lunedì 19 maggio 2008

la clemenza di Tito



L'altra sera prova generale, e per una botta di fortuna una maschera gentile ci ha alloggiati in un palco. Un duello all'ultima foto, senza nemmeno la paura di disturbare i vicini.

































Veniva rappresentata per la prima volta a Torino in forma scenica, ben più di duecento anni dopo che Mozart la compose. Prima, la si era ascoltata soltanto sotto forma di concerto. Direzione di Roberto Abbado regia di Graham Vick e una magnifica scenografia stile anni 20, non ricordo di chi.
Dato che sulla Stampa (TorinoSette del 16 maggio) Sandro Cappelletto, che ne sa molto ma molto più di me, ha scritto un articolo molto interessante, evito di dire le solite quattro banalità con parole mie e trascrivo pari pari le sue, di parole. Mi sembra la scelta migliore.

La prima rappresentazione ha luogo a Praga, il 6 settembre 1791. Passano tre settimane e a Vienna va in scena «Il flauto magico»; all’inizio dell’estate aveva composto «Ave verum corpus», un mottetto sacro di perfetta intensità; i primi di ottobre nasce il Concerto per clarinetto, a novembre due Cantate Massoniche, mentre incombe il lavoro per il «Requiem », che al momento della morte - il 5 dicembre 1791 - Mozart lascerà largamente incompiuto. La malattia moltiplica le forze, la felicità creativa travolge ogni ostacolo materiale. «La clemenza» nasce per un’occasione precisa: «solenizzare il giorno dell’Incoronazione di sua Maestà l’Imperatore Leopoldo II» a re di Boemia.
Allora usava così: nuovo imperatore, nuova opera, non c’era omaggio più spettacolare, più gradito, più rituale. E il prescelto è Mozart. Ma, obiettano gli ormai pochi detrattori di questo lavoro, dopo la meravigliosa rappresentazione della vita e dei caratteri di uomini e donne reali compiuta nelle tre «commedie» nate assieme a Lorenzo Da Ponte - «Nozze di Figaro», «Don Giovanni », «Così fan tutte» - come può Mozart ritornare al genere troppo sfruttato dell’ «opera seria» che aveva fatto la propria fortuna durante il Settecento, prima della Rivoluzione francese e di quella nuova, più democratica sensibilità che aveva mandato in soffitta dei, eroi, imperatori, portando in primo piano affetti, passioni, interessi, caratteri più concreti e credibili? Come si può passare dal «farfallone amoroso» cantato da Figaro, dall’inesauribile elenco del catalogo di Don Giovanni, dalla sensuale, pratica visione della vita della serva Despina, alle austere riflessioni dell’imperatore Tito Vespasiano: «Ah, se fosse intorno al trono / ogni cor così sincero, / non tormento un vasto impero, / ma saria felicità»?.
Il mercato è il mercato e la corte imperiale di Vienna, la nobiltà e il pubblico di Praga chiedono, in quel contesto, proprio questo: un’opera encomiastica e rappresentativa della nobiltà dei sentimenti che devono animare un sovrano illuminato. Tito, nonostante un attentato tramato ai suoi danni, si dimostra clemente: la congiura è scoperta, ma lui non cede al sentimento della vendetta, perdona e l’annunciata tragedia si muta in lieto fine. Il librettista Caterino Mazzolà riprende un libretto di Pietro Metastasio, già tante volte rappresentato, e perfetto per la circostanza. Il prodigio è un altro: nonostante le convenzioni obbligate, Mozart riesce a donare la propria conquistata capacità di esplorare l’animo umano anche a personaggi che da tempo non frequentava.
Con Tito, il monarca che distrusse il Tempio ebreo di Gerusalemme, nella nervosa Roma imperiale del primo secolo sono in scena Vitellia, decisa a vendicare il padre detronizzato proprio da Tito, del quale in verità è innamorata. E allora decide di servirsi di Sesto, che la ama, e di chiedere a lui di bruciare il Campidoglio perché Tito muoia nel rogo. Importava nulla al pubblico del tempo che l’amante e congiurato Sesto venisse interpretato da un evirato cantore: non era il realismo che si cercava, ma la verità della bellezza e il canto dei castrati sapeva come rendere questa illusione (a Torino, il ruolo è affidato al soprano Monica Bacalli). La vicenda è convenzionale, la musica di Mozart la rende viva e credibile e i suoi personaggi, cone sottolinea Roberto Abbado, «cantano tutte le sfaccettature e le contraddizioni dell’amore». Un genio non riesce mai a negare se stesso.

P.S. è stato sì un duello fotografico, ma queste che ho pubblicato sono tutte foto mie

2 commenti:

comidademama ha detto...

un vero sogno! grazie, veramente.

marisgutta ha detto...

Ma che bel blog!!!
..e poi, dopo una settimana di fiera del libro radiofonica, sono riuscita a farmene un idea.Grazie, fantastiche foto.

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