Avevamo scoperto la cucina asiatica nel corso di una vacanza in Olanda ed era stato amore a prima vista, ricordo ancora il nome della prima portata che mi capitò di ordinare: Malacca Chicken, erano piccoli deliziosi bocconcini di pollo guarniti di cipolla tagliata in minuscoli quadrettini, bastoncini di funghi sottili come fiammiferi e spicchietti di pomodoro intagliati molto graziosamente. E sento ancora nelle orecchie lo sgangherato cachinno del cameriere quando mio padre gli aveva chiesto il cestino del pane. Fu una umiliazione, ma la sapemmo superare.
Dopo quella prima mistica e illuminante esperienza diventammo fan della cucina cinese, la sperimentavamo ogni volta che ci capitava l'occasione, ma aimè sempre fuori dalle mura cittadine: i torinesi ancora oggi sono piuttosto diffidenti verso le novità, ma a quei tempi era ancora peggio e nessuno mai avrebbe neanche lontanamente preso in considerazione un menu privo di tomini al verde e peperoni in bagna cauda.
E così, quando in via Goito a Torino vedemmo la prima insegna di ristorante cinese, ci entrammo con le lacrime agli occhi. Era caduta una barriera.
Dopo quel primo coraggioso antesignano la valanga di ristoranti cinesi a Torino divenne inarrestabile. Ne nascevano come funghi e posso mettere la mano sul fuoco che noi per i primi tempi li abbiamo provati tutti. Così come ho collezionato tutti, veramente tutti i primi libri di cucina cinese e ho frequentato insieme alla mia inseparabile amica Eva i primi due corsi di cucina cinese mai organizzati in città.
Il Malacca Chicken però non è mai più comparso.
Come tutte le grandi passioni, col tempo si è affievolita. Sarà colpa dei cuochi cinesi che non brillano per fantasia e alla fine non se ne può più di mangiare riso cantonese con piselli surgelati e prosciutto semicarbonizzato, o sarà perchè lo stomaco ha perso baldanza e senza tanti ambagi ti lascia capire che di misurarsi ancora una volta con gli involtini primavera fritti nell'olio minerale esausto proprio non se ne parla, o sarà perchè una cena da dieci euro finisce per costartene trenta di tintoria per levare la puzza di fritto dal paltò, il fatto è che oramai mangiare cinese quando si è fuori dai confini non è più un imperativo categorico.
di conseguenza, se non fosse stato per le ottime dritte dateci da LEI, ci saremmo persi Chi Sing, un ristorante molto raffinato ed elegante che si trova a Berlino, al numero sessantadue di Rosenthaler Strasse.
Niente involtini primavera, niente puzza di fritto e nessuna decorazione sgargiante ma cucina molto curata e ambiente estremamente sobrio e piacevole. Arriverei a definirlo molto zen, ma le mie conoscenze in materia sono piuttosto sommarie e per quanto ne so, lo zen è roba che compete solo al Giappone, e allora glisso.
Una fitta nuvola di campanule di carta velina bianca pende dal soffitto, il che contribuisce a tranquillizzare immediatamente sul fatto che l'eventualità di ritrovarsi aspersi da vapori di unto è ragionevolmente da escludere.
in tre abbiamo scelto il menu di gamberoni e il quarto ha preferito gli spiedini di pollo, tutto era buonissimo e splendidamente agghindato, sia i gamberoni che il pollo erano infilzati in sottili cipollotti verdi a mo' di spiedino. Come siano riusciti a renderli rigidi come bastoncini di legno non ci è stato possibile capire.





















































































