lunedì 11 ottobre 2010

Home Sweet Home


Mi è sempre piaciuto tantissimo  osservare le case.  Casa intesa come  Home, non House: la tana, il nido, o comunque vogliamo definire  lo spazio  che ciascuno di noi si costruisce e che rivela  della nostra personalità   molte più cose di quanto possiamo  immaginare.  Non è solo questione  di  mobili belli, e nemmeno di buon gusto;  ho incontrato sulla mia strada case bellissime e splendidamente arredate che facevano venir voglia di  scappare  alla velocità della luce e case tremende, di  cui  non si salvava neppure lo zerbino davanti alla porta, ma accoglienti e capaci di trasmettere il calore affettuoso dei suoi inquilini.   Per essere sincera ne ho incontrate anche moltissime orrende E  che  facevano pure   venir voglia di scappare alla velocità della luce. Si tratta della categoria più numerosa, aimè, ma le case brutte non mi  hanno mai ispirato alcun desiderio di immortalarle per i posteri, mentre di quelle belle ho raccolto una discreta collezione che in parte vi voglio mostrare. Alcune sono case in cui sono entrata solo per una volta, altre sono di amici miei, e molte  per un verso o per un altro  si somigliano, ed è abbastanza curioso perché le distanze, e  non solo geografiche, sono notevoli. 
(Romania)
(Italia)

(New York)

(Romania)

(Lisbona)
(Lisbona)
(Italia)

(questa è l'unica che non somiglia a nessun'altra e non  potrebbe trovarsi in nessun altro luogo)

(Italia)
(Romania)

(Romania)
(Italia)


Questi tre  piccoli studioli molto diversi l'uno dall'altro invece si trovano tutti a poche decine di chilometri di distanza

















mentre le due cucine dipinte  di un azzurro  che più azzurro non si può si trovano una in Romania e l'altra all'isola d'Elba







(New York)
(Romania)


sabato 9 ottobre 2010

Simone Weil, Interviste e IDFA

Si parla poco di  Simone Weil
Del poco che mi è rimasto in mente   ricordo di averne sentito parlare  al liceo  si e no un paio di volte come di  una tra le tante decine  di filosofi il  cui pensiero  non c'è tempo  di approfondire. Sembra strano ma  al liceo, o almeno quando ci andavo io,  non c'era mai  tempo per gli  argomenti davvero  interessanti.  Ah, un'altra cosa, sempre al liceo,  ricordo di aver sentito  a  proposito di Simone Weil: un commento sarcastico sulla sua bizzarra partecipazione  alla guerra civile spagnola.  Per onestà devo sottolineare che il giudizio  opinabile  non arrivava dal professore di storia ma da quello di religione.



Il poco altro che su Simone Weil  avevo letto nel corso degli anni,  in maniera disordinata e approssimativa,  mi aveva restituito  di lei un ritratto complesso e troppo  difficile da incasellare:    impulsiva e  razionale nello stesso tempo,  lucida e però anche incredibilmente ingenua,  in poche parole una personalità di grandissimo fascino ma impossibile da decifrare.

 

Queste poche e confuse idee mi sono state comunque sufficienti per  tifare ancora di più  per  Intervista a Simone Weil,  film documentario girato a New York e firmato da Julia Haslett e da Fabrizia e che, dopo una gestazione lunga e travagliata a causa di enormi  difficoltà economiche,  ha finalmente visto la luce.
E devo arguire  che nonostante i pochi soldi a disposizione delle autrici questo film  non  deve essere riuscito  niente male, dal momento che è stato selezionato per la partecipazione a  IDFA, il festival del documentario  più importante del mondo che ha sede ad Amsterdam e che quest'anno si svolgerà alla fine di novembre.  Questo, se volete, è il trailer sottitolato in italiano. e qui trovate la sua  pagina su Facebook. 



P.S. Ho un futuro come P.R.?

mercoledì 6 ottobre 2010

DNA - Art and Meditation Project





Lo scorso week end all'Oval di Torino, l'edificio che nelle passate Olimpiadi aveva ospitato le gare di pattinaggio  ( le foto in esterno  in alto sono  state  prese a prestito  dalla rete, ma le foto  indoor sono tutte mie, as usual) ha ospitato  il primo Salone DNA Italia 










E il DNA in questione non è  l'AcidoDesossiriboNucleico che contiene le informazioni genetiche dell'essere umano  ma, come scritto qui   molto meglio di quanto saprei dire  io, sta ad indicare  il primo salone italiano dedicato alla innovazione applicata ai beni culturali, la prima occasione, per  quanto ne so, in cui sono state messe a confronto  esperienze professionali, dalla piccola bottega artigiana alla mega impresa ipertecnologicizzata,  votate  alla conservazione al  restauro e alla  diffusione del nostro patrimonio culturale, e tra i partecipanti di lusso ha potuto vantare nientepopodimenoche  Shelley Bernstein, vulcanica  direttrice del  Dipartimento Tecnologia del  Brooklyn Museum di New York, una donnina  minuta ma parecchio tosta che  ha saputo trasformare un museo  periferico e  polveroso  in un pluripremiato centro di innovazione tecnologica e  gli ha regalato  una rete di fan on line  da fare invidia a qualsiasi pop star. 

Sul versante di casa nostra mi è sembrato  notevole lo stand dedicato al restauro della  Venaria Reale, e non lo dico solo per ragioni di campanilismo: era  interessante  e comprensibile  anche per i non addetti ai lavori




Leggermente inquietante, almeno per me che non ne avevo mai visti così da vicino,  la presenza di un grosso falco (molto obbediente e disciplinato, va detto) istigato a compiere  allarmanti picchiate dal  suo  falconiere per pubblicizzare un metodo  efficace e  assolutamente  naturale per tener lontani gli uccelli dagli aerei in volo.





Noi però al DNA ci siamo andati per la ragione molto precisa  di salutare  alla sua prima uscita pubblica  The Art and Meditation Project,   un  progetto di  Doc in Progress  (Matteo Bellizzi, Fabrizia Galvagno e Andrea Vaccari) che si pone l'ambizioso compito di far da tramite tra l'arte e lo spettatore. Sono brevi documentari in cui lo spettatore dell'opera d'arte viene stimolato a  meditare su se stesso,  a partire dall'opera osservata, in un libero gioco di associazioni tra quello che  vede e le sensazioni che  prova.


Questo è il trailer del progetto, e i due anziani, la mamma con la sua bambina e  la scrittrice sono i primi ritratti dei visitatori del Museo Borgogna  di Vercelli  che ha prestato le sue sale per le riprese. 
A me sono piaciuti molto tutti e tre gli episodi  presentati  ed il progetto mi sembra azzeccato e meritevole di successo.  E guardate che il mio è un giudizio obiettivo, anche se pure stavolta  non posso negare che Merola   non ha  torto quando canta che i figli so' piezz'e core




domenica 26 settembre 2010

Centodieci e lode


E' un momento difficile, l'ho già detto, ma ieri le preoccupazioni e i pensieri sono stati momentaneamente archiviati per un appuntamento imperdibile: la laurea di Alessandro, mio nipote.


Lo scalone era già carico di laureandi accompagnati da stuoli di amici e parenti, e così, un po'  per stemperare la tensione crescente del nostro candidato  e un po' per un imprevisto attacco di  nostalgia, ho sfoderato il cicerone che sonnecchia  in me e allontanato  il parentado alla volta di un giro turistico-sentimentale sulle orme di ricordi vecchi come il cucco ( ai miei tempi il bar era qui, da quella parte c'era l'aula di disegno del primo anno, quella manica di aule  non esisteva ancora, lì nel cortile  c'era la fontana dove d'estate si  andava tutti a  mettere i piedi a bagno)


Nel frattempo i candidati, come tanti attori in attesa di  provino, continuavano a ripassare  il copione e sfogliavano per l'ennesima volta le tavole dei loro  progetti. Trovandoci  un errore. E vedendosi, magari per  un  trascurabilissimo errore di battitura che nessuno noterà mai, cacciati dalla commissione con ignominia e additati al pubblico ludibrio.  E' inevitabile.








Dopo la proclamazione dei laureati del trienno, interminabilmente lunga per chi aspettava, finalmente è arrivato il nostro turno. 






Com'era prevedibile, la commissione non ha cacciato nessun candidato per colpa di un  errore di battitura, non ha additato alcuno al  pubblico ludibrio e non ha inflitto alcuna sadica umiliazione. 


E quando  i nostri eroi sono stati proclamati Dottore Magistrale in Architettura con centodieci,  lode e pubblicazione della tesi  su internet


la zia ha offerto di sé uno spettacolo indecoroso mettendosi a piangere come un vitello







  



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