giovedì 16 ottobre 2014

Moliere


Jean Baptiste Poquelin nasce a Parigi nel gennaio  1621.
Lascia la  facoltà di  giurisprudenza per  dedicarsi al teatro e a ventidue anni, insieme a Madeleine Béjart,  fonda l'Illustre Théâtre e inizia a recitare   con il nome di Moliere.  Si copre di debiti e per questo finisce allo Châtelet, la prigione dei debitori, ma torna in libertà nel giro di un paio d'anni  e per altri dodici, insieme ad una nuova  compagnia teatrale,   calca le scene di Tolosa, Bordeaux, Avignone,  Lione, insomma un po' tutta la provincia francese.

Mette in scena farse, commedie a canovaccio e balletti che compone lui stesso, gli affari continuano a non funzionare ma in compenso la sua compagnia ottiene l'onore di  fregiarsi del titolo di Comédiens de Monsieur (Monsieur era il fratello del Re). Al titolo dovrebbe essere unita anche una pensione, che però pare non sia mai stata pagata.  Nel 1659 finalmente una sua opera ha la fortuna di piacere al re in persona, e da quel momento  la sua carriera prende il volo. 




Sono gli anni dei grandi capolavori: L'Ecole des femmes, le Tartuffe, Don Juan, Le Mísanthrope.   Lusingato dal  successo  e  stimolato dalle polemiche,  Moliere  scrive le sue commedie più importanti ma non disdegna nel frattempo di dedicarsi anche   a operine minori destinate all'esclusivo piacere del re e della sua corte.   
Ha poco più di quarant'anni quando sposa  Armande Béjart, figlia di Madeleine, che è molto più giovane di lui e a detta di molti non brilla per la sua moralità. 
Ai primi del 1668 debutta  con grande successo con  Amphitryon,  scintillante riscrittura  della commedia di Plauto, ma alla fine dello stesso anno la prima de  L'Avare  è quasi un fiasco.  Continua ad  alternare grandi commedie e soggetti più modesti   per farse e balletti privati  a cui talvolta prende parte anche Luigi XIV nelle vesti di ballerino.




































Si  separa  da Armande e comincia ad avere problemi di salute, ma dopo qualche anno finalmente, con la sicurezza economica  arrivano anche  la riconciliazione con la moglie e una tregua alle polemiche con i suoi  detrattori. E' un periodo di calma, ma  non dura a lungo:   Giovanni Battista Lulli,  compositore mimo e ballerino fiorentino che aveva mosso i primi passi a Parigi come suo collaboratore,  sta  portando nei teatri l'opera lirica italiana che nessuno in Francia aveva ancora avuto modo di conoscere, e ne ricava non soltanto grandi consensi di pubblico, ma perfino la protezione del re.  La rivalità  è per Moliere, che già è malato di polmoni, motivo  di grande amarezza e il  17 febbraio 1673, mentre sta recitando il Malade imaginaíre,  cade vittima di un attacco del suo male. Riesce con enorme sofferenza a portare a termine  lo spettacolo, poi si mette a letto ma la  tosse è  talmente violenta  che una vena nei polmoni gli si rompe,  e in meno di mezz'ora muore soffocato dall'emorragia.  Aveva fatto in tempo a chiedere l'assistenza di un prete, che si era ben guardato dall'accorrere, e il giorno dopo  il curato della parrocchia di sant'Eustace





































gli rifiuta la sepoltura  in terra consacrata in quanto attore, e come tutti gli attori, scomunicato.
Armande  allora si rivolge  al re, che raccomanda all'arcivescovo di Parigi di  evitare che il rifiuto dia adito a polemiche  e così  Moliere viene tumulato di nascosto, di notte e senza la presenza di sacerdoti, ma nel cimitero consacrato di San Giuseppe.  
Nel secolo diciannovesimo lo  hanno spostato al Pere Lachaise, arruolato sul campo come testimonial di lusso insieme a La Fontaine,   Abelardo ed Eloisa,  per convincere i parigini a farsi seppellire nel nuovo cimitero appena inaugurato





venerdì 3 ottobre 2014

Dionigi Galvagno, panettiere



Alle ore 23 del 31 luglio 1942 la tradotta con un lungo fischio lasciò Borgo San 
Dalmazzo con il  suo carico di giovani per una guerra già persa in partenza
 e pochi di quella tradotta rividero  ancora Borgo San Dalmazzo, del gruppo  di amici
 solo io ritornai avendo fatto tutta la ritirata.........
gli dico siamo ritornati altre volte e ritorneremo anche questa volta, ma non fu così... 
 (dal diario di Dionigi Galvagno)


Dionigi Galvagno era mio suocero. Era nato nel 1914 e come tutti i suoi coetanei si era dovuto sobbarcare anni e anni di guerra. L'esperienza più tragica, che lo aveva segnato indelebilmente, era stata la ritirata di Russia dalla quale, di tutti i suoi commilitoni e amici,  lui solo era ritornato.


Dopo la nascita delle nostre figlie aveva deciso finalmente di scrivere i ricordi di questa terribile ritirata, ci stava pensando da tempo perché voleva, con tutte le forze, che questo pezzo di  storia non venisse  mai dimenticato.  Il 14 settembre avrebbe compiuto cento anni, e noi  abbiamo deciso  di celebrarlo  leggendo alcune pagine di questo suo diario.













Franco lo ha voluto ricordare così

Mio padre aveva la terza elementare, e il non aver potuto andare a scuola è stata per lui una ferita mai sanata, che assieme a quella della sua vita militare lo ha segnato per tutta la vita. Queste due esperienze sono sempre state presenti nei suoi discorsi e nei suoi ricordi, con lo stesso peso. Così mi spinse a studiare, volle che mi iscrivessi alla scuola media e poi al liceo. Non ho mai avuto il coraggio di abbracciarlo e dirgli quanto importante per me sia stata questa sua decisione, neppure negli ultimi anni della sua vita, perchè il carattere piemontese, o sabaudo come qualcuno ama definirlo, non è solo sobrio, ma talvolta anche così stupido da non permettere la sincera ed aperta dimostrazione degli affetti. Era nato il 14 settembre del 1914 a Sommariva Bosco.  Mio nonno paterno faceva il fabbro, la sua attività principale era quella del maniscalco. Quando tornò dalla grande guerra riaprì la bottega, ma i tempi erano cambiati, non poteva permettersi un lavorante e, finita la terza elementare, decise di non mandare più a scuola suo figlio e di farlo lavorare con sé. Terminata la parentesi da apprendista fabbro, di tornare a scuola non si parlò più e, dopo un periodo da apprendista muratore, dopo il servizio militare mio padre si trasferì a Torino, iniziando quello che sarebbe stato il lavoro della sua vita, il panettiere.  Aveva fatto il servizio di leva nel corpo degli Alpini, come da tradizione dei nostri luoghi. 


Nel 1936 fu mandato a Genova, in attesa dell'ordine di partenza per l'Africa; sono rimaste fotografie in cui è assieme ai commilitoni in riva al mare. L'ordine della partenza per l'Africa per mio padre non arrivò mai. In compenso partecipò alla campagna in Albania e Grecia, le cui reni avrebbe dovuto contribuire a spezzare. 



Tornò sano e salvo per un caso del destino. La nave che lo riconduceva in Italia faceva parte di un convoglio di tre unità: la prima e la terza furono silurate, quella di mezzo, su cui si trovava, compì indenne la traversata fino a Bari. Fu nuovamente richiamato e nel luglio del 1942 partì con la Divisione Cuneense per la campagna di Russia. 


Faceva parte delle salmerie (o della "sussistenza", come l'ha sempre chiamata), comandato a preparare il pane per le truppe. Non direttamente in prima linea. Ho sentito più di una volta qualche solone sentenziare che questi non erano soldati e quindi non era poi così strano che si fossero salvati. Affermazioni del genere si commentano da sé. non partirono certo con entusiasmo, né lui né gli altri, capendo benissimo a quale disfatta sarebbero andati incontro, male equipaggiati, in zone non adatte al tipo di azione militare che un corpo di artiglieria alpina sapeva condurre, messi sull'avviso da chi era partito per il fronte russo già nel '41 ed era ritornato. Ma partirono: per dovere, per obbligo e per quella rassegnazione che ha sempre contraddistinto le classi subalterne. Ancora una volta la sorte gli fu benigna perchè,  al termine della battaglia di Nikolajevka del 26 gennaio 1943, senza immaginarlo, si trovò a seguire quelli che sarebbero tornati, e durante la strada dovette veder gli amici di una vita morire in mezzo alla neve. Non ha mai voluto partecipare a raduni o sfilate, perchè le vicissitudini della campagna di Russia e il ricordo dei compagni perduti per sempre gli impedivano di accettare l'aspetto retorico di queste manifestazioni, ma  non ha mai dimenticato gli amici e a sfilata finita andava ad abbracciarli. È morto per un infarto nell'ottobre del 1981, la sera di un bellissimo sabato trascorso a casa nostra, cercando funghi nel boschetto vicino - una delle sue grandi passioni assieme alla (proibitissima) pesca con le mani nei fiumi - e giocando con le nipoti.  Scrivere non gli veniva né naturale né facile, quindi il fatto stesso che  abbia messo i suoi ricosdi  su carta, con la scrittura fitta ma ordinata, prudente e scrupolosa delle generazioni in cui la “bella calligrafia” era materia scolastica, la dice lunga sulla forza di quei ricordi e sull'urgenza di raccontare. Sono pagine che descrivono in modo molto diretto gli eventi, contengono errori di ortografia, di grammatica, di sintassi, perchè sono scritte da una persona che non ha potuto andare oltre la terza elementare, ma proprio a questo devono la loro forza. Ho letto per la prima volta quelle pagine quando era ancora in vita. Allora ritenevo che si dovessero correggere prima di farle leggere ad altri. Negli anni successivi ho capito che quelle pagine devono essere lasciate come sono, se si vuole che siano vive e che parlino a chi le vuole ascoltare. Quando abbiamo pensato come ricordarlo a cent'anni dalla nascita, siamo stati concordi nel ritenere che non ci sarebbe stata cosa migliore da fare, se non quella di far semplicemente conoscere qualche pagina di questa sua personale testimonianza. Qualcuno mi ha chiesto se mio padre gradirebbe questo modo di festeggiarlo, fosse in vita. Rispondo di si, senza alcuna esitazione. So che le ha scritte soprattutto perchè il ricordo rimanesse vivo nella nostra famiglia, ma sono certo che, in cuor suo, avrebbe voluto farle conoscere ai miei amici, con i quali gli era difficile parlare perchè non era "istruito". 



Il 14 settembre abbiamo festeggiato i 100 anni di Dionigi insieme a tantissimi amici, ma tanti tanti davvero


e ci siamo emozionati  come mai avremmo pensato. Un grazie di cuore a Carlo Roncaglia, Vince Novelli, Enrico De Lotto, Giò Dimasi, e naturalmente ad Elisa

martedì 30 settembre 2014

Ognuno a suo modo, tra Torino e Coazze


Nel 1901 Pirandello vive a Roma, ha già pubblicato qualche raccolta di poesie e il suo primo romanzo, L'Esclusa,  ma per mantenere la famiglia insegna ancora  Stilistica Italiana  all'Istituto Superiore di Magistero; il suo matrimonio  con Maria Antonietta Portulano è stato combinato  e non  si può definire felice nonostante la nascita di  tre figli.    Ha una sorella,   Lina, che  vive a Torino col marito.  Lina  trascorre solitamente  l'estate  a Coazze, un piccolo paese di mezza montagna tra la Val di Susa e la Val Sangone,  e invita il fratello a raggiungerla.  Dovrebbe essere  una vacanza   di un paio di  settimane

 
al massimo, invece la famiglia si ferma   dal 23 agosto ai primi di ottobre del 1901,   più di un mese durante il quale lo scrittore raccoglie nel Taccuino di Coazze impressioni e appunti  sul luogo e sulle persone, ne annota le  abitudini, i gesti ed il  linguaggio quotidiano.  Gli piace il fluire delle acque del  Sangone che rendono il panorama così diverso da quello agrigentino   e  stringe amicizia con il signor Prever che lo accompagna nelle escursioni al colle Braida.
Sembra proprio che questo posto gli sia congeniale, e  sicuramente tra le cose che apprezza in particolar modo  c'è  il motto che ancora oggi campeggia sul campanile della chiesa, 

che lo scrittore riprende quasi tale e quale nel titolo di una sua  commedia di una ventina di anni dopo, Ciascuno a suo modo
E sono  parecchie le opere  in cui si ritrova  qualche riferimento a Coazze, che Pirandello ribattezza  Cargiore,  a partire dalle  novelle Gioventù e La messa di quest'anno che vi  sono ambientate


E' nato a Cargiore anche Giustino,  il protagonista di un romanzo del 1910, Suo marito, che verrà ripubblicato  negli anni quaranta col titolo  di Giustino Roncella nato Baggiòlo.  
Giustino, un  piccolo impiegato, è il marito di  Silvia la quale diventa scrittrice di successo.  Giustino ne diventa l'agente, tratta con gli editori e i giornalisti e si dimostra in gamba, molto. Per questo suscita l'invidia dei colleghi che lo mettono in ridicolo anche agli occhi della moglie, fino a che lei lo molla per un maturo scrittore.
Nel romanzo entra in scena anche  Torino: infatti proprio al Teatro Alfieri Giustino, nascosto in un palco dell'ultima fila,   assiste alla prima trionfale del dramma scritto dalla moglie Silvia da cui è da tempo separato.
Si teneva in fondo per non farsi scorgere. Sul suo capo già la piccionaia strepitava, 
veniva dal basso, dai palchi, dalla platea il fragorio, 
il fermento delle grandi serate. Il teatro doveva esser pieno e splendido.

E la familiarità  di Pirandello nei confronti di Torino emerge anche nel Fu Mattia Pascal,  quando l'ex bibliotecario, oramai divenuto Adriano Meis, ricorda

....un tramonto a Torino, nei primi mesi di quella mia nuova vita, sul lungo Po 
presso al ponte che ritiene per una pescaja l'impeto delle acque che vi fremono irose: 
l'aria era di una trasparenza meravigliosa, tutte le cose parevano 
smaltate in quella limpidezza e io, guardando, mi sentii così ebbro della mia libertà
 che temetti quasi d'impazzire





mercoledì 24 settembre 2014

Il caso Brancusi



 Incassato  in Place Beaubourg, di fronte al  Centre Pompidou






c'è un  piccolo edificio protetto da  muri in cemento un po' tetri. Ospita una mostra permanente delle opere dello scultore Constantin Brancusi e non si tratta di un progetto originale, ma è  la ricostruzione  dell'autentico atelier dell'artista fatta da Renzo Piano. Le opere che lo scultore aveva lasciato in eredità allo stato francese, così come gli attrezzi e  i calchi,














tutto quanto è stato ricollocato esattamente come nel vecchio laboratorio,

una più che  modesta boita con il tetto in lamiera dalle parti di Montparnasse, e l'operazione è stata possibile perchè lo scultore  aveva lasciato anche una grande quantità di appunti, taccuini e foto













 con la precisa indicazione che tutto venisse conservato così com'era. Poco dopo la sua morte, avvenuta nel 1957,  la boita però era stata demolita, e  solo quarant'anni dopo, nel 1997, finalmente l'atelier è stato ricostruito uguale uguale (tetto di lamiera a parte), e Piano è riuscito a ricreare perfino la stessa  bellissima  luce che spioveva  dai lucernari. 


E ora che vi ho fatto vedere l'atelier, vi racconto che Constantin Brancusi nasce in un piccolo villaggio della Romania nel  1876. Studia alla Scuola di Arti e Mestieri di Craiova, poi  alla Scuola di Belle Arti di Bucarest, nel 1904 va a Parigi dove si  iscrive all'Ecole des Beaux-Arts nel 1905. Conosce Auguste Rodin e ne resta  grandemente colpito, stringe amicizia con Amedeo Modigliani, Fernand Léger, Henri Matisse, Marcel Duchamp  Henri Rousseau, Tristan Tzara, Francis Picabia
Con Modigliani  l'amicizia era nata  grazie ad  un mercante d'arte,  Paul Guillaume, e Brancusi  aveva anche convinto l'amico a sperimentare la scultura. Purtroppo respirare  la polvere che si crea scolpendo non è  esattamente l'ideale per un malato di tubercolosi, e così il pittore livornese aveva ben presto dovuto desistere. Ma questa è un'altra storia.
Nel 1913 Brancusi presenta alcune sue opere  a New York e l'anno dopo Alfred Stieglitz gli allestisce la prima personale.

Ottiene grande successo  tanto che negli anni seguenti gli vengono allestite a New York  altre mostre personali, ed è proprio in una di queste occasioni che  nasce il caso Brancusi,




un processo che l'artista  intenta addirittura contro il governo degli Stati Uniti.  Nel'ottobre del 1926 Brancusi, decide di esporre negli Stati Uniti  Bird in Space,

una scultura dalle forme molto stilizzate  che il funzionario della dogana rifiuta di catalogare come opera d'arte.  Questo strano oggetto secondo lui  è un Kitchen Utensil  e quindi non può ottenere l'esenzione fiscale (duty free) prevista per le  opere d'arte. Un'onta che Brancusi,  e Duchamp che lo accompagna, non possono proprio digerire e anche se i 240 dollari di tassa vengono pagati, subito dopo  Brancusi intenta causa contro gli Stati Uniti. 
Il processo dura  due anni,  i testimoni a favore sono personalità della cultura tra cui  il fotografo Edward Steichen, e le cronache riportano un dialogo piuttosto surreale tra lui e  il giudice:
Lei come lo chiama questo?
Lo chiamo come lo chiama lo scultore, oiseau, cioè uccello
Come fa a dire che si tratti di un uccello se non gli somiglia?
Non dico che è un uccello, dico che mi sembra un uccello, così come lo ha chiamato l'artista
E solo perché  lo ha chiamato uccello, questo le fa dire che è un uccello?
Si, vostro Onore
Se lei lo avesse visto per strada, lo avrebbe chiamato uccello? Se lo avesse visto nella foresta, gli avrebbe sparato?
No, vostro Onore
Il dibattito è molto teso e infuocato, ma alla fine la sentenza è completamente a favore di  Brancusi in quanto  
L'oggetto considerato... è bello e dal profilo simmetrico, 
e se qualche difficoltà può esserci ad associarlo ad un uccello, 
tuttavia è piacevole da guardare e molto decorativo, 
ed è inoltre evidente che si tratti di una produzione originale 
di uno scultore professionale.
 accogliamo il reclamo e stabiliamo che l'oggetto sia duty free.

martedì 16 settembre 2014

Parigi - Place du Général Catroux ovvero la piazza dei tre Dumas

Place du Général Catroux, XVII Arrondissement, dalle parti di Parc Monceau

è anche conosciuta come la piazza dei tre Dumas per via dei  monumenti  a loro dedicati.
Perchè i Dumas famosi sono tre e non soltanto due,  come la mia ignoranza mi aveva fin qui  lasciato credere.
C'è  Alexandre Dumas padre, 



















che Gustave Dorè rappresenta seduto in poltrona,  camicia slacciata e penna d'oca in mano,


















mentre al piano di sotto, sull'imponente  piedestallo  costruito dagli architetti Joseph Antoine Bouvard e Ulisse Gravigny, un gruppo bronzeo è assorto nella lettura di una delle tante  opere del Maestro,















e dall'altro lato  d'Artagnan in persona, con la spada sguainata e la mano sul fianco  guarda i passanti con l'aria di sfida del guascone doc




















Poi c'è il monumento ad Alessandro Dumas figlio


















realizzato in pietra (a giudicare dal grado di sfarinamento che non lascia presagire niente di buono per quanto riguarda la sua conservazione,  credo si tratti di pietra  arenaria) e  inaugurato 12 giugno 1906  (le persone della foto, presa da qui , sono i familiari dello scrittore il giorno dell'inaugurazione)














in cui il Nostro  è ritratto  in abito da lavoro e con la penna in mano come il babbo, ed è attorniato da   un gruppo di figure femminili che, se ho capito bene, dovrebbero simboleggiare  sofferenza e rassegnazione. Allegria e gioia di vivere  non sono state prese in considerazione.















Passeggiando per la piazza si incappa poi  in  due  enormi catene spezzate che non possono non suscitare curiosità

E' proprio grazie a queste catene che ho scoperto la storia, di cui non avevo mai sentito parlare,  del padre mulatto dell’autore dei Tre Moschettieri. 







Le cose sono andate così:  siamo verso la fine del settecento e  Alexandre Antoine Davy de la Pailleterie, marchese,  si è stabilito   nella colonia francese di Saint-Domingue, l'attuale Haiti, in cui  erano stati deportati  migliaia di schiavi africani per lavorare nelle piantagioni. Ha  un fratello la cui professione è il poco nobile commercio di  schiavi,  e tra questi schiavi c'è la bella  Marie Césette che viene prontamente impiegata  come femme du mas, donna della masseria, col compito di provvedere ai lavori domestici. Tra un lavoro domestico e l'altro deve provvedere  anche ad altre necessità del padrone di casa, dal momento che sappiamo che mette al mondo  un certo numero di  figli del marchese,  il primo dei quali viene chiamato Thomas Alexandre. Quando il nobiluomo  decide di rientrare in Francia  vende tutti i figli  come schiavi (nel frattempo  Marie Césette era  morta) ma si riserva  il diritto di riscattare il primogenito,  che effettivamente alcuni anni dopo ricompra. Lo manda anche  a scuola e gli trasmette cognome e titolo prima di unirsi in matrimonio con la nuova cameriera. Il ragazzo non digerisce il fatto che il  padre intenda  convolare  a nozze dopo aver rifiutato di impalmare la donna che  aveva messo al mondo  i suoi figli, allora se ne va di casa e si arruola col nome di Dumas,  il soprannome della madre,  nell'esercito di Napoleone.  A trent'anni è già generale, il primo in Francia a non avere la pelle completamente bianca. La sua carriera sembra andare col vento in poppa finchè non ha l'ardire di mettersi in conflitto con  Napoleone il quale, poco disposto a dare ascolto alle voci di dissenso,  senza dire  né  a né ba  lo degrada e lo caccia dall'esercito. Con  Dolomieu (lo scenziato che studiò la composizione chimica delle montagne che da lui prendono il nome di Dolomiti) si imbarca su una nave che naufraga  a Brindisi, e viene  imprigionato dai Borbone. Resta in galera due anni e  dopo il rientro in Francia è zoppo, sordo da un orecchio, parzialmente paralizzato e senza un soldo. Ha solo trentacinque anni e  chiede   il reintegro nell’esercito. La  leggenda vuole che  Napoleone  gliel'abbia  offerto a patto di andare a  reprimere la rivolta degli schiavi neri in Africa. La  proposta viene  naturalmente rifiutata  con sdegno e pochi mesi  dopo Dumas muore. C'è chi dice per un cancro, chi per i veleni che durante la prigionia  gli sarebbero stati  messi nel  cibo, chi semplicemente per il dolore.   Gli viene rifiutata anche la Legione d'Onore e alla vedova Marie Labouret non viene riconosciuto nessun diritto alla pensione. Alexandre Dumas, suo figlio e futuro scrittore, ha poco più di tre anni. 
per Anatole France
  « Le plus grand des Dumas, c'est le fils de la négresse. Il a risqué soixante fois sa vie pour
la France et est mort pauvre. Une pareille existence est un
chef-d'œuvre auprès duquel rien n'est à comparer. » 


















A onor del vero nella Place du Général Catroux dal 1913 una statua dedicata al grande generale francese esisteva, ed era questa


ma durante l’occupazione nazista,  per recuperare a fini bellici il bronzo di alcune statue, il  famigerato governo razzista di Vichy aveva emesso  un decreto che suona come una lista di epurazione perchè tra le prime ad essere fuse  ci fu, guarda caso,  quella del generale  mezzo sangue  seguita a ruota da quella  di Charles Fourier,  padre del socialismo utopistico.

mercoledì 3 settembre 2014

Parigi - Dove si parla di Film, di stazioni del métro e di musicisti russi



Il Concerto è un film di qualche anno fa, una sorta di fiaba dal  lieto fine improbabilissimo,  come tutte le belle fiabe che si rispettano.  Non so se ricordate la trama:  un grande direttore d'orchestra del Bolshoi di Mosca, reo di non aver voluto licenziare due musicisti ebrei,  vivacchia tristemente come uomo delle pulizie  nello stesso teatro  fino a che una trentina di anni dopo,  per caso, intercetta un fax del teatro Chatelet  che invita l'orchestra  di Mosca  ad esibirsi a Parigi.






Decide di tentare l'impossibile: sostituirsi all'orchestra ufficiale riunendo tutti i compagni caduti come lui in disgrazia e  suonare al Teatro Chatelet proprio   lo stesso   concerto per violino e orchestra di  Pëtr Il'ič Čajkovskij  che stavano suonando al momento della loro pubblica umiliazione. 
Il gruppo, raffazzonato alla bell'e meglio e arrugginito da tanti anni di inattività musicale, parte alla volta della Ville Lumiere e tra alti e bassi sembra che l'impresa folle sia destinata a fallire, fino alla catartica e liberatoria scena finale per cui,  complice la musica di  Čajkovskij,  è consigliabile disporre di   una buona scorta di kleenex




Sulla scia dell'emozione, inevitabile,  una volta  ricapitati a Parigi, prendere la metro per andare in devoto pellegrinaggio al  teatro.  













Alla stazione Chatelet troviamo  un'orchestra  russa  che suona canzoni tradizionali e offre in vendita il suo CD e la coincidenza un po'  troppo curiosa  lascia il dubbio che siamo  capitati sul set di un sequel del film.




Restiamo ad ascoltare e capiamo che   non c'è nessun set:  l'orchestrina è assolutamente e completamente autentica. Compriamo il CD che, detto per inciso, andrà a rimpolpare la nostra già considerevole collezione di CD di musicisti di strada, e usciamo nella piazza.
Ci dimentichiamo dei musicisti russi  fino a che, qualche tempo dopo e qualche viaggio dopo, ricapitiamo alla stazione Chatelet e li ritroviamo di nuovo  lì. Intabarrati perchè è inverno, ma sempre intenti a suonare le loro musiche tradizionali. 
Compriamo il CD dimenticando di averlo già acquistato la volta precedente,  li salutiamo come vecchi amici ritrovati e ce ne usciamo all'aperto.


L'ultima volta  che li abbiamo visti la stazione era in ristrutturazione, ma loro,  impavidi e inamovibili, sempre al loro posto a suonare le loro musiche tradizionali.





Li abbiamo risalutati come cari vecchi amici, ma stavolta il CD non gliel'abbiamo più comprato.



LinkWithin

Related Posts Widget for Blogs by LinkWithin