giovedì 13 settembre 2012

Sulla via Francigena - Abbazia della Novalesa: la storia






























Dopo la Sacra di san Michele e sant'Antonio di Ranverso,  Varie ed Eventuali  con deplorevolissimo e imperdonabile ritardo si è accorta di aver dimenticato di parlare di  una terza  Abbazia  situata sulla via Francigena a pochi chilometri da  Torino: l'Abbazia della Novalesa



E' un complesso   austero e ruvido che ha poco  in comune  con l'immagine  ricca e fastosa che di solito la parola Abbazia richiama alla mente, e la sua architettura  è  suggestiva proprio perchè  priva di orpelli, fatta di materiali poveri e decorata molto sobriamente. In poche parole, si capisce  che è stata pensata   per pregare e non per ostentare lusso.
Ha avuto una storia travagliata e interessante che vale la pena di conoscere, cercherò di riassumerla in poche parole.

In un’area situata a cavallo tra la val di Susa e la Maurienne


























al confine tra il regno dei Franchi e il regno Longobardo, nel 726 un certo Abbone, nobile franco, fonda un monastero e lo dedica ai santi Pietro e Andrea.
























Il colle del Moncenisio è un importante crocevia della via Francigena e i monaci mettono in piedi un ostello per pellegrini e viandanti, attività grazie alla quale ottengono donazioni e privilegi dai re carolingi. Nello stesso periodo i tre villaggi della valle: Venaus, Novalesa e Ferrera vengono accorpati in una unica unità su cui l’abate esercita piena giurisdizione non solo ecclesiastica ma anche civile.























All'epoca di Carlo Magno l'Abbazia conta più di cinquecento monaci che, oltre ad accogliere e ospitare i pellegrini, si occupano di trascrivere e miniare codici rari rendendo la Novalesa uno dei più importanti centri culturali del Medio Evo. Le cose vanno bene fino al 906, quando una spedizione di saraceni sbarcata in Europa dalle parti di Saint Tropez (precedendo di molto l'arrivo di Brigitte Bardot) si dirige a spron battuto proprio verso la Novalesa. L’abate Donniverto fiutando il pericolo chiude l’abbazia, raccoglie baracca burattini e codici della biblioteca, e si rifugia insieme con i monaci a Torino, in quella che secoli dopo diventerà la Chiesa della Consolata. I Saraceni trovano campo libero e saccheggiano, incendiano, e nei villaggi fanno fuori un discreto numero di quei poveretti che non hanno potuto tagliare la corda con i monaci, e che per postumo risarcimento verranno in seguito santificati e venerati come martiri. Dopo un certo numero di anni e varie vicissitudini il monastero viene riaperto, ma nel frattempo ha perso la sua indipendenza e si trova sottoposto alla potente abbazia di Breme. I rapporti tra le due comunità non sono esattamente rose e fiori e la Novalesa pur giurando regolarmente obbedienza all’abate di Breme, non vede l’ora di riprendersi la propria indipendenza. L’abbazia di Breme, stremata dalle devastazioni dei milanesi, è in crisi ma la Novalesa non se la passa molto meglio: i monaci sono pochi e la situazione economica, tra debiti, usurai e liti giudiziarie, precipita a tal punto che dopo alterne vicende il monastero viene dato in commenda, cioè la sua gestione viene affidata ad un commendatario il quale non è un monaco ma un laico, a cui è demandato l’incarico di amministrare le finanze delle abbazie, che novanta volte su cento gestisce l’incarico in maniera disinvolta e più che darsi da fare per l'abbazia, si dedica alla cura degli affaracci propri. E' facile arguire che in virtù dei suoi commendatari la Novalesa non si riprende proprio per niente tanto che nel 1638 conta la presenza di tre soli monaci e addirittura quando nel 1646 per risollevarne le sorti arriva un gruppo di Foglianti, monaci cistercensi dediti alla preghiera e al lavoro, nel monastero è rimasto soltanto un monaco, e per di più anziano. Tra la fine del 1700 e i primi anni del secolo XIX, grazie alla nuova strada che Napoleone fa' realizzare per collegare Susa e Lanslebourg e facilitare il transito delle truppe, il vecchio ostello viene ingrandito e la comunità della Novalesa ritorna a crescere e a godere di una certa prosperità.





























Ma nel 1855 una legge del Governo Sabaudo sopprime tutti i monasteri del Regno: i monaci vengono espulsi e gli edifici dell'Abbazia sono messi all’asta. Verranno adibiti prima a colonia idroterapica e poi a convitto, condannati ad un umiliante degrado che durerà fino agli anni settanta, quando la Provincia di Torino acquisisce la proprietà e la riconsegna nuovamente ai monaci.     (continua)





4 commenti:

Grazia ha detto...

Carlo Magno, i Saraceni, Napoleone...Novalesa val bene una visita, magari con una guida come te!

antonietta ha detto...

grazie x gli auguri di inizio anno e bel post!

Nela San ha detto...

Per dirla alla romagnola: certo che quelle pietre li' di cose ne han viste ben tante cio' (dove il "cio'" sta per rafforzativo romagnolo. Aspetto la seconda puntata e se incontro Paolo Rumiz gli dico che gli ho trovato un degno antagonista nello scrivere su luoghi e natura.

Margot ha detto...

Come mi affascina questo cammino...anch'io quest'estate ho sfiorato la via Francigena, ma in Toscana. Spero di poterlo fare anche in Piemonte, presto.

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