mercoledì 12 agosto 2015

12 agosto 1958 - La Foto Impossibile

Dal momento che tutto successe proprio il 12 agosto,  ripropongo questo  post  già pubblicato l'8 febbraio 2013


The Terminal, Steven Spielberg e una foto che sembrava impossibile 

Viktor Navaroski, cittadino del fittizio stato di  Krakozhia, atterra  a New York mentre a casa sua è in atto un colpo di stato. Per questo le autorità gli  negano il visto d'ingresso, e lui per nove lunghi  mesi   rimane  bloccato in aeroporto senza poter mettere un  piede fuori dal JFK  Impara un po' di inglese,  stringe qualche amicizia, lavoricchia  e si innamora pure di una bella hostess, finché non riesce ad andare finalmente a New York per realizzare una promessa fatta al padre: ottenere l'autografo di Benny Golson, famoso sassofonista di jazz.  Viktor infatti rivela  che   il suo defunto padre, grande appassionato di jazz, dopo aver letto su un giornale ungherese del 1958 la storia della "Foto di Harlem", per quarant'anni ha inseguito l'autografo dei cinquantasette jazzisti ritratti, e prima di morire li  ha ottenuti tutti tranne uno: quello di Benny Golson. Completare la collezione del padre è diventata per Viktor un impegno d'onore, ed è la ragione che lo ha spinto a volare fin negli Stati Uniti. 
Questa, detta con parole mie, la trama del film di Spielberg che  francamente non può  annoverarsi tra i suoi migliori.


ma contiene un piccolo segreto che  a parte i fanatici jazzomani,  sono in pochi a  conoscere:  la storia della  "Foto di Harlem" non è stata una trovata dello sceneggiatore. I cinquantasette jazzisti sono stati davvero ritratti tutti insieme ad Harlem il 12  agosto del 1958,



E' una storia intrigante che è stata  raccontata in A GREAT DAY IN HARLEM,  un documentario che molti considerano il più bello mai girato sulla storia del jazz.


Le cose erano andate  così:



Robert Benton,


















all'epoca editor della rivista Esquire, e  che sarebbe diventato poi sceneggiatore e regista, tra gli altri film, anche di Kramer contro Kramer,

 voleva trovare la maniera di celebrare  la golden age del jazz,   periodo di massimo fulgore di quella  musica  che alla fine deglia anni cinquanta   traboccava di personalità  stratosferiche, dai grandi pionieri  come Armstrong, ai leader di big bands  come Duke Ellington, ai  boppers agli esponenti del cool jazz, tutti giganti del calibro di  Miles Davis, Sonny Rollins, Thelonius Monk, Charlie Mingus e compagnia bella.
Pensò di chiamare Art Kane,















fino ad allora giovane  art director  appassionato di jazz, che  mai aveva immaginato di diventare fotografo professionista, e Kane se ne uscì con un'idea folle: riuniamo   tutti i jazzisti disponibili, e   scattiamo loro una bella  fotografia.  Tutti sapevano che sulla categoria dei musicisti non  si poteva fare molto  affidamento: nottambuli, indisciplinati e del tutto privi  dell'idea di puntualità, sembrava impossibile riuscire a raccoglierne tanti contemporaneamente, ma Benton  decise che valeva la pena di  provarci.



Art Kane, non essendo un vero fotografo,  non disponeva di uno  studio  e  pensò di organizzare la sessione fotografica all'aperto, in una qualsiasi strada di Harlem.  Al Cotton club  suonava l'orchestra di Ellington, il mitico teatro Apollo  nelle serate del dilettante aveva permesso a tanti talentuosi musicisti di esibirsi per la prima volta davanti ad un vero pubblico, insomma   Harlem era lo scenario ideale per una foto del genere. Nessuno ricorda più  perché  proprio quell'angolo tra la diciassettesima e la centoventiseiesima, davanti a quella brownstone color terra,


secondo qualcuno la strada era familiare perché c'era un alberghetto che per pochi soldi  dava vitto e alloggio agli spiantati. E spiantati effettivamente i musicisti lo erano quasi tutti. L'appuntamento fu fissato per le dieci di mattina, altra follia considerando che questa era gente abituata ad esibirsi in jam sessions da un locale all'altro andando  avanti a suonare fino alle cinque del mattino. E a New York allora  si suonava tutte le sante notti. Gerry Mulligan racconta che fu subito affascinato dalla proposta ma fino all'ultimo rimase praticamente certo che non si sarebbe mai potuta concretizzare. Invece, com'è e come non è,   e a dispetto di ogni ragionevole  previsione,  i jazzisti convocati arrivarono tutti. Arrivò in tempo anche Willi "the lion" Smith,
leggendario maestro dello stride piano che nella foto ufficiale  non compare perché proprio nel momento dello scatto si era allontanato per pochi minuti. Con lui sarebbero stati cinquantotto, come l'anno in cui tutto questo succedeva. Ma nella foto ne sono stati immortalati solo cinquantasette. 




Un sogno a occhi aperti per qualsiasi appassionato: cinquantasette solisti in un solo colpo,   mostri sacri come Coleman Hawkins e Count Basie, Lester Young, che qui è ritratto  
con uno strano cappello piatto che lo faceva somigliare ad una via di mezzo tra un  torero e un prete, Sonny Rollins, all'epoca sassofonista giovane ma  già considerato un semidio, 
che nonostante la fama l'anno successivo non esiterà ad abbandonare tutto e tutti per esercitarsi in perfetta solitudine su un ponte sull'East River.  Gli ci vorranno due lunghi anni prima di sentirsi pronto a tornare a suonare in pubblico. 
Charlie Mingus, geniale e strafottente
e perfino  Thelonious Monk, 
il più impenetrabile di tutti, che qualche anno dopo durante una interminabile turnè australiana aprirà bocca soltanto una volta per chiedere "dove cavolo saranno questi fottutissimi canguri",
Dizzy Gillespie che mostra la lingua
e Gerry Mulligan con i suoi inconfondibili cortissimi capelli rossi 
le due regine del pianoforte Marian McPartland e Mary Lou Williams . 


Tutti allegri e contenti come studenti in gita scolastica, qualcuno  con la  macchina foto in mano.
Nei filmati a colori sembra di assistere alla preparazione della  foto di famiglia fuori dalla chiesa, subito dopo un matrimonio.  






















Di lì a poco si sarebbe fatta aperta  la lotta per i diritti civili, black is beautiful e I have a dream, Malcom X e Martin Luther King, ma  già qualcosa del  nuovo orgoglio e della nuova consapevolezza di sè  trapela in questa foto formidabile, che  Robert Benton ha dichiarato avergli insegnato molto, e molto certamente più di quanto avrebbe mai potuto immaginare.
Per  Art Kane fu la pietra miliare che gli fece capire che cosa avrebbe finalmente fatto della sua vita: 
Me ne venni fuori con questa idea oltraggiosa e l'ho vista prendere corpo nel modo in cui l'avevo immaginata, guardare tutti quei musicisti muoversi su quegli scalini nella centoventiseiesima strada era magnifico. Ho capito in quel momento cosa volevo fare della mia vita. Volevo essere un fotografo
e per chi non sa  che faccia avesse  l'uomo per il cui autografo  Viktor Navaroski, cittadino di  Krakozhia, vola fino  a New York, signore e signori  ecco a voi

Parigi - Il Parc Monceau


Nel 1778 Grimod de La Reynière vende  un terreno a Luigi Filippo II d'Orléans,  detto anche Philippe Égalité. Lo scrittore e architetto Carmontelle consiglia al duca di costruirci un giardino all'inglese straordinario. Filippo approva ed è così che nasce il parco. Dato che Filippo è duca di Chartres, il parco sarà inizialmente  conosciuto come  Folies de Chartres.
Nel 1847   Eusébe Girault de Saint-Forgeau nel suo    Les Quarante-huit quartiers de Paris 
(e qui urge l'aiuto di wikipedia: biographie historique, archéologique et anecdotique des rues, des palais, des monuments, des jardins, des musées, des bibliothèques, des théâtres, des hôtels, lieux et maisons célèbres de Paris, Paris, E. Blanchard -
lo descrive così:
Vi si vedeva tutto ciò che l'immaginazione può creare di meraviglioso: rovine greche e gotiche, tombe, un antico forte con le feritoie, obelischi, pagode, chioschi, serre riscaldate che formano un piacevole giardino d'inverno illuminato la sera da lanterne appese agli alberi, grotte, rocce, un ruscello con isoletta, un mulino con la casa rustica del mugnanio, cascate, altalene, un gioco d'anelli cinese, eccetera,





La piramide in pietra, anche lei costruita intorno alla fine del diciottesimo secolo,  è  autenticamente falsa come le altre rovine del parco. L'ingresso è inquadrato da due figure che, a quanto ho letto, sono un simbolo massonico riferito all'immortalità

Carmontelle realizza addirittura  una naumachia, un bacino d'acqua  a somiglianza di quelli che gli  antichi romani costruivano  per giocare alla battaglia navale

e lo contorna con un colonnato corinzio che proviene da una chiesa di Saint-Denis distrutta nel 1719




Passeggiando nel parco si incontrano anche  parecchi monumenti  in marmo, ma si tratta di un'aggiunta successiva, infatti sono stati realizzati tutti  tra la fine del XIX e l'inizio del XX secolo, e sono dedicati a scrittori e musicisti: ci sono  Guy de Maupassant e Alfred de Musset, ma anche Charles Gounod  e Frédéric Chopin. Non sono tutti opera del medesimo scultore, ma per tutti il denominatore comune è l'aria pensosa e tormentata, e tutti hanno  intorno un drappello di fanciulle in muta adorazione.

























Ma torniamo alla storia del parco, che con la Rivoluzione viene confiscato. 
Nel 1797 André-Jacques Garnerin lo sceglie  per atterrare col paracadute dopo essersi gettato, primo uomo nella storia, da una mongolfiera.  
In seguito arriva  Napoleone che lo regala a non so chi, e finalmente dopo la Restaurazione il terreno  viene restituito alla famiglia d'Orléans. 
Scrive ancora  Eusébe Girault de Saint-Forgeau 

il parco è di proprietà di Sua Maestà Luigi Filippo I che ne consente l'accesso tutti i giovedi, durante la bella stagione,alle persone munite di biglietto
non sappiamo se il biglietto fosse a  pagamento, ma sappiamo che il re aveva fatto frazionare e messo in vendita parecchi lotti del  terreno del parco, da cui aveva ricavato  ottimi guadagni. Anche Balzac ci  aveva fatto un pensierino, tanto che scriveva alla signora Hanska
è un affare eccellente, e chiuso, spero.
In realtà, come quasi tutti gli affari di Balzac, il progetto andò a monte e   non se ne fece  nulla.

Nel Secondo Impero la lottizzazione del parco passa nelle mani dei fratelli Pereire, che vendono i terreni alla borghesia più abbiente, tanto che il posto viene  soprannominato la pianura dei banchieri.
Sorgono così palazzi e palazzotti di lusso, e se  qualcuno è piuttosto brutto, come il ridondante neogotico Hotel Gaillard ora proprietà  della Banca di Francia, 



















bisogna ammettere che per la maggior parte sono  palazzi raffinati ed  eleganti

















Le strade che li collegano, inutile dirlo,  sono tutte rigorosamente private,  vi circolano solo le auto dei proprietari e  la privacy è protetta da robusti cancelli.  Secondo la Lonely Planet 
è  molto probabile che quasi tutti coloro che oggi sono al timone dell'economia francese abbiano passato l'infanzia in questo parco



















Naturalmente sono ancora oggi quasi tutte residenze private, ma  due di questi palazzi ospitano due bellissimi musei,  che si definiscono minori ma  sono in realtà dei veri gioielli,  che raccomando caldamente di visitare: 
Il Museo Cernuschi



e il Museo Nissim de Camondo


domenica 9 agosto 2015

Otto anni di blog

Oggi Varie ed Eventuali compie otto anni.
Non avrei mai immaginato che una cosa nata per gioco e  senza avere bene  in mente cosa ne sarebbe potuto venir fuori potesse durare così tanto. 
Ultimamente  l'ho molto trascurato, povero blog, per questo oggi che è il suo compleanno voglio festeggiarlo riproponendo il  primo vero post pubblicato in  quel lontano 

giovedi 9 agosto 2007
Quando ero bambina andavamo in vacanza in campeggio. Una tenda prestata da chissà chi, senza pavimento. Piantata direttamente sulla sabbia che, dentro, invadeva ogni cosa: sacchi a pelo, vestiti pentole, tutto crocchiava ed era come avere una grattugia perennemente incollata addosso. Credo fossimo gli unici italiani ad andare in campeggio in quei primi anni 50, la gente ci parlava sempre in tedesco. Ci muovevamo con una vecchia Topolino, e a me sembrava una enorme sciccheria. Poi mia nonna, che viveva con noi, diventò troppo anziana per quella vita, e per qualche anno ci fu Alassio. Affittavamo un alloggio vicino alla spiaggia, la sera si passeggiava nel budello, il gelato ai tavolini di un caffè concerto, sempre lo stesso, chissà come si chiamava. magari esiste ancora. Vacanze rilassanti, certamente, ma anche molto noiose. Dopo la morte di mia nonna cominciò una stagione vacanziera tutta nuova: nella nostra vita entrò il VIAGGIO. Comprammo una tenda nuova di zecca, una canadese con tanto di catino e sopratenda, brandine smontabili, pentole e fornelletto, e via. Destinazione Olanda. 1961, avevo quattordici anni. Che gli altri continuassero pure ad andare ad Alassio, noi andavamo incontro all’avventura! Detto così farà anche ridere, ma a quei tempi non era abituale che una famiglia con due figlie, di cui una ancora bambinetta, partisse senza sapere dove avrebbe dormito la sera, cosa avrebbe mangiato. Si sussurrava che i tedeschi mangiassero spaghetti con la marmellata e chissà quali altre schifezze, chi ha già visto, con una bambina che non va ancora a scuola, povra cita! e poi la lingua, come avremmo fatto con la lingua! Mica lo parlavamo noi l’olandese. Sciagurati, ecco cosa erano i miei genitori, degli sciagurati. Ci sarebbe senz’altro capitato qualche guaio, e ce lo saremmo meritato. Prima tappa Innsbruck. Cena a base di pane nero, salame e cetrioli sottaceto. A me non sono mai andati giù i cetrioli sottaceto, ma quelli furono deliziosi, mai avevo mangiato una leccornia del genere. Quando torno mi faccio una scorpacciata di cetrioli. Anzi, me li mangio tutti i giorni, a pranzo e a cena. Guarda tu se dovevo arrivare in Austria per scoprire quanto mi piacciono i cetrioli.
In Germania fu la volta del wurstel. Io conoscevo quelli italiani: una decina di dita di plastica arancione confezionate dentro sacchetti trasparenti, li mettevamo a bollire e li mangiavamo con la purea di patate. Rapidi da preparare, rapidi e insipidi. Questi invece erano dei bei salsicciotti grossi, e li vendevano sfusi, anche per la strada. Ti facevano il panino, e dentro ci mettevano senape e rubra. Senape e rubra INSIEME. Una goduria. Quando torno, mi mangio wurstel a pranzo e a cena. Cetrioli e wurstel, sissignore. Intanto, tra wuster e cetrioli  visitavamo le città: Monaco, Francoforte, Colonia. E poi Amsterdam, Rotterdam, Utrecht. Città molto diverse, diverse tra loro e diversissime da tutto quello che avevo conosciuto fino ad allora. L’Olanda soprattutto mi conquistò: casettine piccine piccine di mattoni, con enormi finestroni. Nessuna tenda, nessuna recinzione a proteggere l’intimità della gente, si poteva perfino vedere cosa avevano nel piatto. Davanti alla porta delle case, grandi sfilze di zoccoloni di legno. Non erano solo un souvenir, la gente li adoperava davvero! E poi biciclette, tantissime biciclette, per andare a spasso lungo i canali con quella bella arietta frizzante mentre a casa nostra si boccheggiava per l’afa. E i ponti levatoi, come i ponticelli dei castelli medievali, né più né meno, ma enormi e modernissimi, permettevano il passaggio di grandi navi, che poi continuavano la loro strada attraverso i mille canali, e dalla strada sembrava che navigassero nei prati.
Ci sono tornata altre volte, in Olanda. Almeno altre cinque o sei. Appena sposati perchè Franco non la conosceva ancora, e ci portammo anche Tobia.
















E poi con i nostri vicini di casa, e con le bambine quando erano ancora piccole, e per un compleanno ci regalammo un week end ad Amsterdam insieme ai  nostri più cari amici. Quella volta dormimmo nell’hotel in cui Rembrandt aveva dipinto La Ronda di Notte, pensa un po’.
Domani ci torniamo per l’ennesima volta. Stavolta con Teresa.

sabato 8 agosto 2015

Parigi - Le Grand Colbert

Il film era carino ma non tanto  memorabile da restare indelebilmente impresso nella memoria, e così i proprietari del Grand Colbert hanno pensato saggiamente  di mettere in vetrina la locandina, che non si sa mai.



L'espediente non sarà dei più eleganti ma funziona, e i turisti si fermano, ricordano, e parecchi decidono di entrare. Anche perchè, va detto, il menu appeso fuori riporta prezzi non proibitivi. 
Del gregge di questi allegri  babbioni  facciamo parte anche la mia amica Elena ed io, che dopo aver fatto finta di essere impermeabili a queste basse sollecitazioni, decidiamo di andarci a pranzo.
L'interno  in stile Belle Epoque fà tanto  Hello Dolly e se i camerieri arrivassero cantando e ballando non si resterebbe poi  molto stupiti. L'atmosfera è un po' artefatta, d'accordo, ma non siamo mica entrate per  cercare il pelo nell'uovo.  
Ordiniamo  Cesar salad e  cafè gourmand, scattiamo una quantità  di foto  e prima di tornare in giro a farci bollire i piedi facciamo un salto alla toilette, dove troneggia un maxischermo che trasmette incessantemente il film. Sempre quello, da mattina a sera,  tutti i santi giorni dell'anno.
Usciamo  lasciando all'inserviente una buona mancia e tutta la nostra solidarietà.







lunedì 3 agosto 2015

Parigi - Pause Cafe



Ognuno cerca il suo gatto era una gradevole commediola dalla trama pressocchè inesistente: Chloe, ragazza timida e vagamente asociale, di mestiere è  truccatrice di modelle. Dopo un sacco di tempo che non si muove da Parigi, finalmente decide di partire per le vacanze e dopo aver inutilmente  tentato  di sistemare il suo  gatto presso amici e conoscenti, riesce ad  affidare il suo amato Gris Gris alla vicina di casa  Renée, una vecchietta che di gatti suoi ne ha già una caterva. Al ritorno trova  Renée  disperata perché il gatto  è scappato,  e da qui inizia   una ricerca di Gris Gris  in lungo e in largo per   il quartiere Bastille, ricerca che coinvolgerà tutto un microcosmo di personaggi stravaganti e curiosi, ciascuno con il suo carico di umanità, leggerezza, solitudine, speranza, fino all'immancabile happy end: Chloe ritrova il gatto e nel frattempo incontra anche l'amore.  Comune denominatore di tutto il film  è il  Pause Cafe, il locale in cui prima o poi tutti i personaggi finiscono per convergere,  che io  avevo creduto  un'invenzione del regista. 


 Invece esiste davvero















e dopo che  l'ho scoperto ho deciso che dovevamo assolutissimamente andarci a cena

















e così una domenica sera ho trascinato figlia e amica intorno ad un tavolino del diametro di venti centimetri per mangiare, dopo un'attesa esasperante, una  insalata greca meno che mediocre  e uno scipito salmone teriyaki. 




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