giovedì 17 dicembre 2009

Judisches Museum Berlin



Daniel Libeskind nasce in Polonia, i suoi genitori sono scampati ai campi di sterminio nazisti, lui studia musica e vuole  diventare concertista. Invece si trasferisce con la famiglia a Tel Aviv, vince una borsa di studio dell’American-Israel Cultural Foundation Fellowship, grazie alla quale va a New York e frequenta la facoltà di architettura della Cooper Union for the Advancement of Science and Art, una università nata da una fondazione privata che permette agli studenti con minori possibilità economiche di studiare gratuitamente. (Molto interessante, ne parleremo ancora, prima o poi) Dopo la laurea e dietro consiglio di Peter Eisenman, Libeskind si specializza a Londra in Storia e Teoria dell'Architettura e comincia una carriera di docente universitario che lo porterà alla fine degli anni ottanta anche alla guida di un laboratorio no-profit di architettura sperimentale a Milano. il progetto del Museo ebraico di Berlino nasce intorno a quegli anni e si conclude con la sua inaugurazione più o meno un decennio dopo. E’ un edificio di fortissimo impatto: il rivestimento metallico riflette la luce del sole con lampi gelidi,  le sue aperture non sono finestre  ma  feritoie  che fanno pensare a colpi di rasoio inferti a casaccio. Non può lasciare indifferente neanche il più distratto dei passanti.




La foto qui sotto, che non è mia ma proviene dal sito ufficiale di Daniel Libeskind   permette di farsi un'idea della sagoma particolarissima di questo edificio, che ricorda i segmenti di un metro da muratore, aperti come per formare una saetta


Non è una forma casuale ma rappresenta l’intersezione delle linee tracciate sulla mappa di Berlino partendo dagli indirizzi delle case dei più importanti intellettuali ebrei. Quattro piani e una superficie di diecimila metri quadri ma nessun ingresso indipendente, al museo si arriva attraverso un tunnel sotterraneo che parte dall'edificio barocco adiacente. Lo spazio interno è tutto un incrociarsi di corridoi alti stretti e senza finestre a cui la  luce arriva soltanto dalle feritoie in alto e il pavimento su cui si cammina non è in piano. Si deve salire, sempre. Un corridoio porta allo spazio espositivo vero e proprio e mostra le foto, gli effetti personali, piccoli brandelli di vita di giovani ignari, di famiglie, di bambini sorridenti. E' forse la parte  più toccante di tutto il museo




















Il secondo percorso  parte da un muro nero e va alla Torre dell'Olocausto, un corpo altissimo a forma di triangolo acuto  con la luce che piove dall'alto. Si sale senza vedere  dove si sta andando e non si sentono rumori dall'esterno. Pareti e pavimento in cemento non hanno nessun tipo di coibentazione nè climatizzazione. Se fuori è freddo, lì dentro lo è ancora di più, se fuori fa caldo lì si soffoca. L'aria entra attraverso pochi fori su una parete,  richiamo lugubre a ben altre sinistre feritoie. Si arriva infine alla stanza del ricordo dell'olocausto, una stanza lunga e stretta il cui pavimento è ricoperto da una spessa coltre di facce, una diversa dall'altra ma tutte urlanti il medesimo orrore, sulle quali si deve per forza camminare producendo sul bronzo un clangore che dà i brividi.  E' certamente una sensazione forte, ma  non so fino a che punto apprezzare  questa scelta che mi ha fatto pensare piuttosto ad una ricerca di effetti speciali ad uso cinematografico. Personalmente sono convinta di aver ricevuto una botta di emozione  molto più significativa  guardando la normalità di quel mondo distrutto:  letterine di scolari, una borsa  elegante, la pezza di stoffa da cui  ritagliare la stella gialla da cucire ai vestiti. Cose normali  di persone normali,  che ti obbligano a chiederti se sia mai esistita una sola  ragione al mondo  per la quale  sia toccato a loro e non a te.  
Un terzo percorso porta all'esterno, verso il  Giardino dell'esilio, un  inquietante  piano inclinato che non è  soltanto orientato dall'alto verso il basso, ma anche da sinistra verso destra, scandito da  quarantanove colonne, ciascuna delle quali ospita in cima una pianta di ulivo a cui nessuno può arrivare.

Come si può vedere dalla foto qui sotto, scattata poco dopo l'inaugurazione, una volta lo si poteva percorrere liberamente  e il pavimento così inclinato provocava  immediatamente un leggero senso di nausea, come il mal di mare,  e difficoltà di orientamento. Il senso di  disagio era  notevole e forse per alcuni addirittura intollerabile, tanto che oggi   l'ingresso al giardino è stato impedito. 


Piccola postilla a proposito del pavimento inclinato:  io avevo sempre pensato che  si trattasse di  un'idea originale di Libeskind fino a che non sono andata a vedere al Castello di Rivoli la mostra su Gianni Colombo, dove ho scoperto che (cito pari pari dalle note della mostra


"Durante gli anni Settanta e Ottanta Colombo realizza spazi praticabili più complessi in cui, rispetto al passato, manca l’elemento elettronico. Nascono così le Bariestesie (1974-75) e le Topoestesie (1975-77), strutture elementari caratterizzate dall’uso di piani inclinati, archi, scale, colonne, assi e cilindri deformati, in cui la condizione di transito del visitatore è componente essenziale dell’opera."


 Ora,  dal momento che Libeskind è vissuto  a lungo a Milano proprio in quegli anni, ho fatto due più due e mi è sembrato giusto dare a Cesare quel che è di Cesare, e a Gianni quel che è di Gianni (Colombo)

3 commenti:

nishanga ha detto...

Bellissimo post, mia diletta.
Da questi luoghi, per me sconosciuti, fino ad oggi mi sono tenuta distante e questa tua documentazione mi invita a superare le mie remore e a vivermi la forza di queste architetture.
Il fatto è che dove ti volti e ti giri a Berlino specialmente ma credo in tutta la Germania l'approfondimento di questa ferita ancora pulsante, è la regola.
Parlavo con Emilio - cinque anni - del No B Day e lui mi ha chiesto: nonna, Berlusconi è amico di hitler? Pensa tu..
Sul fatto della casualità, invece avrei dei dubbi - vedi Gaza - è un discorso delicato perchè, giustamente come hai anche tu ricordato, poi nel mucchio ci sono finite un bel po di minoranze...
Grazie, a quando la Berlino ..fancazzista?

Anonimo ha detto...

E' proprio il museo di cui parlavo ieri! Grazie.

Gracie ha detto...

Scusa, il dito più veloce del west ha colpito ancora, l'anonimo sono io.....

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