martedì 14 ottobre 2008

Sibiu - Romania

Fondata sul luogo in cui sorgeva un villaggio romano, Sibiu, che i Sassoni chiamavano Hermannstadt, è una delle città più importanti della Transilvania. Città della Cultura per l'anno 2007, a me è sembrata anche una delle più gradevoli di tutta la Romania, trafficatissima di pedoni e piena di piccoli caffè molto molto raffinati. Nel periodo del suo massimo splendore, in epoca sassone, era completamente circondata da mura, protette a loro volta da trentanove torri e quattro bastioni, una parte delle quali è tuttora conservata perfettamente. Per figurare degnamente durante l'evento culturale appena trascorso, i suoi edifici sono stati oggetto di corpose opere di restauro, e si vede. Tortuose strade acciottolate, scalinate in pietra e bellissimi cortili si susseguono uno dopo l'altro e, sarà anche per merito del cielo che quel giorno era di un blu che più blu non si poteva, del clima estivo caldo ma niente affatto afoso, della gente sorridente amabile e cortesissima, a me è sembrata una città con tutti i numeri per competere con la assai più blasonata Praga, con la differenza che su Sibiu non si è ancora riversato il turismo di massa rumoroso pacchiano e sbracato che riesce a togliere fascino anche alle città più belle del mondo.

venerdì 10 ottobre 2008

Cinema NUOVO

Quando ero giovane esistevano i cinema. In centro c'erano i cinema di prima visione, e proiettavano solo film appena usciti, restavano in cartellone fino a che non era scemato il richiamo della novità, e poi passavano alle seconde visioni, e infine alle terze. E poi c'erano i cinema rionali: costavano veramente due lire e proiettavano pellicole vecchie o vecchissime, ma anche tutta una serie di film che mai sarebbero transitati sugli schermi di prima visione. Tutti quei film che oggi ci vengono gabellati come colti recuperi del passato, tipo Franco e Ciccio o gli inconsistenti filmetti canzonettari degli anni sessanta, arrivavano direttamente sugli schermi dei cinemini di periferia. Credo avessero un buon successo, a giudicare dalla fila di gente che si raccoglieva la domenica prima dell'apertura. Vicino a casa mia c'era il cinema La Perla. D'estate apriva alle due e faceva doppio spettacolo: riedizione di un film vecchiotto ma bello e di successo, e prima visione di un film sconosciuto, che il più delle volte risultava essere scadente, ma non si poteva mai dire. Con mia sorella ci andavamo regolarmente nei pomeriggi di luglio, ci toglievamo dall'afa e passavamo il tempo tra vecchi divi di Hollywood e improbabili mostri di fantascienza che sembravano fatti in casa. Uscivamo giusto giusto per l'ora di cena. Non era obbligatorio rispettare l'orario di inizio, anzi era normale che il pubblico arrivasse quando gli pareva e facesse alzare tutti quanti per raggiungere le due poltroncine vuote che erano sempre in mezzo alla fila. Si restava fino al punto in cui si era arrivati, se il film era proprio bello bello si guardava ancora qualche scena per la seconda volta, poi si faceva alzare di nuovo tutta la fila per uscire. Era normale così e nessuno protestava. Se c'era posto ci si sedeva, ma capitava spesso di restare in piedi per tutto il film e i papà prendevano sulle spalle il figlio piccolo che non arrivava a vedere lo schermo. Non era vietato fumare, fumavano tutti e l'aria era così densa che si poteva tagliare, e azzurra. Adesso tremo al pensiero delle cicche accese buttate sul pavimento, doveva proprio capitare il tremendo incendio del cinema Statuto con i suoi sessantaquattro morti per farci mettere finalmente un po' di cervello. Oggi è tutto cambiato, ci sono le multisale decentrate, ultra accessoriate di dolby surround e ogni altra meraviglia, le poltrone sono imbottite e hanno il poggiatesta e c'è perfino lo spazio per il pop corn e la coca cola. Più nessuno si sogna di entrare a spettacolo iniziato e grazie al cielo non si fuma più. Nemmeno i mostri non sono più fatti in casa, e gli effetti speciali non sono speciali proprio per niente, sono roba da tutti i giorni e non stupiscono nemmeno il bambino più sprovveduto. Tutto è incommensurabilmente migliorato, però al cinema era un'altra cosa.

mercoledì 8 ottobre 2008

C'è Apollo e Apollo. E Apollo

Di Apollo non ce n'è uno mica solo, eh no. C'è il dio Apollo, certamente, ed è il primo Apollo che viene in mente. Ma c'è anche il mitico teatro Apollo, ad Harlem (La foto l'ho dovuta prendere da qui perchè quando ci sono andata in pellegrinaggio la facciata era in ristrutturazione, mannaggia) E poi, last but not least, c'è l'Apollo inteso come programma spaziale. E a questo proposito forse non tutti sanno che un pezzo di questo programma spaziale ha qualcosa a che vedere con Sighisoara, in Romania. Passeggiando per i vicoli della città non è che venga proprio spontaneo pensare alle astronavi anzi, direi che l'esplorazione dello spazio sembra un argomento abbastanza lontano da queste colorate casette medievali. E invece. E invece a Sighisoara visse per un breve periodo Hermann Oberth, uno dei padri riconosciuti dell'astronautica e della missilistica. Amatissimo come se a Sighisoara avessa trascorso tutta la vita e non soltanto pochi anni quando era bambino, a lui è stata intitolata una piazza, e al Museo di Storia c'è una stanza a lui dedicata. Appassionato lettore di Jules Verne, pare abbia cominciato a disegnare razzi fin da ragazzino e che abbia continuato anche durante gli studi a Monaco di Baviera, dove arrivò a progettare i primi viaggi nello spazio. Naturalmente non è che la comunità scientifica lo abbia subito apprezzato, anzi le sue teorie furono guardate con una certa sufficienza, forse anche in considerazione del fatto che alla fine degli anni venti i suoi disegni di astronavi erano capitati in mano a Fritz Lang, che li aveva usati per il set di un film di fantascienza. Venne invece preso molto sul serio quando l'esercito tedesco iniziò un programma di ricerca missilistica. Oberth cominciò a lavorarci e durante la seconda guerra mondiale arrivò ad essere uno dei padri del famoso e famigerato missile V2 , per poi continuare la carriera di ricercatore negli Stati Uniti. Morì nel 1989.

martedì 7 ottobre 2008

Bryant Park

Fino agli anni novanta il pezzo di terra che stava subito dietro la New York Public Library era soltanto una distesa di erbacce completamente in rovina, oggi è un verdissimo parco pubblico in mezzo ai grattacieli, in cui ci si può riposare, passeggiare, leggere, pranzare e perfino lavorare. Sedie abbastanza comode, tavolini, e naturalmente connessione wireless rendono il Bryant Park un ottimo ufficio open air, a patto di proteggere portatile e taccuino dalle cacche degli uccelli, naturalmente. Ma non deve trattarsi di un ostacolo insormontabile, visto che nella bella stagione una quantità incredibile di persone decide di lavorare all'aria aperta. Sarà che per tanti anni il mio lavoro si è svolto intorno ad un tecnigrafo, oggetto che nonostante tutta la buona volontà di questo mondo ritengo complicato portarsi appresso dentro ad un parco, ma il vedere che questi niuiorchesi qui lavorano per davvero nè più e nè meno che tra le pareti di un ufficio, mi ha abbastanza sorpresa. Mi è tornata in mente mia nonna che diceva sempre paese che vai usanza che trovi. Sante parole. C'è un ristorante che dal di fuori mi è sembrato piuttosto interessante (solo dal di fuori, sì: mica posso provarli tutti), ma molti impiegati arrivano dagli uffici della zona nella pausa pranzo già attrezzati di hot dog e lattina. Al di là della strada, poco oltre il parco, c'è un grattacielo di granito nero con lugubri decorazioni dorate che lo fanno somigliare ad un enorme cenotafio : è il Bryant Park Hotel, riconvertito in lussuoso albergo, ma in origine progettato da Raymond Hood per la American Radiator Company nel 1924. Mi si dice che all'interno il dipinto di Georgia O'Keefe Radiator Building - Night, New York, cattura per la sua malinconica bellezza. Può essere, anzi sarà sicuramente così: a me non è stato permesso entrare per accertarmene. Dimenticavo: verso il fondo del parco a godersi il fresco sotto gli alberi c'è anche la statua di Gertrude Stein


che fa' pensare più ad una scialba massaia  che non ad una brillante intellettuale. Che delusione se penso a quanto l'ho ammirata quando ero giovane.

sabato 4 ottobre 2008

Scandaloso

Un negozio di abbigliamento sportivo ha messo in vetrina i nuovi arrivi. Giacche a vento, giubbini e anche un piumino per il cagnolino di famiglia. Non potevo credere ai mei occhi, e l'unico commento che sono in grado di fare è: SCANDALOSO!! Io amo molto, anzi moltissimo i miei animali e non credo in tutta sincerità di aver mai fatto mancare loro il necessario e nemmeno il superfluo, ma il prezzo di questo piumino è una indecenza e sono sicura che qualsiasi cane costretto ad andare in giro con questa roba ridicola si vergognerà di avere un padrone tanto arrogante.

mercoledì 1 ottobre 2008

Ancora a proposito di musica

Ognuno ha le sue debolezze, come negarlo. Io temo di averne qualcuna in più della media, e una di queste è la musica. A me la musica piace in una maniera esagerata. Mi piace ascoltare i miei dischi da sola e col volume al massimo, mi piace duettare in auto con i miei cantanti preferiti, mi piace addirittura la musica di sottofondo del supermercato. Ma il massimo dei massimi è la musica dal vivo. Sono una discreta frequentatrice di concerti, questo va da sè, ma corro anche dietro ad ogni manifestazione, fiera o sagra paesana al solo sospetto che sia condita con la musica, e vado letteralmente in brodo di giuggiole quando trovo per caso sulla mia strada musicisti in carne e ossa. Dimentico tutto ciò che mi sta intorno e, anche se faccio appello a tutta la mia educazione per continuare a conversare con chi era con me, mi capita quasi sempre di accorgermi - troppo tardi - di aver mollato la compagnia per filare di corsa verso il mio pifferaio di Hamelin. E mi dispiace tantissimo quando mi rendo conto che un sacco di gente si fa un emerito baffo della musica. No, diciamo meglio: io capisco che a tante persone la musica non dice niente, ma per la miseria, non mi capacito che uno paghi il biglietto, si sieda in poltrona, e poi pretenda di continuare a chiaccherare col vicino e ostenti pure fastidio se gli chiedi per piacere di parlare a bassa voce. Non mi capacito di vedere il pubblico schizzare via senza nemmeno un accenno di applauso manco stesse per saltare in aria il teatro, non mi capacito che ci sia chi si permette di trattare i musicisti nei locali alla stregua di accattoni che chiedono l'elemosina. Ma questa è maleducazione pura e semplice, che non ha niente a che vedere con l'amore per la musica

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