mercoledì 16 luglio 2008

Nathan's a Coney Island -

avevo già pubblicato tempo fa questo post, ma oggi ho visto su Flickr un intero servizio dedicato a Nathan e al suo Hot Dog Eating Contest, e ho pensato che poteva tornare di attualità rifare una capatina a Coney island.
Le foto di questo Contest non le ho fatte io, non voglio usurparne il merito, io ve lo segnalo caso mai voleste farvi un'idea di quanti hot dog possano entrare nello stomaco di un mangiatore professionista. Se vi interessa, guardate qui .

Da qui in giù, invece, ci sono tutte le mie foto e il testo che avevo già postato



Avevo già raccontato qualcosa su Nathan's qui.

Non era la prima volta che ci andavamo, ci eravamo già stati nel lontano aprile 1986 seguendo i consigli della nostra guida "New York" ed. SugarCo maggio 1983, che recitava:

... il leggendario chiosco di hot dog di Nathan, l'0originale e il migliore. Non potete tralasciarlo: si trova sul bordo del parco d'attrazione, lungo Surf Avenue. Quando venne aperto, nel 1916, gli hot dog si vendevano a 5 centesimi.... è una vera istutuzione newyorkese. Era perfino naturale in passato, che i presidenti americani vi si facessero fotografare. la cosa faceva popolarità... Dopo Nelson Rockefeller, nessuno può sperare di farsi eleggere nello stato di New York senza essersi fatto ritrarre davanti al chiosco di Nathan....

A gennaio ci siamo affidati ad una guida un po' più aggiornata: New York - The Rough Guide edizione giugno 2005, dove si legge:

....quando arrivate dirigetevi subito da Nathan's, il fast food all'angolo con Surf Avenue, il locale più vicino all'uscita della metropolitana. E' qui che viene servito il "celebre hot dog di Coney Island" pubblicizzato in tutte le altre filiali di Nathan's della città. A Manhattan potete tranquillamente fare a meno di assaggiare questa specialità; qui invece, solo i vegetariani hanno una scusa valida per non farlo....

Noi non avevamo ancora fame, ma fuori c'era un gelo che tagliava le orecchie e siamo entrati per riscaldarci con una delle loro enormi pinte di caffè. Davanti a noi faceva la fila un quartetto di managers dal robusto appetito, e così nonostante tutto mi è riuscito di scattare anche una foto dell'imperdibile hot dog.
Intanto, mi guardavo intorno in caso fossero in arrivo Hillary oppure Obama in tour pre elettorale, ma non è arrivato nessuno.













martedì 15 luglio 2008

Gian Maria Testa

Anni fa avevo visto in tivù Enzo Biagi intervistare un cantautore di Cuneo, sconosciutissimo a casa nostra, che aveva tenuto un concerto all'Olympia di Parigi, e pure con grande successo, per giunta. Non faceva il cantautore a tempo pieno, se non ricordo male diceva di essere capostazione o qualcosa del genere. Mi era sembrato un tipo interessante, ma non avevo fatto in tempo a capirne il nome. Un paio di giorni dopo il mio pusher di cd, il tizio che quando passo davanti al suo negozio srotola il tappeto rosso, mi fa ascoltare un disco di canzoni strane, una voce ruvida. Era lui, il cantante capostazione, l'ho riconosciuto anche se non l'avevo mai sentito cantare prima. Gian Maria Testa. Di lì a pochi giorni un foglietto ciclostilato comunica la data del suo primo concerto dalla mie parti: al teatro don Bosco di Rivoli. Ci siamo andati di corsa, trascinando con noi anche gli amici. Avremmo potuto fondare quella sera il suo primo fan club, peccato non averci pensato. Da quella prima volta è passato un bel po' di tempo, credo che il lavoro da capostazione, se mai lo aveva fatto davvero o non avevo capito male io, lo abbia lasciato da un pezzo. Noi da parte nostra siamo andati ad ascoltarlo parecchie volte, tutte le volte in cui ci è stato possibile. Teatri importanti e salette parrocchiali, da solo o in gruppo con i musicisti più eterogenei. Lo abbiamo visto con Rava Bollani e la Banda Osiris in Guarda Che Luna, con Erri De Luca in una rilettura del don Chisciotte, una volta anche con Mario Brunello e con il fantastico clarinetto di Gabriele Mirabassi. Roba seria o performances più scherzose, sempre garbato e intelligente e mai sopra le righe. Come è stato anche ieri sera alle Serre reali del castello di Racconigi, dove l'abbiamo apprezzato in un Omaggio a Léo Ferré insieme a Roberto Cipelli al piano, Paolo Fresu alla tromba, Attilio Zanchi al contrabbasso e Philippe Garcia alla batteria. Proprio una bella serata. E proprio un bel posto, che mi sembra piaccia molto anche alle cicogne.

giovedì 10 luglio 2008

Grand Central Terminal

Costruita nel 1913 per volere del magnate delle ferrovie Cornelius Vanderbilt, Grand Central Terminal è realizzata con un telaio in ferro rivestito da un abito in stile Beaux Arts. Dagli inizi del secolo scorso ad oggi ha perso forse gran parte dell' importanza che aveva come nodo ferroviario, ma anche ai tempi nostri sa come sfoderare il suo appeal e catturare l'attenzione del visitatore. Si trova all'incrocio tra Park Avenue e la leggendaria 42 °, la strada dei teatri. E' una costruzione grandissima, con un atrio lungo quasi centocinquanta metri e alto quarantacinque, dalla volta a botte decorata come un enorme cielo stellato. Non è solo una stazione, per quanto lussuosa e blasonata: Grand Central è un monumento, una vera e propria attrazione che la gente va appositamente a visitare, un po' per i suoi cinquanta negozi, un po' per i suoi più di venti ristoranti, uno dei quali è il super famoso Grand Central Oyster Bar. Se siete affezionati al mito di questo locale celebrato, statene alla larga e vi risparmierete una delusione. Contrabbandato come il ristorante di pesce migliore della città, nella realtà è un salone affollato e chiassoso, con tavoli piccoli apparecchiati con orribili tovaglie a quadretti rossi per accaparrarsi le quali occorrono code interminabili. Il tutto per ottenere un piatto sciapo e insapore servito da camerieri distratti e approssimativi. Lasciate perdere l'Oyster Bar, datemi retta, e fatevi invece un bel giretto nella stazione, tra i corridoi di marmo e le salette di attesa dalle poltrone in pelle. E ringraziate Jaqueline Kennedy perchè se non ci fosse stata lei a combattere insieme ad altri appassionati e facoltosi newyorkesi, tutto questo po' po' di splendore sarebbe andato distrutto per far posto ad un ennesimo grattacielo per uffici.

Conoscete Michel Camilo?

Il signore piccolino dall'aspetto leggermente dimesso che siede al pianoforte in questa foto si chiama Michel Camilo. Dominicano di nascita, proviene da una famiglia di musicisti, ha studiato pianoforte classico fin da bambino, e a sedici anni faceva già parte dell'Orchestra Sinfonica di stato. Evidentemente tutto ciò non gli sembrava sufficiente, dal momento che a venticinque anni si trasferisce a New York dove continua a studiare jazz presso la famosa Julliard School. Debutta alla Carnegie Hall, ottiene un successo pazzesco, e da lì la sua carriera decolla in maniera stratosferica. Suonerà un po' dappertutto nelle sedi più prestigiose, perfino alla Casa Bianca in occasione di non so più quale compleanno di Ronald Reagan. Sforna un sacco di dischi interessanti, scrive colonne sonore per film, e qualche anno fa pubblica anche una sua versione della Rapsodia in Blue e di altre musiche di Gershwin. Un pianista con un curriculum del genere potrebbe tranquillamente pretendere di esibirsi come minimo al Teatro Regio, sicuro di avere migliaia di fan disposti a sborsare una fortuna per il biglietto. Invece il signor Michel Camilo si è esibito ieri sera dalle mie parti in un concerto molto coinvolgente (e decisamente economico) in cui ha come al solito saputo ammaliare con il suo virtuosismo prorompente, è stato cordiale ed ha perfino ringraziato il pubblico per esser andato ad ascoltarlo. Tutto diverso da un altro pianista, un signore anche lui molto bravo per carità, ma spocchioso come nessun altro, che usa suonare girando le spalle al pubblico, non ringrazia mai, se sente uno sternuto è capace di alzarsi e abbandonare il palco senza proferire parola, e fa pagare il biglietto la bellezza di novanta euro. Lui si era esibito la sera prima, al Regio giustappunto, ma noi avevamo deciso già tanti anni fa di boicottarlo proprio per i suoi atteggiamenti da primadonna, e non siamo andati ad ascoltarlo.

martedì 8 luglio 2008

Raw Food

L'avvenente bionda in copertina che sta vezzosamente ingozzandosi di foglie e di becchime è una guru (quale sarà il femminile di guru? Gura?) della tendenza alimentare che sta rapidamente prendendo piede a New York: il tutto crudo. A prima vista non sembra un'impresa impossibile, in fondo di ricette che non prevedono l'accensione del fornello ce ne sono parecchie, e appetitose. Per dire: l'insalata di carne cruda all'albese, o la steak tartare francese, e vuoi mettere che buona l'insalata caprese con pomodorini e mozzarella o per stare sempre in ambito insalatesco, l'insalata greca con la feta? Tutti piatti crudi da gran gourmet, ma alla biondona di cui sopra evidentemente piacciono le sfide estreme, e allora non basta che il cibo sia crudo, lo vogliamo anche vegetariano, anzi che dico vegetariano: VEGANO! Tradotto in parole povere, significa niente carne niente pesce niente latticini niente uova. Sono permessi vegetali e frutta (non ho avuto cuore di approfondire eventuali ulteriori divieti, non avrei retto), e ogni tipo di frutta secca, caldamente raccomandata come fonte di proteine e di grassi. E poi semi. Semi di ogni genere distribuiti con grande generosità, ma soprattutto usati per sagomare, uniti a non ho capito quale legante, dei surrogati di crackers che vengono asciugati in forno a temperatura bassissima oppure disidratati nell'essiccatore, e che somigliano in maniera preoccupante agli agglomerati di semini che si usa offrire al canarino di famiglia. Ci sono alcuni ristoranti specializzati, naturalmente, e quello della nostra bionda è il più alla moda. La curiosità dopo aver attentamente compulsato il testo e analizzato ogni singola fotografia, era tanta, ma considerando che l'età dei fruitori di questi locali si situa intorno ai trent'anni, anno più anno meno , mi sembra inutile chiarire che da sola mai avrei avuto il coraggio di varcarne la soglia. Mi sono venuti in soccorso gli amici di Fab e la scarsa illuminazione del ristorante, e così nel mucchio nessuno ha mostrato di notare che la mia presenza faceva incrementare di parecchio l'età media. Non sono in grado di ricordare per filo e per segno ciò che ci è stato servito, tranne l'ultimo piatto fotografato che il menu definiva con qualche esagerazione zucchini lasagna, e che ricordava alla lontana una delle ricette del libro. I dolci sono sembrati a tutti quanti la parte migliore della cena e sono stati oggetto di molteplici scambi e assaggi incrociati, e questo spiega perchè le fotografie siano risultate piuttosto mosse e poco indicative. Buono il vino, ovviamente organic, ma tasto dolentissimo: nessuna possibilità di ottenere un caffè qualsiasi, neanche a piangere in ginocchio. Conto sostenuto ma non proibitivo, e giudizio finale: interessante, ambiente piacevole, ma sull'ipotesi di una seconda visita a stretto giro di posta si può soprassedere

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