mercoledì 25 maggio 2016

Di nuovo in pista

Tra le curiosità parigine di cui Varie ed Eventuali aveva in mente di parlare prima della lunga pausa di riflessione c’era uno strano edificio a forma di pagoda, situato al numero 50 di Boulevard Voltaire, nell’11esimo arrondissement.



Era una sala da spettacolo progettata nel 1864 dall’architetto Charles Duval
sulla base del progetto per un autentico palazzo cinese dei nostri tempi
come aveva scritto all'epoca  l'autore

 


ed era stato battezzato Bataclan in omaggio a Jacques Offenbach che pochi anni prima aveva portato sulle scene Ba-Ta-Clan, un’operetta di ambientazione cinese.
Inaugurata l’anno dopo come sala da café concert, ospitava spesso anche spettacoli di vaudeville. Al primo piano si ballava.
Le cose erano andate bene per qualche tempo poi, un po’ per svariati passaggi di proprietà e un po’ perché il gusto del pubblico è volubile, il Bataclan ai primi del novecento è un locale con un passato luminoso ma con un futuro molto incerto.
Risorge nel 1910, grazie ad un accurato restauro ma soprattutto per merito delle piume e i lustrini delle riviste che mette in scena  José de Bérys,
 

















ed è proprio sul palcoscenico del Bataclan che Maurice Chevalier coglie i primi veri successi.















Nel 1926 si susseguono  un nuovo passaggio di proprietà e la trasformazione in cinema, poi negli anni trenta un incendio disastroso distrugge il tetto a pagoda.



Il locale continua a  vivacchiare senza infamia e senza lode fino a circa il millenovecentosettanta, quando l'ultimo proprietario decide di chiudere il cinema e la sala torna ad essere utilizzata come teatro.

Oggi il Bataclan ospita concerti e spettacoli, e da qualche anno è stato ridipinto con i colori originali anche se il fascino della vecchia fantasiosa pagoda è andato a fuoco nell’incendio del 1933.



Questo era tra le bozze in via di pubblicazione quando la sera del 13 novembre 2015 ci fu il terribile attentato,  e il coraggio di parlare di futili amenità venne meno. Sono passati parecchi mesi e sono successe tante altre cose, la maggior parte brutte. Ma il mondo va avanti lo stesso, e ci siamo resi conto che parlare di qualche futile amenità ogni tanto aiuta a non vedere del mondo soltanto il lato nero.

venerdì 18 settembre 2015

Parigi, 40 Cours Albert I, Casa Lalique


Come scrivevo nel post precedente, su istigazione di questa  guida


sono andata alla ricerca dell' Hôtel particulier di Lalique, che si trova  al numero 40 di cours Albert I alla confluenza di due strade di grande traffico,  con auto che sfrecciano da tutte le parti tanto che sulle prime uno si domanda se è proprio il caso di suicidarsi  per scattare quattro  foto ad una casa.





L'edificio ha sette piani, e   riuniva la residenza privata,  l'atelier e i locali di esposizione della ditta.  E' il febbraio 1901 quando il progetto a firma dei   due fratelli  Louis Eugene e Albert  Feine viene presentato per l'approvazione, ma a differenza di altri edifici parigini


costruiti in quegli stessi anni,  nessuna targa riporta i loro nomi e sulla sinistra del portone d'ingresso si nota appena il nome del proprietario  "R.LALIQUE",


Ho cercato  di sapere qualcosa in più sui  due architetti, ma sembra proprio  che  il loro lavoro più significativo sia  stata la casa di  cours Albert I.
L'edificio è senza dubbio elegante e molto gradevole ma non è un capolavoro e, particolare curioso, non è nel puro stile Art Nouveau  che ci si potrebbe aspettare. E' invece una costruzione  per certi versi eclettica, dove  le linee sinuose che sottolineano  le logge













e le ringhiere dei balconi



convivono con elementi in  stile rinascimento francese e   pinnacoli di gusto neogotico, aguzzi come parafulmini,


Insomma, non ci sarebbe niente di particolare per cui entusiasmarsi,  se non fosse per lo sbalorditivo portone di ingresso in cui Lalique esibisce tutta la sua maestria incorniciando l'ingresso con due alberi frondosi   





carichi di foglie che si rincorrono  sulla facciata  e  si protendono senza soluzione di continuità fin dentro la vetrata





che sembra velata da uno strato  di brina





Pare che il custode sia persona gentile e permetta ai turisti di entrare ad ammirare lo scalone principale, ma quando io sono passata di lì era domenica e nessuno mi ha aperto. Anche i custodi gentili la domenica vanno a spasso, ragion per cui  lo scalone l'ho dovuto cercare  in rete 



venerdì 11 settembre 2015

René Jules Lalique


René Jules Lalique nasce nel 1860,  a sedici anni bazzica già come apprendista nella bottega di un gioielliere parigino, frequenta il liceo artistico a Londra, poi torna a Parigi dove lavora come designer free lance per alcuni tra i più importanti gioiellieri del tempo, gente del calibro di Fouquet, Cartier, Boucheron.
A venticinque anni è pronto per aprire una sua gioielleria e tra il 1897 e il 1898 presenta le sue opere alle grandi esposizioni universali, ma è all'Expo del 1900 che arriva la consacrazione ufficiale.  I suoi gioielli Art Nouveau

si ispirano agli animali, insetti e pavoni, ma la vera  novità sta nell'utilizzare materiali nuovi e non obbligatoriamente preziosi: vetro, smalto, madreperla, ma anche corno e cuoio.
Il successo è grandissimo, Lalique piace alle grandi dame dell'aristocrazia e alle attrici più in voga. Disegna costumi di scena per Sarah Bernhardt e stringe amicizia con Calouste Gulbenkian, ricco magnate turco che lascerà in eredità al Portogallo la sua splendida collezione d'arte



















con  una consistente sezione dedicata  proprio alla produzione di Lalique






















Lalique usa molti materiali ma è la duttilità del vetro ad intrigarlo,  e non soltanto nella   fabbricazione di gioielli.   Installa una sua  vetreria e comincia a sperimentare. Sono  elegantissime  fusioni  di vetro e metallo,  calici in cristallo decorati con tralci d'uva e, prima per  il profumiere  François Coty e poi via via per molti altri,  una serie di bottiglieuna più bella dell'altra.
Con la prima guerra mondiale  converte la produzione in articoli più consoni al momento: siringhe e barattoli per medicinali, ma in seguito torna a creare gioielli e oggetti.
Il gusto è cambiato e i rigorosi  geometrismi dell'Art Deco  anni venti  si uniscono alle  sinuose lineee  dell'Art Nouveau di inizio secolo. Nascono le famose  lampade










(foto da qui

ma anche i  vasi, le  ciotole, i candelieri, perfino il  tappo per  radiatori di automobili












(foto da qui

Nel 1929 cura    le decorazioni della sala da pranzo della prima classe nel transatlantico Normandie  e  l'allestimento del  vagone ristorante dell'Orient Express


















(in mostra  l'anno scorso all'Institut du Monde Arabe, ma ad un prezzo talmente esagerato  da farmi passare la voglia)


Muore nel 1945 e  viene sepolto al  Père Lachaise in una tomba decorata da un crocifisso, inutile dirlo,  di cristallo opalescente


Su istigazione di questa  guida

 sono andata alla ricerca del suo  Hôtel particulier al numero 40 di cours Albert Ier.









Ma della casa parleremo la prossima volta

lunedì 24 agosto 2015

Di pittura, di soffitti, di panche e di gesti generosi

cito testualmente:
Nei primi giorni di novembre 2013 e per la prima volta in un'Istituzione Museale Italiana, Nedko Solakov ha lavorato instancabilmente  durante l'orario di apertura del mueso - e quindi sotto gli occhi dei visitatori della GAM...... Nedko, salendo e scendendo le scale per la realizzazione di Eight Ceilings - opera che grazie alla Fondazione per l'Arte Moderna e Contemporanea CRT, ora fa parte della collezione permanente GAM - ci ha fatto osservare che non tutti i visitatori avrebbero potuto vedere il suo lavoro. Così, dopo una visita alle nostre collezioni, ha deciso di disegnare anche sulle panche e donare alla GAM il lavoro Thirteen Benches. Un gesto generoso fatto con l'intento di garantire a tutti i visitatori, compresi coloro che per necessità non accedono alle collezioni attraverso le scale e non possono quindi godere dell'opera sui soffitti, di relazionarsi al suo lavoro lungo il percorso espositivo.  Osservando i soffitti e scrutando le panche vi troverete coinvolti in un'avvincente ricerca delle molteplici tessere disseminate negli spazi di collegamento del museo e lungo il percorso espositivo

 
con l'intento di rendere partecipi anche i lettori di V.ed E. impossibilitati a godere di persona dell'opera torinese del  Maestro, crediamo di compiere opera meritoria condividendo un modesto estratto del lavoro in oggetto


Dal momento che non solo  le dimensioni dei soffitti ma altresì le dimensioni della superfici dipinte sono sensibilmente inferiori alle dimensioni della Cappella Sistina, si è  ritenuto di far cosa utile, per facilitare l'avvincente ricerca delle molteplici tessere disseminate negli spazi di collegamento del museo e lungo il percorso espositivo,   evidenziare con freccia rossa e, ove necessario, anche con l'immagine di un paio di occhiali,  i punti più significativi che ad un  un occhio distratto potrebbero sfuggire. 






Thirteen Benches
Una delle tredici  panche - visione d'insieme

il particolare

un'altra delle tredici  panche - visione d'insieme
il particolare

sabato 22 agosto 2015

L'angelo delle merciaie



































Anno 1860. Siamo nel pieno del boom edilizio a cui ha dato il via il barone Haussmann sotto l'egida di Napoleone III con l'obiettivo di abbellire e modernizzare il centro cittadino levando di mezzo il  labirinto medievale di strade e stradine tortuose che non solo erano insalubri, ma   fornivano anche alla popolazione  un ottimo nascondiglio e mille   vie di fuga  in caso di sommosse e manifestazioni.
Rue de Turbigo, che deve il nome alla vittoria del1859 sull’esercito austriaco, nasce in quel periodo e parte grosso modo vicino alle Halles tagliando poi diagonalmente fino a terminare in place de la Republique, dove nell’ultimo tratto prende il nome di rue du Temple. Non è una strada aristocratica come il vicino Marais, è destinata ad ospitare belle case d’affitto costruite per la nascente borghesia e tra i primi inquilini conta commercianti di tessuti, sarti, bustaie e modiste.
  
















All’altezza del numero 57, su un edificio progettato    dall'architetto Eugène Demangeat,  una colossale figura alta  tre piani, dall’espressione impenetrabile e l’abito pieghettato come una colonna corinzia,  sembra vegliare sui passanti mentre con le piume delle  ali sorregge i balconi del quarto piano.



E’ una figura intrisa di mistero. Potrebbe essere  una cariatide, se non fosse che non si è mai vista una cariatide con le ali, o potrebbe essere  un angelo, ma un angelo di solito non se ne va in giro addobbato di collane  nappe  e nastrini. Per tagliare la testa al toro, qualcuno ha ipotizzato che sia una allegoria della  passamaneria, una sorta di omaggio alle tante sartorie e mercerie che all’epoca operavano nella zona.  
 


















Bisogna a questo punto sapere  che sei o sette anni prima l’Accademia di Belle Arti aveva indetto un concorso per la decorazione di un faro, a cui l’artista  Auguste Emile Delange aveva partecipato presentando  il disegno di una creatura alata. Il progetto non si era concretizzato, e infatti nessuna creatura alata era mai stata vista su nessun lungomare di Francia,  ma  il previdente Delange non butta via i cartoni del lavoro e di lì a qualche anno li tira fuori  dal cassetto e li riadatta per l’angelo/cariatide di nove metri sulla casa di  rue de Turbigo.




















Profilo greco e pettinatura rinascimentale sono  in linea con il gusto eclettico dell’epoca, perfino le  nappine e  i ponpon sembrano disegnati su misura per la nuova destinazione,  ed ecco  l'angelo  bell'e pronto, nel rispetto del rigido regolamento haussmanniano che vietava ogni elemento sporgente dal filo del fabbricato, e senza togliere nemmeno un po' di luce alle novanta finestre dell’edificio.



scopro ora il breve documentario che Agnes Varda ha dedicato alle cariatidi parigine. C'è anche  l'angelo di rue de Turbigo


Agnes Varda - Les dites cariatides di cinealoido

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