giovedì 9 luglio 2009

New York - SoHo e il Cast Iron Historic District

Il quartiere di SoHo (South of Houston) nasce intorno al 1660 come insediamento dei primi schiavi liberi di Manhattan, era un terreno ondulato e destinato a coltivazioni agricole che nel settecento, dato l'aumento dei residenti, si decise di urbanizzare. L'area venne completamente spianata e nei primi decenni dell'ottocento SoHo era uno dei quartieri più densamente popolati della città. Grazie alla presenza di manodopera a basso costo, arrivarono poi magazzini all'ingrosso e officine ma durarono pochi anni e se ne andarono in fretta abbandonando al degrado grandi fabbricati vuoti che la municipalità avrebbe molto volentieri raso al suolo se non vi si fossero nel frattempo insediati parecchi artisti in fuga dal Greenwich Village diventato a sua volta troppo caro. Gente instabile i Newyorkesi, mai che si fermino a lungo da qualche parte. Comunque, per tornare a bomba, è proprio grazie alla mobilitazione di questi artisti che il piano di demolizione non andò in porto e oramai, anche se pure gli artisti hanno traslocato da SoHo, l'idea perversa di distruggere una delle zone architettonicamente più interessanti di tutta Manhattan pare definitivamente archiviata e il quartiere, riconvertito per l'ennesima volta, rimane uno dei più vitali e più trafficati.
Strapieno di boutiques di lusso, è frequentatissimo dai turisti italiani, categoria contraddistinta dalla curiosa abitudine di viaggiare attraverso i continenti praticamente soltanto con lo scopo di fare shopping di capi di vestiario che potrebbero tranquillamente trovare nel negozio sotto casa. Sciamano a centinaia curvi sotto il peso di innumerevoli borse griffate, difficilmente gli passa per la testa che ci possa essere qualcosa di più interessante della vetrina di Prada e così facendo si perdono dei fantastici edifici che si possono vedere praticamente solo in questo quartiere. Edifici costruiti intorno alla metà dell'ottocento e nati grazie all'intuizione del signor James Bogardus, che nel retro del suo negozio di ferramenta si era inventato la prima facciata in ghisa della città, una soluzione a dir poco rivoluzionaria che sostituiva alle vecchie pesanti murature portanti in mattoni pieni una struttura metallica di gran lunga più leggera. Questo consentì di realizzare aperture molto più grandi col risultato di portare una grande quantità di luce in più negli ambienti e regalare una libertà progettuale fino ad allora impensabile.
Detto per inciso i Newyorkesi, per quanto instabili, si sono mostrati riconoscenti e hanno da poco intitolato a James Bogardus un piccolo parco all'incrocio tra Hudson West Broadway e Chambers Street. Se passate da queste parti e avete poco tempo datemi retta, lasciate perdere le vetrine che gira e tuira sono uguali dappertutto e fatevi una bella passeggiata a zig zag per queste strade, vedrete un panorama urbano davvero unico fatto di balaustre visionarie e stravaganze imprevedibili fino ai due veri e propri gioielli che sono chiamati il Re e la regina di Greene Street. Ai numeri 72-76 troverete the King, un edificio fatto di cinque piani di eleganti colonne e lesene verniciate di bianco e ai numeri 28-30 potrete ammirare la grazia più elaborata della Queen of Greene Street. Mentre all'angolo tra Broome Street e Broadway vi verrà incontro il magnifico Haughhwout Building, realizzato nella seconda metà dell'ottocento e ultimo esempio di architettura in ghisa, con arcate e colonnati liberamente ispirati all'architettura veneziana e primo edificio in assoluto ad essere dotato di un ascensore Otis a vapore. E su Broadway non perdetevi il Little Singer Building, l'edificio di fianco alla nuova sede della casa editrice Scholastic di cui abbiamo già parlato. Proprio nel Singer, nel 1904, Ernest Flagg sperimenta all'estremo le possibilità di questo tipo di architettura e apre la strada ai futuri edifici vetrati che imperverseranno a partire dagli anni cinquanta.

6 commenti:

comidademama ha detto...

Mi piacciono tanto i tuoi racconti newyorkesi. Tu che un po' newyorker lo sei e con l'occhio da arch. che ti ritrovi riesci a colpirmi ogni volta.

un caro abbraccio (Marta è cresciuta così tanto che oggi quando Marco l'ha presa in braccio per portarla a dormire le gambe toccavano quasi quasi per terra!)

sandra ha detto...

Anche a me incantano le tue cronache e le tue foto e come sai interessare senza mai pedanteria né noia.
Il giorno in cui andassi a N.Y, non vorrei mai partire senza portare con me il tuo diario di bordo.

dede ha detto...

troppo buone ragazze, troppo buone!

The City ha detto...

Ciao Dede avevo lasciato un commento stamattina, sono io che sono arrivata o è sparito?

The City ha detto...

sono io che sono arrivata;)

Anonimo ha detto...

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