martedì 8 marzo 2011

otto marzo duemilaundici


Otto marzo,  festa della donna. E' una ricorrenza che  gli anni scorsi  avevamo  ricordato così e  ancora  così
Quest'anno gli argomenti di cui parlare non mancherebbero,  ma  le scorte  di luoghi comuni sono già state tutte ampiamente saccheggiate e  per questo  Varie ed Eventuali pensa che sulla giornata di oggi sia preferibile, oltre che salutare, osservare  un decoroso silenzio. E visto che  questo otto marzo duemilaundici  è anche   martedi grasso,  oltre ad essere il  giorno del compleanno del suo consorte,   per  ventiquattro ore filate   V.edE. eviterà di amareggiarsi ulteriormente e andrà a cucinare le  frittelle come le signore di questa vecchia  cartolina. Non senza aver prima augurato un  buonissimo  otto di marzo a tutti. 

lunedì 7 marzo 2011

Di palo in frasca: da Herzog e DeMeuron a Rudolf Laban, passando per il codirosso spazzacamino



A sud-est di Londra, ai limiti  di Deptford Creek in una zona ricca soprattutto  di autodemolitori e di  capannoni industriali abbandonati, c'è il  Laban Dance Center, che  se non è proprio la più grande scuola di danza contemporanea in tutto il mondo,  senza dubbio è una delle prime in  Europa. 




A spingerci ad  una gita   in quel quartiere  squallido e privo di attrattive turistiche  in realtà non erano stati nè la necessità di trovare uno sfasciacarrozze  nè  il richiamo dell'arte coreutica: noi volevamo semplicemente vedere con i nostri occhi, e fotografare,  la nuova sede della Scuola progettata da  Herzog e DeMeuron


Si tratta di una costruzione di rigorosa semplicità, con  facciate ricurve  rivestite da pannelli  cangianti in  policarbonato delicatamente colorato  dal turchese al magenta,   alternate  a  grandi zone vetrate su cui si riflette  il   panorama esterno, che appare  diverso  ad ogni passo.  







Molto suggestiva   la soluzione che l'architetto paesaggista Günther Vogt ha adottato per la sistemazione delle zone verdi:




 
le  ha  modellate  geometricamente creando una serie di dislivelli e collinette  erbose dalla connotazione dichiaratamente artificiale,  in mezzo alle quali ha collocato  una sorta di anfiteatro gradonato. Una realizzazione che appare molto  scenografica nonostante tutta l'area sia completamente priva di alberi. 
E questa  mancanza  non è dovuta (o non soltanto, per lo meno)  a motivazioni  di carattere estetico ma deriva dalla necessità di proteggere dagli  agguati di uccelli rapaci che nidificano sugli alberi   i pochissimi  esemplari di  codirosso spazzacamino superstiti nell'area. 















Ammirata e fotografata la scuola, mi è venuta la curiosità di conoscere il signor Rudolf von Laban  di cui fino a quel momento  sapevo all'incirca meno di zero, e sono andata   a documentarmi.  Ho scoperto una personalità che definire  affascinante  e  poliedrica può apparire perfino  riduttivo, infatti fin da ragazzino il Nostro  mostra grande attitudine per il teatro e organizza spettacoli folkloristici;  a diciott'anni crea un  mistero coreografico con   cori parlati e cantati su musiche atonali,  ed è tutta farina del suo sacco. A diciannove realizza un dipinto che, dicono,   precede le prime pitture astratte di Kandiskij. In seguito entra, ma  subito esce, dall’accademia militare di Wiener-Neustadt, va a Parigi per  studiare architettura, ma capisce che non è cosa e si dedica al  teatro e alla danza. All'inizio studia la danza accademica, ma ne percepisce il  limite e cerca di approfondire una sua elaborazione personale. Comincia ad ideare e a perfezionare  un metodo di notazione coreografica che  è passato alla storia come Labanotation, (Immagine da Wikipedia)
mentre nel frattempo prosegue  l’attività di danzatore e coreografo,  a  Monaco di Baviera riunisce  un gruppo di giovani  interessati alle sue idee e  alla ricerca di una danza  assoluta, attraverso la quale arrivare all’essenza stessa del movimento. Crede fermamente nell'intreccio tra danza suono e parola,  Tanz – Ton – Wort, che   rappresentano una  unità inscindibile.  Enfatizza il sincronismo nei  movimenti dei danzatori,  non   per costruire una figura statica da ammirare, come nella danza accademica,  ma per esprimere un'emozione in divenire. 
Crea una scuola estiva a  Monte Verità, alle pendici delle Alpi Svizzere, e qui sperimenta  il tentativo di liberarsi dai  condizionamenti sociali cercando di restituire all'uomo la piena armonia con se stesso e con la natura.  La danza diventa per Laban  il tramite attraverso il quale  mettere in relazione il corpo umano con lo spazio circostante e nello stesso tempo  la terapia per sconfiggere alienazione e incapacità di comunicare. Applica un  allenamento quotidiano basato su tecniche di improvvisazione e rilassamento, di equilibrio e disequilibrio, per portare l'allievo  alla conoscenza completa ed al controllo del proprio corpo fino ad  esprimersi  soltanto grazie alla propria fisicità. La danza a questo punto non ha più bisogno della mediazione della musica perché nasce direttamente dai  ritmi fisici  del danzatore. Laban afferma che  “ognuno è un danzatore e tutto è movimento: l’attività del cervello, il ciclo vitale delle cellule, il respiro, il battito del cuore, ogni manifestazione fisica e mentale."
Analizza il movimento e lo codifica in tutte le sue forme,  elabora  teorie scientifiche: l’Eucinetica (la teoria dell’espressione) e la Coreutica (la teoria dello spazio)  con le quali getta le basi per la danza moderna. Dopo la prima guerra mondiale passa di successo in successo, fonda compagnie,  apre scuole, nel 1928 presenta ufficialmente il suo sistema di notazione coreografica e nel 1930 è direttore della sezione danza dell’Opera di Stato di Berlino. Ma uno spirito libero e anticonformista come lui  non può andare a genio al regime nazista, che infatti lo costringe nel '38 ad emigrare in Inghilterra. Qui applicherà i suoi studi sul movimento  alla riabilitazione dei feriti in guerra, e in seguito, anche   al coordinamento dei movimenti degli operai alla catena di montaggio.  Nel frattempo fonda il Laban Art of Movement Studio, che dirigerà  fino alla  morte,  il 1 luglio 1958. 

martedì 22 febbraio 2011

Regalo


Una decina di anni fa frequentava la quinta elementare qua vicino. Lui  in quinta  e suo fratello più piccolo in terza, ogni giorno alla mezza passavano davanti al mio studio per tornare a casa.  In realtà definire casa  un vecchio camper coi vetri sfondati  è esagerato, ma comunque è  lì  che loro   abitavano, insieme a non so quanti fratellini, una mamma  che forse era la  nonna, chi lo sa, sempre con la bottiglia di birra in una mano e la sigaretta nell'altra,  e nessun  uomo adulto  nei pressi. 
Prima un saluto veloce, poi due parole, ogni tanto qualche spicciolo per la merenda e alla fine dell'anno eravamo amici. L'ultimo giorno di scuola me li vidi  davanti  con la pagella in mano:  promossi tutti e due. Meritavano un regalo e  andammo a cercarlo  insieme. Scelsero entrambi un orribile paio di scarpe da ginnastica bianche che sfoggiarono orgogliosi  per tutta l'estate. 
Poi il camper fu fatto sgomberare e  i  due fratelli mi passarono di mente. Dopo un paio di anni il grande tornò ogni tanto a farsi vivo. Perchè sa che ti può spillare due soldi, mi dicevano. Tutti gli zingari chiedono soldi, che cosa credi.  Ora, per quanto  balenga e credulona, certe cose arrivo a capirle  anch'io, e tra l'altro ho ben presente che noi  non viviamo nel mondo dei puffi, perciò mi sono molto sorpresa quando qualche tempo fa  lui se ne è arrivato,  mano nella mano con una graziosa ragazzina bruna, soltanto  per presentarmela  ufficialmente come la sua fidanzata. E ancora di più mi sono sorpresa oggi, quando ha suonato e mi ha messo in mano  una piccola scatola di cioccolatini.
Una volta, all'epoca in cui lo incontravo ogni giorno,   mi aveva lasciata  basita con una domanda: Ma come si fa' a diventare come  siete voi?  


mercoledì 16 febbraio 2011

La Galleria Subalpina



In origine, all'epoca in cui Torino era capitale del Regno di Sardegna e poi per un nanosecondo anche  prima capitale del Regno d'Italia, in questi palazzi c'era il Ministero delle Finanze, poi successe quello che successe, la capitale traslocò, e  il Ministero pure. 
Dopo alcuni anni, una decina circa, su progetto di Pietro Carrera e con i  fondi messi a disposizione dalla Banca Industriale Subalpina,  venne  realizzata la Galleria Subalpina, un elegante passaggio coperto che funge da cerniera tra piazza Castello e piazza Carlo Alberto.  
Non è grandissima, è lunga appena una cinquantina di metri, larga quattordici e alta circa diciotto,


ha una bella  balconata che al secondo piano la percorre lungo tutto il perimetro






















e una  copertura in ferro e vetro, come molte  costruzioni simili  realizzate nell'ultimo quarto del'ottocento, che la illumina dall'alto.



















L'hanno definita il salotto di Torino, e dal momento che  anche piazza san Carlo è considerata  il salotto di Torino, e leggendo qua e là  si trova citazione di almeno altri tre o quattro salotti di Torino, si deduce facilmente  che Torino dispone di più di un salotto. Ma la Galleria, nella mia classifica personale,  è il più bello di tutti.

L'interno è tutto un susseguirsi di vetrine dall'aria piacevolmente retrò, e ciascuno dei negozi e dei locali che si trovano qui è per un verso  o per un altro un posto caro ai torinesi; c'è il  Cinema Romano dove ci si dava appuntamento il sabato pomeriggio,  il ristorante Arcadia che per primo osò introdurre   il sushi nel  menu, o la libreria che per  decenni fu il  negozio principe per i libri di testo usati, con lunghe  file di ragazzini e mamme che ai primi di ottobre stazionavano per ore. Ci sono anche le vetrine interne della   pasticceria Baratti & Milano  uno dei locali storici di Torino che proprio un paio di giorni fa ha celebrato il suo centocinquantesimo compleanno. La sua cioccolata con  panna e le sue torte celestiali sono l'ideale  per un break pomeridiano. Qui il  vermouth viene servito in compagnia di  olive e  patatine:  i barman,  raffinati come tanti milord, semplicemente  inorridirebbero alla vista dei cumuli  di  pasta fredda,  brandelli di frittata  e focacce  stantie con  cui si ingozzano tanti  habitué delle  aperi-cene . 



Tutto bellissimo  raffinatissimo e perfettissimo, a parte l'orribile cono gelato di plastica  messo a sentinella  della porta su piazza Castello. E' talmente fuori luogo rispetto all'eleganza di tutto il locale che l'unica giustificazione plausibile è che si tratti del lavoretto fatto all'asilo  dal figlio del proprietario per la festa della mamma. 



domenica 13 febbraio 2011

Se non ora, quando?




Oggi alle 14,30 in piazza san Carlo.


Tanta tanta gente, nessuna bandiera di partito e molta allegria.
E' stata proprio una bella manifestazione.





martedì 8 febbraio 2011

Elle come Langhe. O anche Elle come LeWitt




Dicono che per vedere le Langhe al meglio bisogna andarci verso la fine dell'estate o l'inizio dell'autunno, quando le viti sono ancora cariche di grappoli e le foglie cominciano a rosseggiare. Verissimo, lo confermo per quei pochi che ancora nutrissero dei dubbi: il panorama delle Langhe in autunno è  una roba da togliere il fiato. Ma noi eravamo andati da quelle parti per motivi diversi dal turismo e sembrava un sacrilegio tornare a casa senza aver dato nemmeno un'occhiata. Così, giusto per vedere che impressione  potevano dare   le colline appena appena  imbiancate  e i filari tutti spogli e nudi come tanti bastoni di scopa. 



Mah, sarà perché  a me  l'inverno piace  a prescindere, sarà che il cielo era particolarmente azzurro e il clima particolarmente tiepido, però a me queste Langhe invernali e un po' sotto tono sono proprio  piaciute. E così abbiamo deciso di allungare di poco  la strada e andare a fotografare la famosa Cappella della Madonna delle Grazie  che alla fine degli anni settanta la famiglia  Ceretto  aveva fatto restaurare in una maniera che all'epoca aveva fatto discutere parecchio.



La Cappella in realtà non è  mai stata un luogo di culto. Era stata costruita nel 1914 da un ricco viticoltore perchè durante i temporali servisse da riparo ai contadini, ma non fu mai consacrata e quando i fratelli Ceretto    acquistarono i vigneti in località Brunate (uno dei grandi crus del barolo) la cappelletta era ridotta ad  un rudere. 
Avrebbero potuto tranquillamente demolirla e nessuno avrebbe trovato  nulla da ridire, invece decisero di restaurarla e ne affidarono la decorazione interna  all'inglese  David Tremlett, mentre per gli esterni  venne deciso di  coinvolgere Sol LeWitt, artista americano che   non aveva paura di osare con i colori.










E questi sono due amici incontrati per la strada: lui è Max, di professione dovrebbe fare il  cane da guardia ma per il momento pare avere   idee ancora molto confuse in materia.

Lei invece  è Carla:  signorina per bene molto graziosa  ma  per niente disposta  a dare confidenza ad un'estranea.  



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