venerdì 13 febbraio 2015

ALL YOU CAN READ

All You Can Read, 
ovvero 
Tu mangia con calma, il libro te lo leggiamo noi.

Giardini
 

Se ti piace leggere in pausa pranzo ma non hai abbastanza tempo,
 in ufficio 
hai poco spazio e non sai dove andare, vieni a trovarci!
Porta quello che vuoi mangiare, mettiti comodo e lasciati accompagnare
 dalle letture  di DrameloT


 Il caffè e il dolce te li offriamo noi.


"Noi" sono Elisa (Galvagno)

e Francesca (Bracchino)



che dal 28 gennaio, tutti i mercoledì a partire dalle ore  13,  aprono le porte di DrameloT (un terzo  di drama, un terzo di gramelot, un terzo di Camelot, shakerare bene prima di servire) Assocazione Culturale, in  via Mazzini 46 a  Torino.
  














Gli appuntamenti fino ad ora sono stati tre e pare abbiano già  suscitato un discreto interesse, tanto è vero che ne hanno parlato anche   qui  e   qui





Oltre ai quotidiani, al caffè e al dolce, DrameloT ha sistemato anche un piccolo scaffale di libri in libero scambio a disposizione di tutti, da cui ciascuno potrà attingere, ma anche contribuire ad incrementare  portando un libro che ama o che semplicemente gli è piaciuto.








 



DrameloT vi aspetta per i prossimi mercoledi all'ora di pranzo, e siete liberi di venire in compagnia del vostro cane, a patto però che sia bravo

lunedì 26 gennaio 2015

Den Sorte Diamant, la Biblioteca Reale di Copenhagen

Nel 1648  Federico III, appassionato collezionista di libri,   aveva  gettato le fondamenta della futura  Biblioteca Reale di Copenhagen che aveva ampliato  tra  il 1661 e 1644 acquistando altre tre  biblioteche private. Dopo aver raccolto più o meno ventimila volumi, era stato necessario trovare un edificio apposito per riunirli tutti quanti. Passano tre secoli,   la   Biblioteca Reale di Danimarca è diventata  la più importante dei paesi scandinavi e custodisce  tutte le prime edizioni dei testi pubblicati a partire dal XV secolo e nel 1906 viene edificato questo piacevole edificio immerso nel verde





che però,  dopo novant'anni,  non riesce più  a contenere l'immensa mole dei volumi che  con il tempo  si sono ancora raccolti.
Alla fine degli anni novanta si decide  di realizzarne l'ampliamento, e viene  costruito un nuovo edificio contiguo al corpo esistente


















che per mezzo di tre passerelle vetrate si salda ad un secondo corpo più grande,  posto al di là di una strada di grande traffico e affacciato sul canale.


Tutto il nuovo intervento è rivestito   di un bellissimo granito nero dello Zimbawe  e per questo è conosciuto come  Den sorte diamant,  il Diamante Nero.   Le lastre lucide si confondono con l'imponente vetrata color fumo che sulla facciata lungo il canale taglia il  diamante  in due

e moltiplica  in maniera spettacolare un paesaggio già di per sè parecchio  affascinante 


mentre  all'interno  illumina  un enorme atrio a tutta altezza, completamente bianco,  ed il   contrasto tra l'esterno nero e massiccio e la grande leggerezza degli otto piani all'interno aggiunge un ulteriore elemento di sorpresa.



































Ad  ogni piano corrono  sinuose balconate di collegamento da cui si accede alle sale di lettura.








L'edificio è di per sè  piuttosto bello e merita una visita anche da parte di chi non ha particolare  interesse per l'architettura moderna, ma  una volta tanto noi abbiamo avuto   la fortuna di capitare nel posto giusto  al momento giusto e così, oltre al contenitore,  abbiamo potuto vedere alcuni dei tanti tesori che vi sono contenuti e a cui  solitamente i visitatori non hanno accesso:  infatti era in atto una mostra dei più rari manoscritti che la biblioteca custodisce.












E anche questa è stata un'emozione 

martedì 16 dicembre 2014

Di Louisiana ce n'è solo uno (ed è un peccato)



Knud Jensen, il sorridente  signore  nel quadro, era il  proprietario di una delle maggiori case editrici danesi. Appassionato collezionista d'arte, nel 1954 aveva acquistato una tenuta sulle rive dell'Øresund.

















La casa era disabitata da tempo e il parco era ridotto  a sterpaglie, ma la proprietà si affacciava da un lato sul mare


 e  dall'altro su un piccolo lago,  il panorama era magnifico e il signor Jensen aveva capito che quello era  il posto che aveva sempre cercato per costruire  un piccolo museo per l'arte moderna danese. Anche il nome  gli era sembrato poetico:  Louisiana. Era stato scelto dal vecchio proprietario  che  aveva avuto tre mogli che si chiamavano  tutte e tre  Louise, e Jensen decise di mantenerlo. Suonava bene.
Fece restaurare la vecchia casa 














e incaricò gli architetti Vilhelm Wohlert e Jorgen Bo di aggiungere un nuovo corpo di fabbrica che doveva essere completamente  immerso nel bosco.

 Ne venne fuori  una   struttura bianca, adagiata sul terreno  e molto articolata,


col  soffitto in listoni di legno e pareti completamente vetrate  che d'estate si aprono sul parco. Pochissimi i  muri,  lasciati a vista o semplicemente dipinti di bianco ma non intonacati, e una profusione eccezionale di  opere d'arte dappertutto, dentro e fuori, tanto che non sempre ci si raccapezza su qual è il dentro e quale il fuori. 
















Arrivando al museo se ne percepisce solo  una piccola parte, ci si incammina attraverso  gallerie che si svelano man mano, in un gioco continuo ed emozionante tra   Picasso

















e Giacometti, 

Calder













Moore,













o Richard Serra














con la sensazione stranissima e piacevole di galleggiare in mezzo agli alberi.  
Quando i piedi non ce la fanno più ci si ferma a sfogliare un libro in  uno dei tanti salottini con le finestre affacciate sul mare.

















D'estate c'è chi prende il sole sul prato e  chi non ha paura di tuffarsi  nelle acque sempre frescoline  dell'Øresund, 



e  nessuno grida al sacrilegio perché il Louisiana è un museo vivo,  fatto per essere adoperato.   Come diceva Jensen:
 «il museo esiste soprattutto per il pubblico. Che deve poter conoscere e giudicare l'arte contemporanea. Noi cerchiamo di renderlo possibile esponendo le opere in un ambiente che stimoli la voglia di vivere sempre nuove esperienze. Con gioia e felicità».   

domenica 7 dicembre 2014

Copenhagen - il Tivoli


Johan Georg Carstensen Bernhard nasce il 31 agosto 1812. Suo padre è  un diplomatico e così la sua infanzia trascorre in medio oriente fino a che  viene spedito a studiare a Copenhagen. Si arruola tra le guardie reali danesi, termina la carriera militare col grado di  tenente e  per qualche anno se ne va in giro per il mondo.  Ha ventisette anni quando torna a vivere a  Copenhagen e diventa editore di giornali popolari, che   pubblicizza organizzando balli feste e spettacoli pirotecnici  a cui i suoi concittadini partecipano  con  entusiasmo, e comincia a farsi strada in lui l'idea di realizzare un grande parco di divertimenti alla maniera dei  Vauxhall Pleasure Gardens di Londra.  Se funzionano lì, perchè mai  non dovrebbero funzionare  anche a Copenhagen? Ottiene abbastanza facilmente dal re Cristiano VIII un appezzamento di quattordici ettari di  terreno  e una licenza valida cinque anni per costruire il suo parco,  che già immagina pieno di giostre  per bambini e attrazioni per tutta la famiglia, e poi  ristoranti, giardini  fioriti e teatri. Ci saranno concerti e pantomime,  tantissime luci sparse per tutto il parco, e all'ora di chiusura i fuochi artificiali illumineranno tutta la città.
Il 15 agosto  1843 si inaugura a Vestervold, appena fuori dalle mura della città,  il Tivoli and Vauxhall  che in breve  diventerà per tutti semplicemente Tivoli.  La  zona è  presidiata dall'esercito, e il  governatore ha dato il benestare all'uso del suolo soltanto  a patto che tutte le strutture realizzate fossero leggere e avessero carattere temporaneo  per poterle demolire facilmente  in caso di guerra.  Quella prima stagione termina l'11 ottobre del 1843, e nei due mesi scarsi di apertura viene visitata da centosettantaquattromilaseicentonove persone. 
Come facilmente intuibile,  nessuna guerra lo ha minacciato,  le strutture leggere e temporanee hanno retto piuttosto bene  e dopo più di centosettant'anni il Tivoli gode ancora ottima salute anche se è un po' passatello e non può  certo  rivaleggiare con le miriadi di parchi di divertimenti ipertecnologici  nati  dopo di lui.
Però resta sempre l'attrazione  più popolare di tutta la Danimarca,  e ho letto che  ogni anno il 90 per cento dei turisti stranieri che passano per  Copenhagen  una capatina al Tivoli non se la lascia scappare.
Anche noi lo abbiamo visitato, e  più di una volta. La  prima fu  nel 1970 durante il nostro  primo viaggio a  Capo Nord. O meglio: durante il nostro primo viaggio. Punto. 



Quella prima volta l'abbiamo visto in agosto  e adesso invece  era  novembre, ma a parte gli addobbi natalizi e qualche ripulita qua e là, non mi è sembrato molto cambiato.


































Mancava soltanto   la banda di ragazzini vestiti da soldatino del Dofo Crem  che nel 1970  aveva sfilato al  suono della marcia Radetzki, e a cui attribuisco la responsabilità delle lacrime inevitabili  che mi fanno sempre un po' vergognare  ad ogni concerto di capodanno







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