giovedì 4 dicembre 2008

Le vongole dell'imperatore

Mi sono proposta di non occuparmi di cucina in questo blog, dal momento che di blog culinari bellissimi e pieni di idee brillanti ce ne sono già a bizzeffe e io non amo farmi del male. Però in qualche occasione ho derogato dal proposito e ho messo le mie brave ricette semplici e veloci. Una di queste è stata citata (grazie!) dal mio amico JM nel suo Cucinare lontano quando si è occupato di pesci e di formaggio. Insieme. Può suonare strano solo da noi in Italia, ma io ricordo anni fa una meravigliosa bouillabasse abbondantemente ricoperta da uno strato di gruyère grattugiato. Non ricordo in quale parte della Francia fossimo, ma mi è rimasto impresso lo sguardo sognante del cameriere che me la metteva davanti, e non esagero se dico che l'avevo trovata celestiale. E così, di ricordo in ricordo, di latticino in latticino, mi è tornata alla mente un'altra specialità squisita che potrebbe suscitare più di una perplessità in un purista della cucina: le penne in barca alle vongole e panna, e stavolta ricordo bene anche il luogo in cui il piatto è di casa: l'Isola d'Elba. Ne avevamo parlato tempo fa tra amici di pentola, e una delle ipotesi più plausibili attribuiva l'origine del piatto all'influenza di Napoleone e della cucina francese. Perchè no, anzi, la cosa mi sembra molto ma molto probabile, visto che tutta l'Elba ancora oggi gronda vestigia napoleoniche. E a proposito di vongole e di accostamenti a dir poco bizzarri, come non ricordare il portoghese maiale alle vongole? Ma questo è un altro discorso.

mercoledì 3 dicembre 2008

Bimba Se Sapessi

Bimba se sapessi che monotonia tutte quelle balle sulla fantasia guarda che mestiere che mi tocca fare io con questa faccia e il mio passato da dimenticare eccetera eccetera eccetera.

martedì 2 dicembre 2008

Tree climbing

Trent’anni fa, quando siamo venuti ad abitarci, era un cucuzzolo completamente pelato e senza un filo d’erba, così avevamo cominciato a piantare a tutto spiano alberi che sembravano non crescere mai. Poi un giorno improvvisamente ci siamo accorti che invece stavano crescendo. Fin troppo, tanto che uno si era già piegato pericolosamente in avanti e minacciava i fili del telefono sulla strada. Per qualche anno abbiamo sperato di arginare il problema con robusti tiranti di acciaio ma alla fine è stato inevitabile accettare il fatto che una nuova nevicata sarebbe stata troppo rischiosa. Rassegnati, abbiamo scoperto che per tagliare un albero molto alto ci si può rivolgere ad un free climber, o meglio, in questo caso, ad un Tree Climber , un tizio ingegnoso che ha saputo trasformare utilmente il suo hobby in un vero lavoro. Non ci è voluto nemmeno tanto tempo e nel giro della mattinata il povero albero colpevole soltanto di esser cresciuto troppo veniva giustiziato. Così va il mondo.

lunedì 1 dicembre 2008

Ellis Island

Ellis Island, in origine chiamata dagli Inglesi Gibbet Island, era stata concepita come prigione per i pirati catturati e solo alla fine dell’ottocento fu adibita a stazione di smistamento per i milioni di immigrati provenienti dall’Europa.

Restò in funzione fino al 1954, dopo di che venne abbandonata, poi finalmente rimessa in sesto e ristrutturata, e dal 1990 ospita l’Ellis Island Immigration Museum . Forse è utile sapere che ai viaggiatori ricchi i documenti venivano controllati a bordo della nave, ad Ellis Island finivano soltanto gli emigranti con biglietto di terza classe, e per loro doveva essere parecchio dura: senza soldi, senza conoscere una parola d’inglese, molto probabilmente sporchi e affamati dopo un viaggio del genere, ricevevano un numero e venivano immediatamente separati: gli uomini da una parte e le donne dall’altra, insieme ai bambini, e tutti ad aspettare i controlli per ore, mentre spregevoli ladri non si facevano scrupolo di depredarli dei bagagli o cambiare i loro denari ad un tasso rovinoso. Chi non passava i controlli veniva segnato con una croce bianca sulla schiena, e immediatamente reimbarcato, ma pare che pochi tornassero realmente a casa, molti tentavano di raggiungere Manhattan a nuoto e non pochi erano i suicidi. Il centro, progettato per cinquecentomila arrivi all’anno, dovette accoglierne da subito almeno il doppio, e in un solo giorno del 1907 arrivarono quasi dodicimila persone.

Fu necessario ampliarlo, più di una volta, e addirittura vennero realizzati terrapieni per aumentare la superficie dell’isola. Abbandonato per una trentina d’anni, ci sono voluti più di centossessanta milioni di dollari per restaurarlo ed impiantarci il Museo dell’Immigrazione. Stranamente, considerando quanto sarebbe facile far leva sulla emotività dei visitatori, il museo non si propone intenti commerciali ma espone molto sobriamente oggetti, giocattoli, bauli ed effetti personali, e ricrea con grande efficacia gli ambienti in cui si svolgeva l’intera trafila di interrogatori e visite mediche a cui era sottoposto ogni emigrante. E' possibile anche accedere ad un database con informazioni sui più di ventidue milioni di passeggeri transitati per il centro. Sarebbe bello sapere che in futuro ce l’avremo anche da noi, un Museo del genere.

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