giovedì 14 maggio 2009

Come perdere una veterinaria ma migliorare la propria cultura

Lungo il Tamigi, tra il ponte di Westminster e quel Blackfriars che i meno giovani associano ad un episodio buio del nostro recente passato, c’è la statua di Budica, un’opera datata 1902 dello scultore Lord Thomas Thorneycroft. Boadicea, o Boudicca o Budica, era la moglie di Prasutago, re della città degli Iceni (ora Norfolk) la quale si era volontariamente alleata con i Romani e aveva dato una mano a Claudio nel 43 d.c. pur continuando a mantenersi orgogliosamente indipendente, tanto che nel 47 si era opposta ai tentativi di annessione da parte del governatore Publio Ostorio Scapula. Prasutago, con l’intenzione di continuare a tenersi buoni i Romani anche dopo la sua morte, nomina suoi eredi in parti uguali sia la moglie e le figlie che l’imperatore di Roma, ma aimè, è senza figli maschi e quando muore i Romani si fanno un baffo del testamento e senza pensarci un momento si annettono il regno, cartellano fisicamente Budica e ne violentano le figlie, saccheggiando per di più tutto il territorio. Logico che la cosa non sia andata giù alla nostra Budica, la quale non era una povera donnetta inerme e,approfittando dell’assenza del governatore romano impegnato in una missione militare nel nord del Galles contro i Druidi, in quattro e quattr’otto mette in piedi una bella ribellione di tutta l'Anglia Orientale. Gli insorti bruciano Camulodunum (la attuale Colchester), parte di Londinium, che era all’epoca poco più di un villaggio fondato appena una ventina di anni prima e ancora molto lontano dalla grandezza della Londra che sarebbe diventata negli anni a venire, distruggono molti avamposti militari e fanno a pezzi la intera Nona Legione. Secondo Tacito durante la battaglia vengono massacrati tra i 70 e gli 80.000 Romani e loro alleati Bretoni. Purtroppo per Budica però i Romani sono tatticamente di gran lunga superiori e dopo i primi sbandamenti riuniscono le forze, riescono a costringere i rivoltosi in una stretta piana circondata da foreste da cui è impossibile fuggire, e in una disperata battaglia sconfiggono l’esercito di Budica e sottomettono nuovamente la provincia. Budica si uccide col veleno pur di non cadere in mano nemica. E' interessante leggere che per gli Iceni l'avere una donna a capo dell’esercito non rappresentava un ostacolo in quanto neque enim sexus in imperiis discernunt, non fanno distinzione di sesso nelle cose di comando, scrive Tacito nei suoi Annali. (Riflessione obbligatoria: ma allora chi erano i barbari, gli Iceni o i Romani?) E Budica d'altra parte, anche se donna, aveva il physique du rôle del condottiero, visto che Dione Cassio la descrive così: carattere forte e aspetto terribile, alta, sguardo fiammeggiante, voce decisa e una cascata di capelli rossi che arrivava oltre la vita, portava al collo una grossa collana d’oro e la lancia in mano, indossava una tunica colorata e un mantello fermato con una fibbia. Prima della battaglia si dice sia andata personalmente di tenda in tenda a spronare i suoi mostrando le sue figlie umiliate e incitandoli con queste parole: sono figlia di uomini d’onore e oggi non combatto per il mio trono, combatto per la libertà che abbiamo perduto. Noi non abbiamo bisogno di prigionieri: uccidete tutti i nemici, gli dei ci daranno la vendetta che meritiamo. Detto con parole mie, questo è più o meno ciò che sulla faccenda racconta Tacito, il quale scriveva in latino, che nei primi secoli del millennio in Britannia non era tra le lingue più praticate, e così la storia di Budica continuò a restare nel cassetto fino a quando la regina Vittoria non la riscoprì e si innamorò del mito di questa eroina coraggiosa fino a farla diventare un simbolo: l'unica persona, uomo o donna che fosse, ad aver vinto in battaglia l'esercito romano. Io avrei continuato colpevolmente a vivere nella totale ignoranza di Budica e delle sue imprese se non avessi passeggiato un pomeriggio di maggio lungo le rive del Tamigi in compagnia di Marina, cara amica e mai abbastanza rimpianta veterinaria di famiglia, che da qualche mese a questa parte se n’è andata a lavorare proprio a Colchester. Morale: non tutto il male viene per nuocere. E' vero che abbiamo dovuto cercarci un’altra veterinaria, ma la nostra cultura ne ha tratto notevoli benefici.

4 commenti:

antonietta ha detto...

london,I love you!

anna ha detto...

Pazienza per la veterinaria,London is more and more fantastic! Belle le tue foto in tutto il blog,mi sono iscritta tra i tuoi sostenitori. A presto.Anna.

Maria Antonietta e Francesca Gaeta ha detto...

Che bellissime le tue foto. Ciao da tuorloe francy

dede ha detto...

quante new entries, grazie ragazze!

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