venerdì 15 gennaio 2010

Ieoh Ming Pei, a Berlino.




La foto qui in alto risale al 1989 e riguarda la facciata principale della National Gallery of Art di Washington, un'opera di Ieoh Ming Pei.
Probabilmente a molti il suo nome non dirà assolutamente niente anche se giurerei che il novantanove per cento della gente ha trinciato un giudizio, il più delle volte del tutto arbitrario, su una sua opera che fu all'epoca molto discussa. E si, perchè Pei è l'autore della Piramide del Louvre.  Stavolta però, dal momento che manco da Parigi da un bel po' mentre sono quasi appena reduce da Berlino, non parliamo di piramidi  ma del bell'ampliamento del Deutsches Historisches Museum, che in un prospetto laterale ricorda abbastanza da vicino il Museo di Washington e anche se la strada stretta ha impedito una foto di tutta la facciata, il poco  che si vede è sufficiente per fare il confronto.




La storia  di questo museo   è stata piuttosto travagliata. Alla metà degli anni ottanta era stato Helmut Kohl in persona a volere, in una Berlino ancora divisa in due,  un museo nuovo di zecca dedicato alla storia della Germania. Era già stata individuata l'area su cui costruirlo, ed era stato indetto  un concorso internazionale,  vinto da Aldo Rossi. Dopo  il novembre 1989 però fu chiaro che il progetto così come era stato concepito non aveva più senso: a Berlino est  un museo sulla storia tedesca  esisteva già, ed era per di più in uno splendido  palazzo settecentesco sul viale Unter den Linden, e così nel  1995 fu ancora  Helmut Kohl a dare  incarico a Pei di riorganizzare e ampliare il museo esistente.
Cosa  non facile   dato lo spazio decisamente angusto a disposizione. Ma Pei in  poco meno di tremila metri quadri  costruisce uno spazio elegantissimo,  luminoso e trasparente e riesce  a unire    magnificamente il nuovo corpo all'edificio neorinascimentale esistente.  L’ingresso principale  si apre  sul  vecchio palazzo sulla Unter den Linden, da cui  si accede al cortile interno, coperto  da una enorme volta in vetro. 









Alla nuova ala si può arrivare dal cortile, attraverso un passaggio sotterraneo, oppure dallo stretto vicolo esterno, e lì l'impatto scenografico è davvero notevole. 









La facciata completamente vetrata riflette i palazzi circostanti  con un gioco raffinato che confonde continuamente la prospettiva  mescolando   interni ed esterni 









Dentro, l'attenzione viene catturata dalla grande scala, leggera e importante allo stesso tempo,  e dall'avvicendarsi delle   passerelle e dei  balconi interni che portano alle sale espositive








e non si può non ammirare l'uso sapiente dei materiali e la perfezione della realizzazione, a tal punto che è quasi impossibile da lontano  distinguere dove finisce il cemento e dove comincia il marmo. 



mercoledì 13 gennaio 2010

colori




In questi giorni sono di corsa e non mi avanza molto tempo per aggiornare il blog, ma questo mercoledi è troppo invernale e troppo grigio per non cercare di  colorarlo almeno un po'





























queste ultime due foto non stavano nel mosaico

martedì 12 gennaio 2010

quarantatremilanovecentoventotto

giusto un anno fa il contatore indicava l'accesso numero uno al mio blog e  stamattina, trecentosessantacinque giorni dopo, vedo che gli accessi sono arrivati a quarantatremilanovecentoventotto.
Centoventi volte al giorno nell'ultimo anno  qualcuno ha avuto voglia di leggere i miei appunti alla rinfusa, incredibile!
non lo avrei mai immaginato, grazie grazie grazie

lunedì 11 gennaio 2010

Rogacki - a Berlino



Rogacki è un meraviglioso luogo di delizie, un po'  negozio di specialità gastronomiche  e  un po' ristorante.
Come orgogliosamente scritto sull'insegna, è  a Berlino dal 1928 ed è conosciuto e apprezzato  in tutto il mondo, tanto che non solo se ne è occupato  il New York Timesma se  ne parla anche qui e qui e chissà in quanti altri posti ancora. 






Anthony Bourdain, pure lui,  lo ha visitato in una delle sue infaticabili  scorribande  su e giù per il globo.








Vi scappa di mangiare un'aringa affumicata? pronti!


E andate sul sicuro anche se siete in  cerca di una  salsa o un patè per arricchire la  cena


o volete mettere in tavola un pane fuori dall'ordinario o un formaggio super.


E naturalmente, siamo o non siamo a Berlino?, il punto forte è la carne di maiale. Tutto ciò che è umanamente possibile cucinare con la carne di maiale: arrosti prosciutti salsicce e wurstel di tutti i generi e di tutte le misure, Rogacki ce l'ha.
















Per un pranzo veloce poi, l'ideale è sostare ad una delle tante isole dove giunoniche e cordiali valchirie scodellano a ritmi vertiginosi enormissime gamelle di cibo fumante intrecciando chiacchere e battute che, a giudicare dalle reazioni degli astanti devono essere molto spiritose. Se di tedesco capite solo ja e nein e non siete in grado di dare un contributo significativo  alla conversazione, fate come me: accennate un brindisi e fate larghi cenni di approvazione verso il vostro piatto. Le giuoniche valchirie apprezzeranno ugualmente.





martedì 5 gennaio 2010

West Village

Nato come borgo rurale, il Greenwich Village o West Village crebbe enormemente quando, per sfuggire ad  una epidemia di febbre gialla,  i Newyorkesi vi si rifugiarono in massa. Divenne in breve un ricco quartiere residenziale di  belle brownstones e pittoresche stradine acciottolate abitato dalla crema dell'alta società. Per inciso, ancora adesso è uno  dei pochi luoghi di New York in cui il reticolo stradale non è rigidamente perpendicolare, e le sue strade sono tra le poche a fregiarsi di veri nomi e non di numeri.


Verso la fine dell'ottocento, un po' perchè stava diventando di moda la zona intorno alla Fifth Avenue dove le famiglie più in vista  si stavano costruendo nuovi palazzi, e molto perchè troppo vicino al Village, lungo le sponde dell'Hudson, erano affluiti  numerosi immigrati tedeschi e irlandesi alla ricerca di lavoro nelle fabbriche di birra, i  facoltosi abitanti poco propensi a commistioni proletarie se la diedero a gambe lasciando sfitte molte delle loro  grandi case, che diventarono ambite da parte di artisti e letterati molto meno danarosi ma anche  molto meno preoccupati delle convenzioni sociali.
Per farla breve, alla fine della prima guerra mondiale Il Village era la Rive Gauche di New York. Qualcuno degli artisti ebbe successo, e col successo cominciò a circolare molto denaro, le vecchie case fatiscenti furono restaurate in graziosi appartamenti  bohémien e nel 1926 su costruito dalle parti di Washington Square un nuovo  blocco di appartamenti di superlusso.
Artisti e ricchezza  richiamarono nuovamente nel quartiere abitanti ricchi dalla vita sociale e culturale intensa, molti con l'hobby del mecenatismo. Gente del calibro della  radicale  Mabel Dodge nei cui salotti transitarono tutti i politici e artisti più in vista dell'epoca, e poi scrittori come Gertrude Stein e T.S. Eliot, e perfino quel John Reed che nel suo I dieci giorni che sconvolsero il mondo avrebbe raccontato la rivoluzione russa.
Nel Village aprì grazie a Gertrude Vanderbilt  la prima sede del Whitney Museum, primo museo dedicato all'arte moderna  americana.
Nacquero teatrini alternativi



e caffè letterari come il Figaro Cafe

in cui Kerouac e Ginsberg andavano a sbronzarsi,
E nacquero alcuni tra i più mitici club di jazz,  Village Vanguard in primis.



Insomma, il Village fu perfetto terreno di cultura per tantissimi movimenti culturali e artistici, e basta citare  beat generation e  movimento hippy per capire.
Nei localini qui intorno hanno mosso i primi passi artistici Woody Allen e Frank Zappa, Paul Simon  e Al Pacino, mica bubbole eh.
Oggi ha perso la sua vena trasgressiva di fucina di talenti e rimane un gran bel posto per abitare, tranquillo e vivace nello stesso tempo. A patto di possedere un notevole conto in banca, of course. Gli affitti sono tra i più stratosferici di tutta Manhattan, che già non scherza di suo, e parafrasando Mc Carthy, questo  non è un paese  per poveri.
Per fortuna ci si passeggia aggggratis,  e allora non è infrequente incappare in qualche dog sitter a spasso con nugoli di cagnolini di misure assortite



e pittori con colori e cavalletto


o incrociare una bottega che sembra catapultata direttamente  da un  villaggio provenzale,




dove l'atmosfera sonnolenta delle strade appare lontana  anni luce  dallo sguaiato  fracasso di Times Square











E' anche il quartiere di Christopher Street,  strada principale della parte west del West Village e cuore  della comunità gay della città che nel parco piccolino, poco più di un fazzoletto di verde con panchine  si raccoglie intorno a Gay Liberation, una scultura bianca che mi dicono fatta in bronzo ma che  a me è sembrata dipinta di biacca, di George Segal che rappresenta a grandezza naturale  due coppie omosessuali. Detto fra noi: trovo l'idea encomiabile e ancora di più, ma la scultura mi è sembrata di una bruttezza assoluta. In ogni caso, brutta o bella che sia, è importante sottolineare che  è stata sistemata  qui e non altrove, perchè proprio nello Stonewall Inn  di   Christopher street ebbero inizio il 28 giugno 1969  i moti di Stonewall che segnano l'inizio del movimento di liberazione omosessuale militante, celebrato con il Gay Pride che oggi  si svolge un po' dappertutto nel mondo e che a New York si tiene l'ultima domenica di giugno








Per completezza di informazione mi corre l'obbligo di dire   che  in Christopher Park, un po' in disparte tra i cespugli, c'è anche la statua dedicata al generale Philip Henry Sheridan, comandante di cavalleria  durante la guerra civile e ritratto in divisa, sguardo imperioso e   posa aulica. Il generale è tutto verde e così si capisce  bene che è fatto di bronzo,  a differenza dei quattro personaggi  di Segal che sembrano appena caduti in  una latta di ducotone






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