martedì 28 ottobre 2014

Musée Nissim de Camondo






Sul Museo Nissim de Camondo  la mia guida Clup era  piuttosto laconica

 Nissim, conte di Camondo, era un ricco dilettante amante dell'arte del XVIII secolo. 
Nel 1910 si fece costruire una casa simile al Petit Trianon di Versailles dove 
reinventò una corte degna di Luigi XVI. Il museo ospita mobili
firmati da Jacob, Riesener, Saunier e tappezzerie Gobelins e Aubusson.

Non sono una particolare estimatrice di mobili d'antiquariato nè di tappezzerie Gobelins e quindi  il Museo non era mai entrato nella mia lista delle cose  imperdibili di Parigi, ma un  pomeriggio, mentre gironzoliamo tra le rovine un po' vere e un po' finte del Parc Monceau,  


il cielo diventa di quel nero incombente che non promette niente di buono e bisogna trovare un riparo prima che si scateni il diluvio.  Da quelle parti ci sono due musei però  uno, il Cernuschi,  l'abbiamo  visitato da poco, e perciò  non ci resta che entrare nel secondo, il Nissim de Camondo.
Per prima cosa veniamo a scoprire  che il ricco dilettante amante dell'arte non è Nissim, come scriveva la Clup,  ma suo padre conte Moïse il quale ha intitolato la sua residenza privata al figlio aviatore caduto in guerra nel 1917.  E' solo un'altra delle tante imprecisioni di questa guida un filino snob che nonostante tutto continuo a tenere nello zaino  perchè riporta cose che le  altre guide non segnalano (o anche perchè,   forse,  un filino snob lo sono anche io, diciamolo) 





La casa è  stracarica di mobili e oggetti preziosi, nessuno dei quali ovviamente alla  portata di un comune mortale, ma non ha per niente l'aspetto del museo ingessato  e anzi trasmette il calore di una casa vera,  di quelle che nonostante tutte  le differenze di gusti  di cultura e di soldi,  ti fanno  sentire come piselli dentro un baccello anche se  il tuo ideale di casa è  anni luce distante.





Incanta la  saletta che raccoglie semplicemente  un   superbo servizio da tavola in porcellana di Meissen 

e si rimane praticamente  imbambolati ad ammirare tutta l'ala destinata alla servitù e ai servizi di cucina,





con tanto di ufficio del  capo cuoco col  librone aperto alla pagina dei menu della giornata














e la  sala da pranzo per il  personale, dove  ciascuno dei camerieri può contare su uno stipetto personale e  sobrie   raffinatissime stoviglie candide.







Viene da pensare che in una casa come questa non ci sia stato  altro che solida felicità e invece  la famiglia Camondo è stata funestata dalla tragedia.

Ebrei sefarditi originari della Spagna,  quando nel 1492 l’Inquisizione decreta l'espulsione degli ebrei che non accetteranno di convertirsi, i Camondo si rifugiano nella Repubblica di Venezia, tanto che pare  che  derivino il loro nome dal dialetto veneziano:  Ca’Mondo, Casa del Mondo. 
Nel Settecento li troviamo, mercanti di stoffe e spezie,  a Costantinopoli, da dove il sultano li caccia per illeciti finanziari  (veri oppure no? non lo sappiamo).  La famiglia trasloca alla volta di  Trieste e poi Vienna,  ma è nuovamente a Costantinopoli che nel 1802 Isaac Camondo fonda  la sua banca. Gli affari vanno decisamente bene, visto che quando Isaac muore di peste trent'anni dopo  lascia in eredità al fratello Abraham Salomon un patrimonio stimato in venticinque milioni di dollari. Altri trent'anni dopo, la banca viene trasferita a  Parigi e nel frattempo Abraham Salomon Camondo coltiva importanti legami con Vittorio Emanuele II, a cui consegna  una quantità ingente di franchi  per l'Orfanotrofio di Torino, offre sussidi alla causa dell'unificazione, finanzia  la scuola italiana di Costantinopoli e contribuisce in maniera robusta alla creazione di un ospedale italiano a Istanbul. Per tutte queste benemerenze nel 1867 il re lo ricompensa col titolo, trasmissibile per primogenitura,  di conte e per fare buon peso gli  attribuisce anche uno stemma e il motto Fides et Caritas.  Passato il testimone ai nipoti Abraham Behor e Nissim, la banca Camondo cresce sempre più fino a partecipare al finanziamento del canale di Suez. E' in questi anni intorno al 1870 che i due fratelli acquistano un lotto di terreno nel nuovissimo quartiere elitario  che sta sorgendo intorno al parco Monceau. Frequentano il bel mondo parigino e  stringono amicizia con Proust. E deve essere un'amicizia autentica,  visto che   Proust  esprime in una lettera al conte Moïse tutta l’’ansia per il giovane  Nissim che combatte al fronte.
Tra la fine degli anni settanta e il 1889 muoiono sia il patriarca Abraham Salomon che i fratelli Nissim e Abraham Behor.  I rispettivi figli Isaac e Moïse continuano l'opera di mecenate.  Isaac, musicista colto e appassionato, frequenta Fauré e Debussy,  fonda  la Société Musicale  e finanzia la costruzione del Théâtre des Champs Élysées che aprirà  le  sue porte nel 1913,  due anni dopo la sua morte. Non ha eredi legittimi e lascia in eredità  le sue collezioni allo stato francese.
Moïse continua ad accumulare opere d'arte nel suo hôtel particulier al 63 di rue Monceau, che  nel 1910 aveva fatto ricostruire secondo uno stile chiaramente ispirato al Petit Trianon di Versailles. Il suo matrimonio era fallito dopo appena una decina d'anni, quando la moglie lo aveva lasciato per unirsi ad un nobile italiano, e già da quel momento la sua vita mondana si era chiusa bruscamente  ma dopo la morte del figlio Nissim nel 1917  la sua  solitudine diventa totale, rotta soltanto per ricevere, rarissimamente, pochi amici fidati.   La sua secondogenita, Béatrice,  sposata con  il  musicista Léon Reinach da cui aveva avuto Fanny e Bertrand, sarà internata nel campo  di  Drancy  assieme  al marito e ai due figli e deportata  nel 1943 ad  Auschwitz, dove morirà due anni dopo, ultima della sua famiglia.  Grazie al cielo almeno questa ultima tremenda batosta al conte viene risparmiata: è morto nel 1935.


5 commenti:

Silvia Pareschi ha detto...

In effetti valeva la pena di seguire la guida un po' incompleta e un po' snob, per scoprire questa gemma nascosta.

amp ha detto...

Segnalo due libri collegati alla storia delle famiglia, io li ho trovati molto interessanti, appassionanti e anche commoventi:
- Le variazioni Reinach di Filippo Tuena
- Un'eredità di avorio e ambra di Edmund De Waal

isolina ha detto...

E' decisamnete uno dei miei musei favoriti a Parigi, stata e ristata e sognato alquanto. E ci tornerò credo alla prossima passata (in marzo, suggerimenti?)

Dede Leoncedis ha detto...

Silvia, la Clup non è una guida adatta a chi va in un posto per la prima volta perchè segnala tante curiosità un po' diverse e ignora quasi del tutto i cardini del turismo classico, peccato che sia inattendibile sugli indirizzi. Mi ha fatto fare chilometri e chilometri di strada inutile. Però mi si sono rinforzati i polpacci.
Amp grazie della segnalazione, corro subito su Amazon.
In marzo Isa? che bellezza. io non so ancora quando ci potrò tornare, i programmi di mia figlia emigrante sono ancora imperscrutabili, per adesso è a Dakar ma non ho idea di quanto ci resterà.

Grazia ha detto...

Un altro museo da vedere. Ma quando? Col fatto che Parigi è solo a un'ora di treno da Bruxelles finisco per non andarci mai.Averla troppo vicina me l'ha resa paradossalmente più distante di quando la immaginavo da lontano.

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