Sono allergica alla mimosa e l'idea di celebrare l'otto di marzo con una cena tra sole donne mi ha sempre messo addosso una tristezza incommensurabile.
Ma non è giusto fingere che questo sia un giorno come un altro, è pur sempre la giornata mondiale della donna. Delle donne.
E allora, buona giornata della donna a tutte le mie colleghe, più giovani e meno giovani più belle e meno belle più ricche e meno ricche, ma con un affetto particolare per le troppe donne a cui nessuno si è mai sognato di regalare un ramo di mimosa.
Dici New York e ti vedi immediatamente un panorama di grattacieli tutti vetro e acciaio, moderni ma moderni che più moderni non si può. Invece non è sempre vero, anzi: la maggior parte degli edifici nel centro di Manhattan risale ai primi decenni del novecento, un secolo fa.
Se appena uno alza gli occhi oltre la vetrina al piano terra, vede subito che questa Grande Mela è zeppa come poche altre città al mondo di edifici arzigogolati, bitorzoluti, e appesantiti da decorazioni esagerate e pacchiane.
In poche parole, New York brulica di case fatte a gusto e misura di Donald Trump .
Un esempio perfetto per spiegarmi: la Alwyn Court Apartments, un casermone bianco costruito nel primo decennio del novecento sulla 58esima strada ad un passo dalla Carnegie Hall e a due da Central Park.
Tramontato il periodo d’oro dei grandi palazzi di famiglia, diventati troppo onerosi anche per i ricconi di Manhattan, comincia ad affermarsi la casa di appartamenti in affitto. Sia chiaro, sono appartamenti per gente facoltosa, niente a che vedere con il bilocale-angolocottura-termoautonomo-noascensore a cui siamo abituati ai tempi nostri, la Alwyn Court si proponeva di dare in affitto City Homes for Those with Country Houses, cioè, se non capisco male, appartamenti di città per gente abituata a destreggiarsi tra ricche dimore di campagna.
Viene costruito (il casermone) in stile Francesco I, una sorta di stile Rinascimento francese che per non farsi mancare niente i progettisti arricchiscono vieppiù con elementi decorativi propri del Rinascimento italiano, mettendo in facciata un incredibile florilegio di salamandre coronate fiori putti lingue di fuoco e fregi assortiti. Non si può definire una facciata sobria ma non si può negare che appaia enormemente sontuosa, anche per gli standard di Manhattan.
Nel 1908, la casa disponeva di appartamenti da dodici a trentaquattro stanze (avete letto bene: non tre trattino quattro, proprio trentaquattro), e ogni appartamento era completo di stanze per la musica, sale da biliardo, saloni da ricevimento camere da letto a decine e una profusione di locali di servizio, tra cui perfino le cantine per il vino. Il tutto naturalmente era dotato di pavimenti in legno pregiato, marmi, caminetti e compagnia bella. Nel 1910, per la precisione il 4 marzo, quando solo cinque di questi appartamenti/piazze d’armi erano affittati, scoppia un furioso incendio e ci si rende conto con raccapriccio che nonostante tutto il lusso e lo spatusso, alla Alwyn Court nessuno ha pensato di comprare un estintore, e per di più, lo stretto vano scale funge nell’occasione da perfetta canna fumaria. Brucia tutto.
Si riparano i danni, si provvede sensatamente anche agli impianti antincendio, e per una trentina di anni tutto funziona a meraviglia.
Ma nel frattempo, a partire dalla fine della prima guerra mondiale, le abitudini della gente cominciavano a cambiare e le famiglie facoltose scoprivano che andare al ristorante è molto meno impegnativo che organizzare ricevimenti a casa propria.
I grandi saloni da ricevimento non li vuole più nessuno.
Quando nel 1936 si libera l’ultimo appartamento ancora occupato, la Alwyn Court va in ristrutturazione e viene letteralmente sventrata: si ridisegna l’atrio al piano terra, l’ingresso viene spostato e gli appartamenti passano alla dimensione più ragionevole di quattro, cinque stanze ciascuno.
Un paio di lifting, negli anni ottanta e fine anni novanta, rimettono la facciata all’onor del mondo, al piano terra si installa il ristorante Petrossian,
cioè il meglio del meglio in quanto a caviale,
poco tempo dopo si affianca al ristorante la più abbordabile caffetteria Petrossian
e l’edificio torna a brillare.
Tanto brilla adesso, che non sembra nemmeno più tanto pacchiano.
Siamo capitati ad Harlem la prima volta più di vent'anni fa, era domenica mattina e da una chiesa si vedevano uscire frotte di famiglie: le donne con l'abito della festa e il cappellino bianco e gli uomini tutti in scuro, con la camicia immacolata e la cravatta larga come un tovagliolo. Più che in una grande metropoli sembrava di essere in una cittadina sonnolenta, ma il tassista non ci volle lasciar scendere, secondo lui era troppo pericoloso e ci poteva capitare qualcosa di brutto.
Le bambine erano piccole, così a noi mancò il coraggio di fare di testa nostra, e il ricordo di Harlem restò per anni legato a quel breve giro in taxi.
Oggi o le cose sono molto cambiate, o io non ho più incontrato taxisti fifoni, sta di fatto che di questi tempi passeggiare per Harlem non sembra poi così pericoloso.
Lo Studio Museum in Harlem ha uno spazio espositivo di circa cinquemila metri quadri, ospita opere d'arte e fotografie di artisti afroamericani contemporanei e ha un orario leggermente diverso dagli altri musei: non apre prima di mezzogiorno. Se intendete visitarlo quando fuori il termometro è di molto sotto lo zero prendetene nota e non fate come me che mi sono congelata aspettando. Me ne sarei anche andata, ma freddo o non freddo, la mostra su The Birth of The Cool era troppo interessante.
Quello delle foto qui sotto è Blumstein, uno dei più grandi e conosciuti magazzini di Harlem. Fondato da un immigrato ebreo di origine tedesca nel 1898, ha cessato di funzionare da un bel po' di anni, ma lo si ricorda ancora perchè, come succedeva in gran parte degli esercizi commericiali di proprietà dei bianchi, non assumeva personale di colore se non per i lavori più umili, fino a che nel 1934 Adam Clayton Powell jr capeggiò una operazione di boicottaggio che aveva come slogan Non comprare dove non puoi lavorare. L'operazione ebbe un notevole successo, direi, perchè da allora Blumstein non soltanto assunse personale di colore, ma adottò anche manichini di colore, e fu addirittura il primo ad avere un Babbo Natale nero.
Aspettando che il museo mi salvasse dall'ibernazione ho avuto modo di fare la conoscenza con un simpatico taroccatore di CD: se non siete particolarmente schizzinosi e non pretendete copertine a regola d'arte vi portate via tre CD di ottima musica R'B per dieci dollari,
e naturalmente, ho seguito il consiglio del cartello e ho fatto incetta di parti di storia