mercoledì 21 maggio 2008

Una mostra a Palazzo Madama

una bella mostra a Palazzo Madama su Roberto Sambonet, designer e artista. Tra le tante opere, la pescera che fu il regalo di nozze che apprezzammo sopra ogni altro, e che nonostante gli anni, ancora oggi non è minimamente invecchiata. beata lei.

martedì 20 maggio 2008

riunione sindacale

A voler essere ottimisti, e io temo di esserlo a tal punto che la definizione esatta per me non è ottimista ma balenga, anche nel vedersi chiudere in faccia alle dieci meno otto minuti lo sportello dell'ufficio protocollo per una riunione sindacale indetta con preavviso di un nanosecondo e prevista tra le dieci e le undici, ci può essere qualcosa di buono.

Ad esempio, si può alzare lo sguardo su una piazza vista milioni di volte, e accorgersi che c'è da sempre una chiesa bellissima che non hai mai guardato per davvero


che sulla piazza le case sono ornate da bei portici, i quali conservano ancora le colonne in pietra originali,


che appena girato l'angolo c'è il glorioso Collegio in cui tanto tempo fa studiavano i pargoli delle famiglie bene,
che sulla facciata di una casa tutta decorata con un trompe l'oeil c'è una interessante meridiana,



e le ringhiere dei suoi balconi sono una diversa dall'altra



e, last but not least, che ci si può sedere al tavolino di un caffè e godersi un delizioso cappuccino fuori programma, mentre la mente passa in rassegna le più raffinate torture a cui sarebbe bello sottoporre colei che, sorridendo ineffabile, ha chiuso con otto minuti di anticipo lo sportello mentre le sarebbero bastati dieci secondi per metterti lo stramaledettissimo timbro che ti ha fatto perdere una intera mattinata.



aggiornamento: una mia amica mi manda una foto della chiesa che io non avevo mai notato, dicendomi che lei, invece, questa chiesa l'aveva già notata, e da molti anni.

lunedì 19 maggio 2008

la credenza degli elefanti

C'è un espediente infallibile per mettere alla prova la fantasia dei propri amici: fare collezione di una cosa qualunque.
A me è capitato trent'anni fa, alla cena di inaugurazione della nostra casa nuova di zecca, di ricevere in dono tre elefanti in legno. Commenti divertiti sulla coincidenza casuale, e poi fino alle ore piccole tutti a disquisire su quanto e come e perchè gli elefanti portino fortuna, a patto però di avere la proboscide rivolta verso la porta di casa, tassativo.
La settimana dopo, in cerca di un vaso da fiori, il caso mi portò alla Rinascente, dove si celebrava la settimana dell'India. Di vasi da fiori manco l'ombra, ma in compenso vendevano in saldo una graziosa serie di elefantini. Fu l'inizio della fine.


Da quel lontano pomeriggio, io ho sancito la mia condanna ma nello stesso tempo ho liberato una volta per tutte i miei amici dal fardello della ricerca del regalo giusto. A me si regalano elefanti. In ogni occasione, di tutti i generi e di tutte le misure. Portapillole, bottoni, teiere, collane, pendenti, cornici, borsettine, saponette, ciccolatini, spille e spilline, barattoli, non ha importanza l'oggetto, quello che conta è che abbia la forma di un elefante. Credo che a molti piacerebbe anche che avesse la dimensione reale di un elefante, ma su questo particolare sono stata irremovibile da subito.








Niente li ferma e nulla li intimidisce, sono in grado di trovare, e Dio solo sa dove, portasaponi, bicchieri per lo spazzolino da denti, scopini da gabinetto a forma di elefante.



Una mia amica carissima, bellissima donna di grande classe, immagino abbia dovuto raccogliere tutto il coraggio possibile per sfidare la derisione dei commessi pur di farmi dono della pregevole elefantina in plastica con gonnellino rosa e orologio annesso.
E ricordo ancora con commozione il papà di un'altra mia carissima amica esclamare: ecco trovato il posto per quella sfilza di nove elefanti di legno che non sappiamo più dove cavolo mettere.
Queste signori miei, sono prove di amicizia vera. La mia.



la clemenza di Tito



L'altra sera prova generale, e per una botta di fortuna una maschera gentile ci ha alloggiati in un palco. Un duello all'ultima foto, senza nemmeno la paura di disturbare i vicini.

































Veniva rappresentata per la prima volta a Torino in forma scenica, ben più di duecento anni dopo che Mozart la compose. Prima, la si era ascoltata soltanto sotto forma di concerto. Direzione di Roberto Abbado regia di Graham Vick e una magnifica scenografia stile anni 20, non ricordo di chi.
Dato che sulla Stampa (TorinoSette del 16 maggio) Sandro Cappelletto, che ne sa molto ma molto più di me, ha scritto un articolo molto interessante, evito di dire le solite quattro banalità con parole mie e trascrivo pari pari le sue, di parole. Mi sembra la scelta migliore.

La prima rappresentazione ha luogo a Praga, il 6 settembre 1791. Passano tre settimane e a Vienna va in scena «Il flauto magico»; all’inizio dell’estate aveva composto «Ave verum corpus», un mottetto sacro di perfetta intensità; i primi di ottobre nasce il Concerto per clarinetto, a novembre due Cantate Massoniche, mentre incombe il lavoro per il «Requiem », che al momento della morte - il 5 dicembre 1791 - Mozart lascerà largamente incompiuto. La malattia moltiplica le forze, la felicità creativa travolge ogni ostacolo materiale. «La clemenza» nasce per un’occasione precisa: «solenizzare il giorno dell’Incoronazione di sua Maestà l’Imperatore Leopoldo II» a re di Boemia.
Allora usava così: nuovo imperatore, nuova opera, non c’era omaggio più spettacolare, più gradito, più rituale. E il prescelto è Mozart. Ma, obiettano gli ormai pochi detrattori di questo lavoro, dopo la meravigliosa rappresentazione della vita e dei caratteri di uomini e donne reali compiuta nelle tre «commedie» nate assieme a Lorenzo Da Ponte - «Nozze di Figaro», «Don Giovanni », «Così fan tutte» - come può Mozart ritornare al genere troppo sfruttato dell’ «opera seria» che aveva fatto la propria fortuna durante il Settecento, prima della Rivoluzione francese e di quella nuova, più democratica sensibilità che aveva mandato in soffitta dei, eroi, imperatori, portando in primo piano affetti, passioni, interessi, caratteri più concreti e credibili? Come si può passare dal «farfallone amoroso» cantato da Figaro, dall’inesauribile elenco del catalogo di Don Giovanni, dalla sensuale, pratica visione della vita della serva Despina, alle austere riflessioni dell’imperatore Tito Vespasiano: «Ah, se fosse intorno al trono / ogni cor così sincero, / non tormento un vasto impero, / ma saria felicità»?.
Il mercato è il mercato e la corte imperiale di Vienna, la nobiltà e il pubblico di Praga chiedono, in quel contesto, proprio questo: un’opera encomiastica e rappresentativa della nobiltà dei sentimenti che devono animare un sovrano illuminato. Tito, nonostante un attentato tramato ai suoi danni, si dimostra clemente: la congiura è scoperta, ma lui non cede al sentimento della vendetta, perdona e l’annunciata tragedia si muta in lieto fine. Il librettista Caterino Mazzolà riprende un libretto di Pietro Metastasio, già tante volte rappresentato, e perfetto per la circostanza. Il prodigio è un altro: nonostante le convenzioni obbligate, Mozart riesce a donare la propria conquistata capacità di esplorare l’animo umano anche a personaggi che da tempo non frequentava.
Con Tito, il monarca che distrusse il Tempio ebreo di Gerusalemme, nella nervosa Roma imperiale del primo secolo sono in scena Vitellia, decisa a vendicare il padre detronizzato proprio da Tito, del quale in verità è innamorata. E allora decide di servirsi di Sesto, che la ama, e di chiedere a lui di bruciare il Campidoglio perché Tito muoia nel rogo. Importava nulla al pubblico del tempo che l’amante e congiurato Sesto venisse interpretato da un evirato cantore: non era il realismo che si cercava, ma la verità della bellezza e il canto dei castrati sapeva come rendere questa illusione (a Torino, il ruolo è affidato al soprano Monica Bacalli). La vicenda è convenzionale, la musica di Mozart la rende viva e credibile e i suoi personaggi, cone sottolinea Roberto Abbado, «cantano tutte le sfaccettature e le contraddizioni dell’amore». Un genio non riesce mai a negare se stesso.

P.S. è stato sì un duello fotografico, ma queste che ho pubblicato sono tutte foto mie

sabato 17 maggio 2008

Mi piacciono i cani

Mi piacciono i cani, tutti i cani, non importa di che taglia di che colore e di che razza, e difficilmente riesco a reprimere l'impulso di fotografarli. Chiedo il permesso al proprietario, e fino ad oggi nel cento per cento dei casi ho sempre ottenuto una risposta entusiasta. Li mettono addirittura in posa, per la mia foto, e si fanno in quattro perchè io riesca a riprendere il loro amico nella luce migliore e dal lato più avvenente. Di solito dopo la foto ci scambiamo sempre due parole amichevoli. Perchè tra noi cinofili ci capiamo, anche quando non parliamo la stessa lingua

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