lingue biforcute 


giovedì 3 aprile 2014

Professione archistar: Filippo Juvarra (prima puntata)



Filippo Juvarra  nasce a Messina il 27 marzo 1678 da Pietro e da Eleonora Tafurri, sua seconda moglie. Il padre ha una importante  bottega di argenteria ed è lì che il giovane, come i quattro fratelli maggiori,  comincia a farsi artisticamente le ossa. "di naturale molto vivace, e di buonissimo intelletto", come scrive il fratello nella sua biografia, il ragazzo si esercita  nel disegno della figura e a dodici anni viene avviato agli studi ecclesiastici. A venticinque anni, ordinato sacerdote, si reca a Roma per perfezionarsi nell'architettura. Vince un importante concorso ma la morte del padre lo induce nel 1705 a tornare a Messina, dove rimane  giusto il tempo per occuparsi di un paio di progetti;   nel  1706 infatti lo ritroviamo prima a Napoli e poi nuovamente a Roma, dove si dedica allo studio delle architetture michelangiolesche, che ammira sperticatamente. Riempie album su album di disegni


che non sono soltanto incredibilmente belli ma anche molto approfonditi  dal punto di vista tecnico, dal che si desume che Juvarra non è soltanto un teorico ma conosce molto bene il  cantiere.
A Lucca, dove gli vengono affidati numerosi incarichi, propone soluzioni spaziali sperimentali e  innovative,  a soli ventotto anni diventa membro dell'Accademia di S. Luca e viene nominato insegnante unico del corso di architettura, ruolo che ricopre almeno fino al 1711.
Ma mira molto più in alto: vuol diventare architetto di corte  e cerca la raccomandazione del  direttore dell'Accademia di Francia a Roma.
L'invito alla corte di  Luigi XIV non arriva, ma in compenso gli viene offerta la carica di cappellano al servizio del cardinale  Piero Ottoboni, dove  si occupa di allestimenti teatrali mettendo in luce eccezionali doti di scenografo, di illustratore di volumi e di progettista di apparati effimeri (un Nicolini ante litteram?) tra i quali  il progetto per l'allestimento della chiesa di san Luigi dei Francesi per la commemorazione funebre del delfino di Francia.   Frequenta gli  artisti protetti dal cardinale, tra i quali  il musicista e compositore Arcangelo  Corelli, viene accolto  nell'Accademia dell'Arcadia di cui Ottoboni era protettore, e riprende l'attività di maestro di architettura. Ma sarà nella sua città natale  che Juvarra troverà l'occasione della vita: Vittorio Amedeo II di Savoia, diventato re di Sicilia a seguito del trattato di Utrecht del 1713, è a Messina per prendere possesso dell'isola,  in quello stesso anno è morto  Michel Angelo Garove, architetto di corte di casa Savoia, e Amedeo sta cercandone un successore. Incarica Juvarra dell'ampliamento del palazzo reale di Messina,  il progetto gli piace e Juvarra viene nominato  "primo architetto civile" del Regno sabaudo ancor  prima di salire sulla nave. Lavora durante il viaggio, evidentemente, perchè  il primo disegno, uno schizzo per il nuovo altare della Sindone,  lo sforna  il 10 ottobre 1714, lo stesso giorno in cui mette piede a Torino. Non è soltanto progettista ma segue direttamente tutto il processo costruttivo, si stabilisce perfino in un appartamento all'interno dell'università per controllare meglio  il laboratorio modelli e  mette mano alla basilica di Superga

















e al rifacimento della facciata delle due chiese gemelle  in piazza san Carlo (ma  verrà realizzata  soltanto quella di sinistra, santa Cristina),






















e in un crescendo febbrile si occupa del completamento della  imponente  residenza  della Venaria reale,

iniziata da Amedeo di Castellamonte e lasciata interrotta da Garove, con la realizzazione  della splendida  galleria di Diana

































 e della chiesa di S. Uberto
















e poi il  castello di Rivoli, la cui ristrutturazione  era stata iniziata già dal Garove.
































Su incarico di  Madama Reale, Maria Giovanna  Battista di Savoia-Nemours  vedova di Carlo Emanuele II e madre di Vittorio Amedeo II, Juvarra realizza la nuova facciata di  palazzo Madama













e il monumentale scalone interno a due rampe 

































nel frattempo riesce pure a realizzare delle  residenze private,  come il palazzo dei conti Birago di Borgaro



e la residenza Martini di Cigala






















La collaborazione  tra il re e l'architetto è felice frenetica  e fruttuosa anche se, tra i progetti in cui  i due si imbarcano,  molti  subiscono per forza di cose ritardi e interruzioni, e tantissimi  sono destinati a restare  sulla carta.
(continua)

martedì 25 marzo 2014

Parigi, Rue Fortuny e i topi di Sarah Bernhardt



Youle, figlia di ebrei olandesi  scappata giovanissima in Francia, nel 1844 ha  vent’anni quando dà alla luce Rosine. Non c'é nessun papà, e così  la bimba finisce dritta e filata  dalle monache. 
Sembra che l'unica strada per lei debba essere  il convento, ne è persuasa la mamma e per la verità l'idea non dispiace neppure alla piccola, ma l'amante di Youle che al momento è  in carica, il duca di Morny fratellastro illegittimo di Napoleone III, capisce che quella bambina non è fatta per la carriera di suora e convince la madre ad iscriverla alla scuola della Comédie Française. All'inizio Rosine, che cambierà il suo nome in Sarah,  non mostra un grande talento e dopo i primi due anni è lì lì per farsi scartare, ma il duca parla ancora una volta con chi di dovere e dopo qualche tempo  finalmente la giovane Sarah Bernhardt debutta come professionista.

Più che per la sua bravura viene notata principalmente per l'aspetto fisico: magrissima in un’epoca di maggiorate, naso lungo, capelli rossi, sguardo sexy, ma soprattutto una grandissima rompiscatole. Difatti litiga clamorosamente con una collega più illustre e viene espulsa. Per un paio d'anni segue le orme materne donando le sue grazie ad una serie di protettori, uno dei quali, quando  ha vent'anni, le regala Maurice, che resterà il suo unico figlio.


Poi finalmente viene scritturata all’Odéon, dove emerge grazie a parti che sembrano tagliate su misura per lei, ma anche grazie alla sua non comune abilità nel mettersi in vista, sfruttando propaganda patriottica (è il periodo della guerra franco prussiana, e lei accoglie i feriti nella sala dell'Odéon ) e amicizie giuste, come quella con Victor Hugo tornato dall’esilio, all’epoca della Comune. La Comédie la riprende in carico con entusiasmo, e lei passa di trionfo in trionfo in coppia con il bel Mounet-Sully, uno dei tanti partner con cui imbastirà una affettuosa amicizia. Ma non è fatta per i legami, e dopo una tournée a Londra è lei a mollare la Comédie. Per il resto della vita si gestirà da sola carriera ed immagine, pubblicizzando accortamente la sua spregiudicatezza  e le sue eccentricità,  la manifesta  bisessualità,   l'alligatore in casa e la  bara in camera da letto. Tra famosi e non, la lista dei suoi amanti è considerevole e oltre al già citato Victor Hugo annovera tra gli altri Gustave Doré, Edmond Rostand e Gabriele D’Annunzio, ma si sposa una volta sola, con un greco sedicente nobile che le mette le corna, perde al gioco i suoi soldi e muore, fatto e strafatto, a 34 anni. Un disastro che lei  non ripeterà mai più. 
Nel 1876, al numero 35 di rue Fortuny all’angolo con avenue de Villiers, 



Sarah commissiona all’architetto Nicolas Félix Escalier la realizzazione della sua casa, 


una grande villa con un giardino ed un giardino d’inverno, e  un  laboratorio in cui praticare la scultura, altra sua grande passione cui si dedica, a detta dei critici, con una  abilità più che discreta. Tutto in quella casa,  ça va sans dire, è  curato minuziosamente  fin nei minimi particolari.


 


L'attrice usa vestire soltanto sontuose toilettes originali che si disegna da sola e si occupa di ogni particolare dei suoi spettacoli, che vuole sfarzosi e in cui investe somme cospicue. Per giunta,  accumula compulsivamente oggetti d’arte e gioielli. In poche parole, si copre di debiti e in pochi anni è costretta a vendere la proprietà ad Adolphe Dervillé, proprietario di una cava di marmo. 


Insensibile al  talentuoso hobby della grande attrice, Dervillé demolisce il laboratorio per ricavare un’altra ala residenziale da annettere al corpo principale.

e della vecchia facciata del laboratorio che, a quanto ho letto, appariva come uno strano miscuglio neorinascimental-neogotico, non resta altro che il bassorilievo dei  due grossi ratti che attraverso un buco nel muro si stanno intrufolando dentro la  casa.




















Nessuna scritta a ricordo della illustre presenza, e la cosa risulta piuttosto  singolare in una città in cui quasi ad ogni passo si inciampa in una targa commemorativa. Nella  rue Fortuny

ce ne sono almeno due: una celebra  Edmond Rostand ed il suo Cyrano,


ed un'altra campeggia sulla casa in cui abitò Marcel Pagnol.

Per Sarah Bernhardt, come  per la  Bella Otero che abitava nella variopinta  residenza




 poco distante, al numero 27, nemmeno una sillaba.

giovedì 20 febbraio 2014

Il Metropolitan Museum compie gli anni

Centoquarantaduesimo compleanno per il Metropolitan Museum di New York.



Precisazione: la data mi sarebbe passata inosservata  se non avessi letto la notizia  in questa   pagina di facebook
E dato che,  come ho già detto e ripetuto fino alla nausea, ogni pretesto è buono per ricordare un luogo che mi è rimasto nel cuore molto più di quanto potessi immaginare,  ripropongo quanto avevo già scritto sul museo nell'ormai lontano giugno del 2008. 
Seconda precisazione: nel frattempo la figlia emigrante è tornata alla base, ci è rimasta per un po'    e ora  è nuovamente ripartita: Un modo come un altro per  farmi entrare nel cuore più di una città 



Il maggiore museo d'America,in quanto a notorietà non ha niente da invidiare ai vari Louvre, Hermitage e British Museum. E', manco a dirlo, letteralmente sterminato, e pensare che la sua prima sede fu in una modesta brownstone di downtown. Fu spostato nel 1880 nella sede di Central Park, una sobria costruzione in mattoni in origine pensata come sala da ballo. Contrariamente alla moda dell'epoca che voleva sedi pompose per i musei, questa non lo era perchè i progettisti del Central Park, Olmsted e Vaux, non avevano nessuna intenzione che il museo rubasse la scena al loro parco. Solo in seguito vennero aggiunte le colonne sulla facciata, ma questo avvenne quasi trent'anni dopo, ai primi del novecento. L'ingresso è a pagamento, ma il biglietto è a libera offerta e la cifra indicata è solo un suggerimento e se decidete di dare di meno nessuno vi guarderà male. Il museo contiene un numero enorme di opere d'arte, circa due milioni. Sette grandi collezioni che spaziano dall'arte americana alla europea, egizia, orientale, medievale, greca e romana, africana. Impossibile vederle tutte nemmeno a campare duecento anni, bisogna farsene una ragione, decidere in fretta che cosa guardare e andare avanti senza pensarci più, perchè il rischio di finire come l'asino di buridano è concreto. Il mio suggerimento è di tralasciare la pittura europea, che non è impossibile vedere altrove con una certa facilità, e di dedicarsi piuttosto all'arte orientale, soprattutto indiana, molto meno presente nei nostri musei. (Altro suggerimento, quasi del tutto disinteressato: se non avete molto tempo da passare a New York, ricordate che gli egizi sono a portata di mano anche qui da noi a Torino.)

Andate a vedere il giardino cinese con la attigua sala Ming, opera di esperti provenienti dalla Repubblica Popolare Cinese che riproduce, usando una illuminazione naturale, un autentico giardino cinese dell'epoca Ming, con tanto di pagoda cascata e stagno con i pesci rossi. Questo stupendo corpo femminile di cui mannaggia ricordo solo appartenere all'arte indiana, è un'opera strepitosa, capace di trasmettere le stesse emozioni della Nike di Samotracia. Regalatevi anche un break nella caffetteria sulla balconata, il caffè non è un granchè ma i muffin sono ottimi,
e poi ci si riposa ammirando il grande salone di ingresso in stile neoclassico. Se vi rattrista tanto pensare che non avete visto un sacco di opere interessanti che non avrete mai più l'occasione di ammirare, sappiate che può sempre capitare anche a voi di ritrovarvi una figlia emigrante. Mai dire mai nella vita.

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